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Penny Lane copertina libro

Chiedi dov'erano i Beatles.

di Alfredo Marziano

Lo confesso. Ce ne ho messo di tempo, a innamorarmi dei Fab Four. Fuori tempo massimo per vivere la Beatlemania in tempo reale, troppo schizzinoso per appassionarmi a una musica che ti inseguiva ovunque, alla radio e sugli stereo di quegli amici un po’ distratti che compravano un disco o due all’anno (quelli dei Beatles, appunto).  Feci appena in tempo ad afferrare per la coda i loro ultimi 45 giri, prima che il Mito implodesse in una deflagrazione di risentimenti e di veleni. Era l’agosto del 1970, Come Together, Something e Let It Be entravano e uscivano dalla bocca vorace del mio mangiadischi arancione contendendo il primato a Whole Lotta Love e ad Heartbreaker dei Led Zeppelin, a Badge dei Cream, a Run Through The Jungle dei Creedence Clearwater Revival, a cose più effimere e leggere come Sympathy e Yellow River dei Christie. Raccolsi le ultime briciole (The Long And Winding Road), poi mi fermai. Il mondo, allora, guardava sempre avanti, nessuno se ne stava con lo sguardo incollato allo specchietto retrovisore: niente nostalgie, all’orizzonte incalzavano nuovi gruppi che sembravano altrettanto eccitanti e avventurosi, i Pink Floyd del dopo Syd Barrett e i Santana, il Prog e la West Coast. E poi, di fronte all’eterno dilemma Beatles-Rolling Stones, io stavo dalla parte dei Glimmer Twins: perché non piacevano a mia sorella maggiore e disturbavano i miei genitori, rimarcando la differenza tra il mio mondo e quello degli adulti. Restai fermo sulle mie posizioni fino a quei quattro colpi di pistola dell’8 dicembre 1980, davanti al Dakota Building di New York. Colpito a freddo come il resto del mondo, rimpiansi d’improvviso la sfacciata esuberanza e la grandezza visionaria del giovane Lennon, riconobbi che solo un genio (il Macca dei bei tempi) poteva scrivere canzoni come Eleanor Rigby e She’s Leaving Home, riscoprii il fascino esotico di Norwegian Wood e del sitar di George, ripresi finalmente ad ascoltare quel Sgt. Pepper che avevo messo da parte senza voler ammettere che molta della musica che amavo, in fondo, aveva origine proprio lì. Ci ho messo altri trent’anni per decidermi al passo successivo, un pellegrinaggio nei luoghi sacri dei Magnifici Quattro da annotare su un libro concepito in forma di guida turistica: complice un amico e collega inglese, Mark Worden, che i Beatles ha cominciato ad ascoltarli da bambino grazie ai dischi suonati a tutto volume dai fratelli maggiori. Insieme, qualche anno fa, ci eravamo già rimessi sulle piste dei Pink Floyd, tra Cambridge e Londra. Stavolta si trattava di riesumare le tracce che i Fab avevano disseminato tra la città natale, Liverpool, e la Capitale, in anni di vita intensa frenetica e straordinaria. Come Bob Dylan (avvistato da quelle parti più o meno un anno fa) e migliaia di anonimi fans, abbiamo sostato in raccoglimento a Menlove Avenue, nella villetta, “Mendips”, dove John viveva con l’inflessibile zia Mimi; e poi a Forthlin Road, modesta abitazione dei McCartney negli anni dell’adolescenza dove, racconta Paul, sono nate canzoni come Love Me Do e I Saw Her Standing There. Nelle aree suburbane di Speke e di Woolton, di Allerton e del Dingle (il poverissimo quartiere proletario in cui è nato e cresciuto Ringo) abbiamo scoperto una città non troppo cambiata dai ’50 ad oggi,  una lunga teoria  di casette “two ups, two downs” (quattro stanze, due per piano) che sembrano tutte uguali ma che per un fan custodiscono piccoli segreti meravigliosi: è lì che i nostri eroi ascoltavano il rock’n’roll alla radio, strimpellavano le prime chitarre, provavano le prime canzoni.

