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SuperV

Ryan Heshka.

L'invasione dell'UltraPop (Surrealista).

di Stefano Bianchi

Immaginatevi un (altro) mondo sovrappopolato da automi di latta, mostri dalle umanoidi sembianze, pinups non convenzionali, superuomini “from outer space”. Bene. Ora provate a immedesimarvi nel ruolo di spettatori da “science fiction” che spiano dal buco della serratura un attacco di crostacei a un villaggio di frutti di mare, un cannibalesco mordi-e-fuggi da età della pietra, un appuntamento nella penombra coi fantasmi, l’esperimento di uno scienziato pazzo, l’invasione degli ultracorpi. Tutto questo (e molto altro ancora, Pop Surrealisticamente parlando) se l’è immaginato Ryan Heshka. In un modo talmente reale e cinematografico, da decidere di disegnarlo, dipingerlo su tavola e metterlo in mostra a Milano, nella personale Ours, da Antonio Colombo Arte Contemporanea. Ryan Heshka, classe 1970, è il talento delle vivide pennellate di colore, della fatal tragedia che all’ultimo istante si trasforma in ghigno beffardo, sdrammatizzante umorismo, irresistibile paradosso. Chi meglio di lui sarebbe riuscito a ridurre a miti consigli, con 2 uova al tegamino, i propositi guerraffondai dell’incappucciato boss di una setta segreta? Colpisce, l’artista nato a Manitoba e residente a Vancouver che collabora con Vanity Fair, Wall Street Journal, The New York Times, Esquire e Playboy, con la forza del linguaggio visivo “vintage” di certe locandine dei B-movies Anni ’40 e ’50, il fascino polveroso di quegli oggetti dell’infanzia che volentieri ricordiamo (fumetti, figurine, libri, giocattoli), il subconscio che si traduce in realtà e viceversa. Che l’invasione cominci, allora.   

Perché “Ours”?
«Ho pensato fosse il titolo ideale, mentre stavo dando gli ultimi ritocchi all’omonimo quadro per la mostra di Milano (che fra l’altro è la mia prima personale europea). Credo si relazioni bene col concetto di rappresentazione delle memorie collettive (everybody’s = ours) di un’infanzia ormai sfuocata e distante. Ho concepito i dipinti come “falsi ricordi”, sforzandomi di ritrovare quella sensazione che percepiamo da bambini nel vedere qualcosa che ci affascina. Memorie criptiche e misteriose, che bruciano nel nostro cervello quando stiamo scoprendo il mondo con occhi infantili: la bizzarra copertina di un libro, uno strano insetto, una donna nuda che gioca a carte…».

Dai molta importanza all’infanzia…
«Più passano gli anni e più l’universo infantile mi affascina per quel senso di stupore e disincanto che lo contraddistingue. Perciò, ho voluto approcciare questo “art show” dal punto di vista del bimbo che scopre nella soffitta del nonno una scatola di artefatti misteriosi. E lo spazio denominato Little Circus della galleria d’arte di Antonio Colombo, è il posto giusto per sperimentare l’essenza e la dimensione ridotta di una stanza onirica».

La tua arte, a mio giudizio, è un “crossover” di Jules Verne, David Lynch, Ed Wood e William Burroughs. Sei d’accordo con me, o credi sia totalmente pazzo?
«Tutt’altro. La tua è un’opinione più che accurata. Ho letto parecchie cose di Burroughs, ma di solito non lo cito come riferimento. Gli altri nomi che hai suggerito, invece, li condivido al 100% influenzato come sono dall’onirico, dal fantastico, dall’opera di visionari come Verne e H.G. Wells e dal lavoro “naïf” di registi “campy/folk” come Ed Wood e Dwain Esper, nonché dello scrittore e illustratore Henry Darger».

C’è soprattutto un ingrediente, in ciò che dipingi: l’umorismo nero.
«Senza dubbio. Il dark (o black humour) è parte rilevante del mio lavoro. Benchè sappia che le mie opere vengono talvolta considerate intellettuali, concettuali o politiche, mi interessa produrre arte che (spero) riesca a dialogare con la gente a un livello istintivo. E ciò non può prescindere dall’umorismo, insito nell’uomo. Tutti vogliamo essere scioccati, divertiti, deliziati… e credo che l’arte possa raggiungere questi obiettivi senza voler essere a tutti i costi iper-intellettuale. Hai menzionato David Lynch: le sue pellicole sono piene di humour, ma ben camuffato da un sublime immaginario dark. Senza le varie gradazioni di umorismo, l’arte è sterile».

