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Jill Furmanovsky

Jill Furmanovsky. Io e i Pink Floyd.

Intervista Esclusiva.

di Alfredo Marziano

Fisico minuto, capelli corvini, look esistenzialista, Jill Furmanovsky ha 21 anni ed è accovacciata sul sedile di un vagone ferroviario: non un treno qualsiasi, ma il convoglio che sta portando i Pink Floyd in giro per il Regno Unito a promuovere The Dark Side Of The Moon, l’album che di lì a poco li trasformerà in rockstars planetarie. Lo scatto, in bianco e nero, è datato 1974, porta la firma illustre del batterista Nick Mason ed è il più curioso fra quelli che Photographia, a Milano, ha esposto nella mostra Just Another Brick In The Wall allestita in collaborazione con Rockarchive, l’archivio fotografico che la stessa Furmanowsky ha fondato nel 1998 e da cui provengono le opere: sue, ma anche di Mick Rock, Tony Collins, Colin Prime e Storm Thorgerson, il leggendario “graphic designer” dello studio Hipgnosis.

Macchina fotografica a tracolla, Jill seguiva i Floyd come un’ombra: nei camerini, a bordo palco, negli hotels, negli spostamenti da una città all’altra. Loro fingevano di non farci caso e lei scattava, cogliendoli nei momenti di relax o nel pieno dell’azione: appollaiati intorno al mixer, agli Abbey Road Studios, nel mezzo delle sedute di incisione di Wish You Were Here; in scena durante il tour di The Wall, David Gilmour illuminato da un fascio di luce mentre sguinzaglia la Stratocaster nell’indimenticabile assolo di Comfortably Numb. Jill Furmanovsky è (anche, non solo) una fotografa rock. Una reporter per immagini che ha vissuto in trincea le stagioni del Prog, del Glam, del Punk e del Britpop (per anni ha lavorato con gli Oasis) grazie a un formidabile talento intuitivo e alla capacità di trovarsi al posto giusto nel momento giusto: lei, rhodesiana di nascita, scaraventata nel 1965 nel pieno della Swinging London
 
Tutto comincia a Londra, in piena Beatlemania…
«Sì. Avevo 12 o 13 anni, me ne stavo tutto il giorno con le altre ragazze del fan club davanti agli studi di Abbey Road. A un certo punto arrivavano John, Paul, George e Ringo. Ognuno nascosto in una Mini di colore diverso e con i vetri fumè. Ogni tanto si fermavano a firmare autografi e a farsi fotografare. Il mio primo scatto di McCartney l’ho fatto così. Per un’amica, con una Kodak Instamatic».

Qualche anno dopo, l’ingaggio al Rainbow Theatre di Londra, come fotografa ufficiale. Come andò?
«Studiavo disegno tessile alla Central School of Art and Design e avevo appena cominciato a frequentare un corso di fotografia. Nel weekend andai al Rainbow a vedere gli Yes. Dal loggione notai i fotografi in piedi davanti al palco: mi intrufolai tra di loro fingendomi una professionista. Qualcuno mi fece un’offerta di lavoro e accettai subito. Non ero pagata, ma avevo in mano un pass “access all areas” con il mio nome stampato sopra. Guardavo gli artisti provare, vedevo e fotografavo concerti straordinari. Ricordo Bill Withers da solo con una chitarra acustica. Van Morrison con la Caledonia Soul Orchestra, 5 serate di fila. E i Pink Floyd che presentavano per la prima volta a Londra The Dark Side Of The Moon, ovviamente».
 
Come sei riuscita a conoscerli e ad accompagnarli in tour?
«Come tutti gli studenti d’arte dell’epoca, avevo portato il mio portfolio allo studio grafico di Hipgnosis, in Denmark Street. Un vero buco, come gabinetto usavano un lavandino. Storm Thorgerson valutò le mie foto: quelle posate e quelle scattate durante i concerti. E siccome i Floyd volevano documentare con un libro fotografico il loro prossimo tour, mi assunse seduta stante. Anche perché, disse, avevo un bel paio di tette. Eppure io non ho mai fatto nulla per mettermi in mostra. Sempre vestita di nero, con abiti che nascondevano le forme. Non sono mai stata una groupie».