Eravamo pronti a incassare qualche piccolo shock, qualche inevitabile delusione: il quartiere del Cavern ricostruito a uso dei turisti, la scuola che diede i natali ai Quarry Men abbattuta e sostituita da un supermercato della Tesco (!). Però, che diamine, Liverpool è gemellata con Pepperland, e nel caso te ne fossi dimenticato c’è il sottomarino giallo davanti all’aeroporto a ricordartelo. Per anni la città dei Beatles ha coltivato il suo mito con discrezione e pudore britannico, ora sembra essersi svegliata e incamminarsi sulla via di Graceland: c’è un museo ufficiale, il Beatles Story, ci sono i taxi e i bus  che promettono  “magical mystery tours” con sosta obbligatoria a Penny Lane, a Strawberry Field e alla St. Peter’s Church dove  John e Paul ebbero quel primo fatidico incontro, il 6 luglio del 1957. Ci siamo accorti subito che i tour guidati spolveravano solo la superficie della storia: la Liverpool dei Beatles vive anche di rotte più autentiche e meno battute. Ecco le sale da ballo che hanno conservato il nome di un tempo. Ecco il Casbah Club preservato dalla famiglia di Pete Best (il batterista silurato per far posto a Ringo) come fossimo ancora negli early Sixties. Ecco il pub Ye Cracke apparentemente uguale a com’era quando si conobbero John e Cynthia, lei timida e perbene seduta in un angolino, lui smargiasso e vociante tra un boccale e l’altro di black velvet, l’intruglio di Guinness e sidro con cui gli studenti del College of Art amavano andare su di giri.

Londra, ovviamente, è un’altra cosa. Londra ha dimenticato, fagocitato, cancellato con un colpo di spugna, consegnandosi a ripetute stratificazioni architettoniche e a continui programmi di "redevelopment": ogni volta che ci torni, rischi di non trovare più il ristorantino o la bottega preferita, figurarsi le vestigia dell’epoca Swinging (sarebbe come pretendere di ritrovare intatti e immacolati, 40 anni dopo, il Derby o il Santa Tecla a Milano). Resta Abbey Road, naturalmente, con le immancabili foto sulle strisce pedonali e i muretti di cinta imbrattati di firme, cuoricini, pensierini, strofe estratte da Imagine e da Hey Jude. E meno male che, messo in guardia dalle voci allarmate di una possibile vendita da parte della EMI,  il Ministero della Cultura britannico ha imposto un vincolo d’uso allo stabile: non corriamo il rischio di  vederlo diventare in futuro una lussuosa abitazione da nababbi, una casa di riposo o la sede di una finanziaria americana. Poco altro, nella metropoli, è sopravvissuto all’incuria e all’erosione del tempo. Vuoi salire sul terrazzo della Apple a Savile Row? Sorry, l’ingresso è "off limits" e le grandi sartorie londinesi sono ridiventate padrone di quella via un tempo invasa da fans sciammannate, Hell’s Angels poco raccomandabili e hippies senza fissa dimora. Vuoi visitare i locali in cui i nostri eroi trascorrevano le serate facendo bisboccia con Mick Jagger e Brian Jones, con gli Animals e Georgie Fame? Macchè, al posto del Vesuvio oggi c’è un negozio di computer, gli arredamenti ultra-kitsch dell’Ad Lib hanno lasciato il posto al grigiore degli uffici, e nel Bag O’ Nails galeotto per  Paul e Linda l’accesso è riservato ai membri di un club esclusivo. Pazienza, la caccia al tesoro diventa più appassionante e ti costringe a lavorare di fantasia: è bello scoprire che dove sorgeva l’Indica (luogo del fatidico primo incontro tra John e Yoko, un giorno del novembre 1966) resiste tuttora una piccola galleria d’arte, non è difficile immaginare i volti di John e Yoko, di Paul o Jimi Hendrix ancora affacciati alla finestra al pianterreno delll’appartamento di Montagu Square. Riavvolgendo il filo, ti rendi conto di quale esilarante e frenetico "trip" furono protagonisti i Favolosi Quattro: giornate folli scandite da sessions radiofoniche, apparizioni televisive, premi, ricevimenti, concerti (magari al cospetto della Principessa Margaret e della Regina Madre), sotto l’occhio vigile di Dezo Hoffman, di Angus McBean o di Fiona Adams, reporter per immagini con la macchina fotografica a tracolla. Una favola straordinaria e irripetibile, una cometa luminosa di cui abbiamo provato a inseguire la scia stando attenti a raccogliere quel po’ di polvere di stelle che ancora circola nell’aria.

