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Betty Page uno

Betty Page.

32 visioni + una.

di Stefano Bianchi

Davanti all’obbiettivo sapeva essere innocente e peccaminosa, moglie e amante, “geisha” e sadomaso, ragazza della porta accanto e donna/oggetto per “voyeurs”. Pelle liscia come la pesca, occhi d’un blu profondo, capelli corvini e sorriso innocente, la nashvilliana Bettie Page (1923-2008), in arte Betty, è stata il sogno proibito e il mito erotico più fotografato degli Anni ’50. In poche parole: The Queen of Pinups. In uno scatto che la ritrae accoccolata in poltrona, più che la scollatura da vertigini è il suo sguardo, a sedurre. Perché lei, Betty, non aveva bisogno di mostrarsi a tripla X: le bastava alludere, ammiccare, provocare sottopelle. In un’altra foto, inginocchiata sopra un letto matrimoniale, guarda dritto negli occhi tutti quelli che la stanno spiando. E li sfida: con la nudità delle sue spalle e le sue cosce tornite. In altre immagini, ancora, si mette a ballare fra veli, trasparenze, lingerie. Di volta in volta è danzatrice del ventre, femmina della giungla, fiamma del peccato. Una, nessuna e centomila Betty Page. Anzi, 32 generosi ingrandimenti + 1: cuore della mostra che Contemporary Concept, a Bologna, le sta dedicando. E accanto a queste foto, eccone altre 489 (di cui 108 inedite) che compongono la collezione di Maurizio Rebuzzini: la più completa e ragionata, sul mito Betty Page. Scatti in bianco e nero, realizzati fra il 1951 e il ’56 da Irving Klaw ma soprattutto dalla sorella Paula. In origine, scatti di scarso valore estetico, formalmente approssimativi, che una volta scannerizzati per la conversione in digitale sono stati lavorati con spuntinature, interventi di bilanciamento delle luci, saturazione o desaturazione dei toni.

In quegli anni, Betty posava sia nei Camera Club (circoli per fotografi dilettanti) sia dai Klaw che realizzavano immagini maliziose e scabrose da vendere furtivamente per posta, sul filo della legalità. Tant’è che vennero indagati dall’FBI con l’accusa di traviare le nuove generazioni. Quelle foto, che i bigotti avrebbero volentieri messo al rogo, leggenda vuole favorissero il commercio di giubbotti in pelle e coltelli a serramanico. Che tu possa bruciare all’Inferno, Betty Page! A gridartelo è l’America puritana, già sufficientemente turbata dalle mosse Rock & Roll di Elvis The Pelvis. Ma la signorina continua a posare, insieme a colleghe più appariscenti di lei che però non hanno il suo sorriso, il suo sguardo, il suo “copyright”. Pinups in bianco e nero che nessuno ricorda più. Qualcuna, forse, andrebbe salvata: Lily St. Cyr, Blaze Starr, Tempest Storm… Nessuna, però, come la Betty Page che Paula Klaw fotografò in modo primitivo e semplificato (un colpo di flash e via) fra un tavolino zoppo, una tenda rabberciata, un divanetto e niente più. Squallida messinscena. Ma ci pensava Betty, la quintessenza del peccato, a saturare l’atmosfera di erotismo per poi deviarla verso il “bondage” e la sottomissione. Quegli scatti, puntualmente, venivano venduti come stampe originali e pubblicati sulle riviste che all’epoca erano considerate “hard”.

Betty la star, a un certo punto della sua vita, prende il posto della povera Betty che a 10 anni, in seguito al divorzio dei genitori, era stata affidata con la sorella a un orfanatrofio. E prende il posto della ragazzina che in una comunità assistita ha imparato a leggere, scrivere, cucire e cucinare. Si iscrive al Peobody College con l’intenzione di diventare insegnante. Ma sogna di fare l’attrice, e si dà con profitto all’arte drammatica. Nel ’43 sposa l’ex compagno di scuola Billy Neal, si trasferisce da Nashville a San Francisco e trova lavoro come modella per una pellicceria. Poi si mette a viaggiare, vola fino ad Haiti, divorzia nel ’47 e va a New York. Nel ’50, fare la segretaria non le basta più. A Coney Island, incontra l’ufficiale di polizia Jerry Tibbs che ha l’hobby della fotografia. La svolta, attesa con tenacia e l’autostima a mille, arriva sottoforma di “portfolio”. Nel giro di pochi mesi, Betty posa per Wink, Eyefull, Titter, Beauty Parade. Tra le foto, quelle di Robert Harrison le permettono di fare il salto di qualità e di finire tra le pagine del Movie Star News, il catalogo delle pinups griffato Irving Klaw. Nel ’54, durante una vacanza a Miami, incontra l’ex modella e aspirante fotografa Bunny Yeager che la ritrae come “Betty nella giungla”. Nel ’55, Hugh Hefner la promuove “Playmate of the Month” su Playboy. Nel ’53, ’54 e ’55, compare in un tris di lungometraggi devoti all’arte dello spogliarello: Striporama, Varietease e Teaserama. Nel ‘57 smette di farsi fotografare e si converte al Cristianesimo: a causa, si dice, di un esaurimento nervoso dovuto alla fine del secondo matrimonio con Armand Walterson. Rinnega la sua vita, rinnega le foto, entra nel mito. Muore 85enne, l’11 dicembre 2008, senza probabilmente sapere che le nuove regine del Burlesque si sono ispirate a lei. Una su tutte: Dita Von Teese.       

Betty Page
32 visioni + una
Fino all’11 febbraio, Contemporary Concept, via San Giorgio 3, Bologna
tel. 3400710216


www.contemporaryconcept.it

www.bettiepage.com

Foto: Irving Klaw e Paula Klaw, © Maurizio Rebuzzini

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Betty Page dueBetty Page tre


 

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