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Sahara

Marocco.

Sulle montagne dell'Alto Atlante, fino al deserto del Sahara.

di Margherita Colnaghi

Descrivere le sensazioni e le emozioni di questo viaggio è come voler spiegare il profumo di una spezia, il gusto di una galletta di grano appena sfornata, il suono del silenzio, l'arancio brunito delle rocce... È quasi impossibile: tutti i 5 sensi ne sono coinvolti. Viaggio lentamente, in silenzio, mentre sull'inarrestabile fuoristrada ci inerpichiamo sulle Montagne dell'Alto Atlante fino a valicarle in uno dei punti più belli, il passo di Tizi-n-Tichka. Circondata da aspre montagne (oltre i 3.000 metri) che sembrano separare il mondo degli uomini dal grande nulla del Sahara, osservo le vaste distesa di pietra, le colline morbide che sembrano di velluto, le file di oasi che si snodano come serpenti lungo il fondo di valli benedette da qualche sorgente. È un susseguirsi di foreste di querce, tuie e alberi di argania. Vallate di rocce nei colori delle spezie, punteggiate da villaggi di case in argilla che l'alba trasforma in calde tonalità dorate. Mi inoltro lungo la valle del Dades, detta la strada dalle 1.000 kasbah per le innumerevoli costruzioni fortificate che quasi si nascondono fra i palmeti. Le mura color ocra in terra battuta dei ksour, hanno torri massicce in cui si aprono fessure capaci di lasciar fuori il caldo. Le balaustre e i portici ornamentali, invece, hanno infissi di legno intarsiato.

Osservare la vita degli abitanti berberi, è come tornare indietro nei secoli. Vanno e vengono con i loro asini carichi di legna, mentre le donne con scialli e vestiti variopinti raccolgono erbe aromatiche e mediche. Poi, il paesaggio si trasforma in nuda roccia. È il regno della “pianta-pietra”, incredibile adattamento all'ambiente ventoso e arido di una pianta così bassa e compatta da sembrare un sasso. Dopo Boumalne, la strada serpeggia capricciosamente ai piedi di alte pareti rocciose a strapiombo, dalle forme tondeggianti e morbide che nascondo villaggi fortificati in argilla e dolci cascate che dicono guarire le donne dalla sterilità. Sono le gole del Dades, scenografia unica nel bagliore del tramonto (è il momento migliore, al mattino si ha il sole negli occhi) quando la luce colora le montagne di malva, ocra e miele. Ancora una quarantina di chilometri ed ecco L'oasi di Tinerhir, fra le più alte del Marocco, alimentata dal torrente che fuoriesce dalle gole del Todra. Il suo palmeto è un labirinto dove è bello perdersi fra stradine, orti profumati e melograni. La pista si snoda nel fondo di un impressionante ma spettacolare canyon stretto fra alte pareti di roccia color mattone-grigio che sembrano volersi toccare in cielo. A Ouerzazate, cammino fra le stradine antiche della kasbah di Taourirt. Enormi nidi di cicogne, occupano le cime delle torri merlate. È una delle tante residenze del Glaoui, l'ultimo pasha di Marrakech, controverso personaggio della storia marocchina durante il protettorato francese. La facciata ha ricche decorazioni, all'interno sono rimaste solo alcune stanze dell'appartamento privato con dettagli in stucco dipinto. Risale al 12° secolo, invece, la kasbah di Ait Benhaddou: patrimonio dell'Unesco, fra le più esotiche e meglio conservate, scenario di moltissimi film (la serie infinita della Bibbia, Il The nel Deserto, Il Gladiatore).

Affascinata da queste architetture fortificate, mi inoltro ancora percorrendo l'antica pista del sale che scorre intagliata nel fianco della montagna. Era l'antico percorso per le carovane verso Marrakech. La pendenza aumenta, ma anche la bellezza delle kasbe e del paesaggio. Sulla riva opposta, a picco del fiume, vedo grotte chiuse da spesse mura di pietra. Sono gli agadir, granai collettivi scavati nella roccia e protetti da torrette angolari. Raggiungo Telouet, dove visito un'altra imponente residenza del Glaoui, abbandonata e con molte parti in completa rovina. Eppure, immaginando la passata sontuosità delle stanze, riesco a scorgere mosaici, stucchi dipinti e legni di cedro. Ora non conto più le distanze, ma il tempo di vita che trascorre in pulsazioni emotive. Ne sono consapevole, quando a Zagora non mi sfugge il mitico cartello “Timbuctu, 52 giorni di cammello”. È il punto di partenza per il Sahara marocchino. Seguendo tracce che s’inoltrano in vaste pianure sabbiose punteggiate da tamerici, raggiungo  l'erg Mhzil, una vasta estensione di dune sulle quali il vento disegna arabeschi. Mi accolgono nella khaima, la grande tenda dei nomadi berberi fatta di teli in pelo di capra e di cammello (tessuti rigorosamente dalle donne, ma cucite insieme dagli uomini). Comodamente accovacciata sugli spessi tappeti di lana, la luce argentata delle lampade a petrolio, davanti a un grande vassoio in rame, assisto al rito del tè alla menta. Il silenzio del deserto, il calore della tenda illuminata dalla luna, il sapore sin troppo dolce della torta di mandorle e miele, non lasciano spazio ai pensieri ma mi avvolgono in un'atmosfera di grande pace e armonia. Mi addormento al suono una nenia che viene da lontano.

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Foto: © Margherita Colnaghi 2012

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