Alfredo Marziano e Mark Worden, Penny Lane – Guida ai luoghi leggendari dei Beatles a Londra e Liverpool, Giunti Editore, Collana Bizarre, 240 pagine, € 18

www.giunti.it


Vacanze Beatlesiane
di Peppo Delconte

Forse si è esagerato con la pubblicazione di libri sul rock e in particolare sui Beatles, ma almeno questo si distingue da tutti i precedenti e punta su un obiettivo umile ma concreto. Se siete fedeli al pop dei Baronetti e al bel tempo andato della Swinging London, ecco una guida tutta per voi e per una vacanza indimenticabile (quasi archeologica) alla ricerca dei vostri eroi. Penny Lane – Guida ai luoghi leggendari dei Beatles, è composto di 120 schede curate da Alfredo Marziano e Mark Worden, 2 giornalisti capaci di scavare nella materia in esame, mescolando gradevolmente la geografia con la storia e rievocando gli episodi della straordinaria carriera del gruppo attraverso i luoghi (e i non luoghi) dove sono accaduti. Dunque il lettore, mentre scorre le schede, può usare i capolavori beatlesiani come “soundtrack” e intanto cominciare a preparare le valigie... Nel frattempo si chiederà: “Ma cosa sto progettando (o sognando)? Un pellegrinaggio, o una gita turistica?”. Probabilmente la risposta giusta è: un po’ l’uno e un po’ l’altra. Infatti, il libro è diviso in 2 sezioni: la prima sulla Liverpool dell’infanzia e degli esordi, la seconda sulla Londra delle stagioni trionfali. Nelle schede della prima parte abbondano le tappe più lontane nel tempo e più segrete (o meglio, più sprofondate nelle nebbie della memoria): l’oratorio di St. Peter, dove s’incontrarono per la prima volta Paul e John, poco più che adolescenti; le scuole che hanno frequentato; i locali delle prime storiche esibizioni (dal Casbah Coffee al Cavern, dal Jacaranda all'Iron Door, culla del Mersey Beat); i mitici Strawberry Field e Penny Lane. E qui affiorano davvero sensazioni da pellegrinaggio.

Nella seconda parte, invece, riemerge la Londra più eccitante di tutto il ‘900 e le celebri “locations” che hanno messo in scena la leggenda dei Beatles: la battutissima Abbey Road; gli studi della BBC a Regent Street; il Palladium e gli altri teatri dei grandi concerti; le case che hanno abitato, prima di trasferirsi nelle residenze di lusso fuori città... E qui si può immaginare un po’ più banalmente greggi di turisti che sciamano inebetiti in spazi metropolitani che hanno visto, oltre ai trionfi dei Fab Four, anche molti altri eventi storici. In conclusione, una piacevole e veloce lettura con un chiaro obiettivo finale, sempre che alla fine si sia messo da parte il gruzzolo sufficiente per partire. Cosa che, in questi tempi di duri sacrifici, non è facile per tutti, specialmente se si considera che tra i fans dei Beatles ci sono persone di tutte le età, dagli studenti ai pensionati.

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Foto: Statue dei Beatles, Liverpool Parkway Station, Garston, Liverpool
Strawberry Field, Beaconsfield Road, Liverpool
© Mark Worden

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Statue BeatlesStrawberry Field


 

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