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Crash Former Killah

John "Crash" Matos.

Paintings with a Hidden Agenda.

di Stefano Bianchi

Nel 1974 John Matos ha 13 anni. Il South Bronx, che l’ha visto nascere, ogni notte lo vede sgusciar via con una pattuglia di coetanei ispanici e afroamericani che si sparpagliano sulla pelle di New York correndo come formiche. John Matos si fa chiamare Crash. Con P.H.A.S.E. 2, Blade, Kase 2 e Dondi, scrive il nome di battaglia sui muri degli edifici abbandonati e sugli autobus rottamati. Inesorabilmente, quel mordi-e-fuggi di tags invade i vagoni della metropolitana. A colpi di spray sempre più agili e raffinati, Crash rischia ogni notte la pelle e la galera. Nel 1980, quando il mondo dell’arte si accorge dei graffitisti, il figlio di portoricani ha compiuto 19 anni. I suoi complici, stavolta, sono Lee, Fab Five Freddy, Lady Pink e Daze. Non hanno più bisogno di nascondersi nel buio pesto della notte. Espongono le prime tele nella collettiva Graffiti Art Success, nel Bronx, alla galleria Fashion Moda di Stefan Eins. Poi è la volta della Fun Gallery di Patti Astor, nel Lower East Side. Crash lavora duro, sperimentando nuove tecniche grafiche. Intanto, sopra e sotto la strada si stanno muovendo 3 futuri protagonisti del movimento: Samo, che dalle frasi/slogan si trasformerà in Jean-Michel Basquiat; Keith Haring, che tratteggia coi gessetti i suoi “subway drawings”; Kenny Scharf, che dipinge surreali fumetti “from outer space”.

Crash è il più Pop di tutti. I suoi graffiti, stracolmi di facce ghignanti e scritte assordanti, s’ispirano in più d’un passaggio a Roy Lichtenstein e a Tom Wesselmann. Nell’81, dal 15 febbraio al 5 aprile, partecipa con Basquiat, Haring e Scharf a quello che è a tutti gli effetti il “turning point” della scena artistica Downtown. Negli spazi dismessi della P.S.1 (Public School 1), nel Queens, Diego Cortez allestisce la collettiva New York/New Wave. L’evento, creato dal nulla, è il manifesto programmatico di ciò che ormai è nato in controtendenza col Concettuale e la Land Art. A esplodere, nella P.S.1, è un mix di graffiti, fotografie, musica e “readings” che coinvolge Fab 5 Freddy, Futura 2000, Robert Mapplethorpe, Joseph Kosuth, Nan Goldin, David Byrne, Arto Lindsay, Brian Eno, Robert Fripp, Lydia Lunch, Alan Vega dei Suicide… Perfino Andy Warhol e William Burroughs, guru dell’arte Pop e della letteratura Beat, danno il loro contributo alla rivoluzione dell’immagine e del suono che fa definitivamente spiccare il volo a Crash. Oggi Crash ha 50 anni ed è una leggenda della Graffiti Art. Oltre a essere diventato il marchio di fabbrica della cultura Hip-Hop, il suo guizzante modo di dipingere è entrato a far parte delle collezioni del MoMA di New York e del Groningen Museum. A Parigi, sta esponendo i suoi ultimi Paintings with a Hidden Agenda (Dipinti con una misteriosa agenda) che catturano tags smozzicate, schegge di lettere, colori fluorescenti. E occhi che sottintendono sguardi. Ammiccanti e misteriosi.

Qual è il significato di questa mostra?
«L’ho intitolata Paintings with a Hidden Agenda perché il mio è uno stile pittorico improntato al collage. Utilizzo immagini che talvolta generano mistero e confusione (le lettere che compongono il mio nome, le parole estrapolate dalla pubblicità o dalle poesie…), ma che comunque vengono interpretate in maniera diversa a seconda di chi le osserva».
 
Poi c’è il motivo ricorrente degli occhi…
«Mi piace dipingere gli sguardi femminili. Occhi che hanno una loro specifica espressività. Amo la bellezza, che storicamente si identifica nella donna».
 
I tuoi quadri sono un’evoluzione della Pop Art?
«Tutta la mia arte è in continua evoluzione. E credo possa suscitare ancor più interesse il fatto che rifletta la mia passione per l’immaginario Pop».
 
Cosa ricordi dei tuoi inizi, di quando dipingevi a colpi di spray i vagoni della metropolitana?
«I miei compagni d’avventura, l'adrenalina, i rischi che correvamo ogni notte, gli inseguimenti della polizia».
 
E di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, cosa mi dici?
«Ho incontrato Keith nel 1980 alla galleria Fashion Moda, e da allora siamo diventati amici. Jean-Michel, invece, l’ho conosciuto l’anno successivo in occasione di New York/New Wave. Ci rispettavamo, ma da semplici conoscenti».
 
Il Rock, a un certo punto, è entrato nella tua vita…
«Nel 1996, quando ho conosciuto Eric Clapton. Mi ha chiesto se potevo dipingergli una chitarra e così ho fatto. Gli è talmente piaciuta che se l’è portata in varie tournée. Visto il successo, la Fender me ne ha commissionate 50, fra Stratocaster e Telecaster. Le abbiamo chiamate Crashocaster. È stata una bella esperienza, dal punto di vista finanziario».
 
Perché hai trasferito la tua pittura dalla strada alla galleria d’arte?
«Non ho mai fatto distinzioni fra l’una e l’altra. Dipingo da quando ero bambino, e l’arte mi scorre nelle vene ben prima dei blitz nelle stazioni della metro. I graffiti sono arrivati dopo, e a quel punto non ho fatto altro che applicare la passione per l’arte al graffitismo».
 
Cosa ne pensi della Street Art di oggi?
«Che si è evoluta in una forma molto “cool”, dove non contano solo i graffiti ma chiunque abbia una voce e voglia dire qualcosa. La Street Art è ancora il modo più espressivo di parlare chiaro e tondo, senza sottintesi né compromessi».
 
Che messaggio vuoi dare ai giovani “street artists”?
«Non smettete mai. Difendete con orgoglio le vostre idee. Trasformate i vostri ideali in realtà, perché tutto è possibile».

John “Crash” Matos
Paintings with a Hidden Agenda
Fino al 6 maggio, Addict Galerie, rue de Torigny 14/16, Parigi
tel. 0033-1-48870504


www.addictgalerie.com

www.crashone.com

www.artesia.eu

www.tgv-europe.com

http://it.franceguide.com/home.html?nodeID=1

Foto: Former Killah, 2010
Untitled 1, 2010
Untitled 4, 2011
© Addict Galerie, Paris

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Crash Untitled 1Crash Untitled 4


 

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