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Inside World

Matteo Pellegrino.

L'anima del Design.

di Stefano Bianchi

Non sopporta le forme pensate al computer. Troppo facile interpretare il design così. Ma tanto prima o poi la paghi, ritrovandoti fra le mani oggetti stilosi ma freddi, algidi, tutt’altro che creativi. Le mani, Matteo Pellegrino preferisce sporcarsele a contatto con plastiche, resine, siliconi; e quand’è il caso unirci l’eleganza del legno, la forza del metallo, la plasmabilità della creta. 30 anni, nato casualmente a Chieti, cresciuto a Lecce e da un decennio in moto perpetuo a Milano dove prima di spiccare il balzo solista ha creato e sperimentato e vissuto oggetti sotto la guida esperta di Gaetano Pesce, di Alessandro Mendini e dei fratelli Campana, Matteo è bravissimo a scovare l’anima del design e a tradurla in un tappeto dalla memoria lunga, in sedie e poltrone dall’incredibile colpo d’occhio, in vasi che si domandano se sia meglio svuotarsi o riempirsi… Il suo pregio? La matericità. I suoi colpi di genio? Tattili.

Com’è entrato il design nella tua vita?
«Ho vissuto fin da piccolo a metà strada fra architettura e arte: complice mio padre, architetto “attivo” che ha sempre manipolato colori e materiali e che fra l’altro è stato mio partner nella realizzazione dell’Italiaballerina Collection di scarpe da donna con l’applicazione manuale di silicone colorato. E mi è stata complice anche mia madre, commerciante di articoli per la casa. La vera svolta, però, è avvenuta a 13 anni toccando un vaso di Gaetano Pesce con un misto di repulsione e fascinazione. Da allora, non ho mai smesso di pensare a quel genere di materia».

E qualche anno dopo hai bussato alla porta del suo laboratorio.
«Per 3 mesi di fila, nel 2004. Fish Design di Gaetano Pesce si era appena trasferito da New York a Milano, io stavo frequentando il Politecnico e mi sono candidato a lavorare per lui. Quando il desiderio si è tradotto in realtà, la ricompensa più bella è stata misurarmi con le sue tecniche e i suoi materiali: plastiche, resine, siliconi».

Hai anche lavorato con Alessandro Mendini e i fratelli Campana per le collezioni "Mendinismi" e "Nativo Campana"…
«Di Mendini, che mi piace definire scienziato del colore, mi ha colpito la capacità di darti molto anche senza dirti nulla. Impossibile non amarlo e rispettarlo. Fernando e Humberto Campana, invece, sono la quintessenza della creatività, dell’umiltà e dell’allegria».

Ritrovo la matericità di Gaetano Pesce in un tuo oggetto: il vaso "Foam".
«Realizzato con un materiale “feticcio”: la schiuma di poliuretano. Mi piace l’idea che la schiuma abbia una vita propria, che sia totalmente imprevedibile. È la sua forza espressiva, soprattutto quando viene lavorata in modo artigianale. Ho pensato a Foam come a un vaso “maivuoto”. Ogni volta che acquistiamo un vaso, un bicchiere o un qualsiasi altro contenitore, entriamo in contatto con una forma che il più delle volte rimane vuota, puramente decorativa. Perché, allora, non realizzare un vaso con una doppia valenza? Se non lo utilizziamo, è una scultura; viceversa, è un vaso. Quindi, ho creato “calchi” in schiuma poliuretanica delineando forme di vasi, poi ho riempito le cavità con lo stesso materiale ottenendo sculture tattili con sembianze umane: dita, mani, piedi, occhi, orecchie, naso, cervello... I 2 pezzi, incastrandosi, formano un oggetto “maivuoto” nel quale ciascuno può immedesimarsi».

Quando pensiamo alle forchette ricurve di Bruno Munari, al ferro da stiro chiodato di Man Ray e all’orinatoio di Marcel Duchamp, valutiamo l’oggetto quotidiano come un’opera d’arte…
«Parecchi oggetti d’uso comune sono diventati opere d’arte nel momento in cui, storicizzandosi, hanno sviluppato la loro forza evocativa. Alcuni oggetti ormai desueti (certi arnesi agricoli, ad esempio), si caricano invece di un significato che va al di là della loro funzione. Vedi il sedile di un trattore, decontestualizzato in sgabello Mezzadro da Achille e Pier Giacomo Castiglioni».

A proposito di Achille Castiglioni, mi sono appuntato una sua frase: “Gli oggetti devono fare compagnia”. Sei d’accordo?
«Certo. Anche a me piace pensare di avere un approccio animista per gli oggetti. Cioè considerare ogni cosa animata da uno spirito vitale e quindi meritevole di farci compagnia. Red Memory Carpet, il tappeto che ho disegnato per Nodus e presentato durante l’ultimo Salone del Mobile di Milano, dice proprio questo. Come tutti i tappeti, ha una sua memoria domestica che ci racconta storie di colori, disegni, esotismi. Anche quello che si nasconde sotto al tappeto ci racconta qualcosa. Perciò, ho voluto che sotto la lana e la resina affiorassero sagome, forme indistinte, il rilievo di domande che qualcuno si è posto…».

Anche “Inside All Of Us”, la poltrona con l’intreccio di coccodrilli gonfiabili in plastica, è il massimo per tenerci compagnia…
«Soprattutto stuzzicare con la messa in scena del giocattolo la fanciullezza che si nasconde in ognuno di noi. Succede anche con Inside The World, il mappamondo che ho sgonfiato e poi riconvertito a vaso grazie all’utilizzo del poliuretano espanso».

Vedo che ti piace giocare coi concetti (“Business Chair”) e con le parole, al punto da trasformarle in scioglilingua (“Limiti invasi”, “Limiti evasi”).
«Business Chair è il primo pezzo di design che ho realizzato al mio arrivo a Milano. Studiavo al Politecnico e dormivo in una stanza che avevo riempito di giornali e poi impilato per la disperazione della signora che veniva a fare le pulizie. Li ho arrotolati a gruppi di 3, accorpati utilizzando la resina epossidica ed è nato il progetto involontario della sedia di recupero: rimasta prototipo, senza un destino produttivo, dal momento che il settore continua a essere troppo inflazionato. Aveva ragione Ettore Sottsass quando sosteneva che “ci sono più sedie che culi”. Limiti invasi e Limiti evasi sono invece i figli legittimi del vaso Foam, che ruotano attorno al medesimo concetto di spazio vuoto. In questo caso, ho utilizzato il nastro bianco e rosso che segnala i cantieri stradali e quello giallo e nero che circoscrive la scena del crimine, per delimitare lo spazio definito a forma di vaso».

Philippe Starck ha detto: “Preferisco definirmi un esploratore, piuttosto che un designer”. E tu?
«Sottoscrivo. Amo sperimentare sul design. E di conseguenza esplorarlo».

www.matteopellegrino.com

Foto: Inside World, 2011
Red Memory Carpet, 2012
© Federica Santeusanio
Inside All Of Us, 2011, © Pasquale Formisano
 



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Red Memory CarpetInside All Of Us


 

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