Che impressione ti hanno fatto, come persone?
«Si sballavano raramente, erano ragazzi sportivi che giocavano a golf e a squash e seguivano le partite di calcio in tv. Richard Wright era timidissimo, Nick Mason il più amichevole (oggi è nel consiglio di amministrazione di Rockarchive). Roger Waters era una forza della natura. Intelligente, brillante e affascinante, ma mi incuteva molto timore. E sembrava l’uomo più arrabbiato del mondo. Un punk “ante litteram”, in un certo senso: ed è ironico che i punks considerassero i Floyd dei dinosauri».

E David Gilmour?
«Il perfetto contraltare di Waters. La dolcezza della sua voce e della sua chitarra bilanciavano l’aggressività e il furore di Roger. La chimica che scaturiva tra loro 2, per me, è sempre stata l’essenza dei Pink Floyd. L’ho rivista in azione durante le prove per il Live 8. Quando hanno ricominciato a suonare insieme, i vecchi rancori si sono dileguati in un attimo».

I Floyd sono sempre stati considerati un gruppo difficile da fotografare…
«Sopportavano a fatica le intrusioni nella loro vita privata. Nei camerini non si vedeva mai un discografico, il backstage era aperto solo alla cerchia degli amici e collaboratori più stretti. Ho sempre ammirato la loro capacità di nascondersi dietro la musica: potevano andare liberamente in giro a fare la spesa senza essere disturbati. Non hanno mai amato farsi fotografare perché non ne avevano bisogno. Anche questa è genialità».

Difficile, per una donna, farsi accettare nel mondo del rock’n’roll degli Anni ‘70?
«Fino a un certo punto. Essere donna, in un certo senso, mi faceva sentire più protetta. Il mio vero problema erano la giovinezza e l’inesperienza: i musicisti che incontravo, per me, erano come semidei intoccabili. Me ne restavo in un angolo senza il coraggio di dire una parola».

Le tue splendide foto d’epoca sono quasi tutte in bianco e nero…
«Allora andava così. Le diapositive a colori finivano nelle mani dei giornali e dei managers e non le vedevi più. E dopo un po’ il colore tendeva a dileguarsi. Ho ancora in mente una splendida foto di James Brown tutto sudato e vestito di rosso. Perduta per sempre, purtroppo».

Il rock è sempre stato considerato molto fotogenico.
«Concordo. Soprattutto gli scatti dal vivo. Ai tempi avevamo la fortuna di poter restare davanti al palco per tutta la durata dello show. Bisognava stare all’erta. Non c’erano macchine a motore, non c’era l’autofocus: dovevi rimanere in agguato, intuire quando il musicista avrebbe spiccato un balzo o fatto qualcosa di spettacolare. Ricordo un collega, Barrie Wentzell, che se ne stava tutto il tempo al bar. Veniva sotto palco solo durante i bis: il momento in cui le luci in sala si accendevano, il pubblico impazziva e i gruppi si spremevano fino all’ultima goccia di sudore. In un attimo faceva fuori mezzo rullino. E se andava via con le foto migliori della serata».

Wentzell è uno degli oltre 60 fotografi che hanno affidato i loro scatti a Rockarchive…
«Sì. L’archivio è nato per raccogliere, conservare e mettere a disposizione di tutti le nostre opere. Ci sono lavori di Barrie, Thorgerson, Mick Rock, Bob Gruen, Michael Putland e tanti altri, tirati in stampe in edizione limitata di alta qualità. E chi vuole, può comprarli».

Photographia
viale Lazio 1 (angolo viale Montenero), Milano
tel. 0294433038


www.photo-graphia.it
 
 
www.rockarchive.com

Foto: Jill Furmanovsky, © Virgilio Ponce
Pink Floyd durante le registrazioni di Wish You Were Here, Abbey Road Studios, Londra, settembre 1975
David Gilmour, The Wall Tour, Nassau Stadium, New York, febbraio 1980
© Jill Furmanovsky






 




 

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