È più importante il subconscio o la realtà?
«In termini artistici, il subconscio mi trasmette più cose. In passato, quando disegnavo, volevo essere il più fotorealistico possibile. Poi ho cominciato a capire che nell’arte mi attraeva il messaggio del subconscio, piuttosto che la precisione tecnica del catturare la realtà. Amo l’idea del subconscio reinterpretato in una forma fisica che sia cinema, arte, teatro, perfino architettura o moda. Il subconscio è l’anima di ogni creazione».

Hai cominciato come “interior designer”…
«Esperienza che mi ha aiutato a veicolare il mio interesse nell’arte e nel design. Il concetto di colore, luce, “mood”, ha poi trovato spazio nel mio lavoro pittorico. Mi considero un grande appassionato di Art Déco, industrial e interior design».

Ricordi il tuo primo quadro? Cosa raffigurava?
«3 libere interpretazioni di Popeye. Lo regalai a mio fratello. Elzie Crisler Segar, che inventò il fumetto nel 1929, si è rivelato un autentico genio».

Hai quadri favoriti in questa mostra?
«Ours, naturalmente. E poi Cannibals of the Stone Age, Invisible Wave, 3-Dimensional Bi-Polar Robot Telephone Girl, Now! Secret Delivery. Vorrei poterli tenere… ma sono già stati venduti (e non mi lamento!)».

"New Modern Bicycle" raffigura una bicicletta Cinelli…
«Il soggetto mi è stato commissionato da Antonio Colombo per il catalogo del marchio fondato nel 1948. È stato divertente fare un metaforico blitz nella campagna italiana (come immaginavo fosse) e dipingere automobili che vengono distrutte da un robot in sella a una Cinelli gigante».

Qual è il tuo film preferito?
«King Kong, nell’originale versione del 1933. Magia pura»

B-movie?
«Maniac di Dwain Esper, girato nel 1934. Prima che scoccasse l’età d’oro dei B-movies».

Romanzo?
«Probabilmente La guerra dei mondi di H.G. Wells. Dovrò rileggerlo, prima o poi».

Che musica ascolti quando dipingi?
«Passo dal jazz all’elettronica. Dal “vintage” al futuro».

Ti suggerisco 1 nome e 1 cognome: Jack Kirby.
«Il mio idolo. Quand’ero piccolo mio zio mi regalò i fumetti dei suoi Fantastic Four, che gelosamente conservo. Kirby ha avuto un grande impatto sulla cultura “popular”. E mi piace da impazzire il suo primo Captain America, disegnato negli Anni ‘40».

Nell’arte, ti ispira qualcuno in particolare?
«Frank R. Paul, il pioniere della “sci-fi”. Dal punto di vista della “folk-art”, le copertine delle sue prime Amazing Stories sono bellissime. Ha inventato il linguaggio della “science fiction art”, aggiungendovi una qualità surreale e sognante che l’ha elevato ben al di sopra della semplice arte “pulp”».

Meglio far parte del Pop Surrealism o del Pulp Futurism, come hai intitolato le tue applicazioni per iPhone e iPad?
«Non mi piace etichettare l’arte, ma credo sia un male necessario. Se desidero esporre con Gary Baseman, Fred Stonehouse e Gary Taxali, significa che sono orgoglioso di essere un Pop Surrealist. Forse, un giorno, il Pulp Futurism sarà un’importante diramazione del Pop Surrealism. Al momento, però, può contare su un solo iscritto… che sono io».

Quali Pop Surrealisti apprezzi di più?
«Oltre ai 3 che ho appena menzionato i Clayton Brothers, Camille Rose Garcia, Mark Todd, Esther Watson, Martha Rich… e potrei continuare. Stanno emergendo molti grandi artisti da questo movimento».

Progetti futuri?
«Il mio nuovo libro per bambini, Welcome to Robot Town, che uscirà entro l’anno. Inoltre sto lavorando al mio primo “comic project”, a un libriccino di Ours e a un cortometraggio d’animazione con un amico musicista».

Ryan Heshka
Ours
Fino al 28 aprile, Antonio Colombo Arte Contemporanea, via Solferino 44, Milano
tel. 0229060171


www.colomboarte.com

www.ryanheshka.com

Foto: SuperV, 2012
Please Hold, 2012
Cult Life, 2012  

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Please HoldCult Life


 

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