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Perplessità

Gillo Dorfles.

L'avanguardia tradita.

di Stefano Bianchi

Certo che a vederlo e ad ascoltarlo così lucido e ironico, con quegli occhi che sprizzano curiosità, non c’è verso di credere che abbia compiuto da poco 100 anni. Triestino, padre goriziano e madre genovese, Gillo Dorfles ha attraversato il ‘900 da spirito libero teorizzando il Kitsch, analizzando Mode & Modi, osservando con affetto e scrupolosa attenzione il debutto d’ogni giovane artista. «Sono un bifido», si è autodefinito alludendo al doppio impegno della sua vita: Gillo critico e Gillo pittore. Il primo, puntualmente, ha offuscato il secondo. Il raffinato ed efficace saggista, infatti, è ben conosciuto; l’artista, seppure attivo dagli Anni ’30, è sconosciuto al grande pubblico. Lui, ironicamente, ammette: «Sono un critico e sono stato un professore universitario. Quando dipingevo, i critici mi consideravano un pittore della domenica. I colleghi pittori, invece, sostenevano che non avessi il diritto di dipingere: perché non mi criticavo abbastanza. Dipingere mi ha sempre dato un’immensa soddisfazione: per l’atto materiale in sé, e perché solleva dalla meditazione, dallo studio, dall’insopportabile rumore della vita». Il critico d’arte Luigi Sansone, chiamato a censire tutto il suo lavoro pittorico per poi redigere e pubblicare un Catalogue Raisonné, per settimane s’è dato appuntamento a casa Dorfles, a Milano, con Gillo che sosteneva di aver dipinto al massimo qualche centinaio di opere. Senonchè, dai cassetti, hanno cominciato a spuntar fuori fogli su fogli. E una tela in particolare, intitolata Vitriol e raffigurante un’amorfa, misteriosa creatura grigio-verde, ha testimoniato che il buon Gillo, a 99 anni suonati, non si era minimamente sognato di deporre tavolozza e pennelli. Fatti i conti, sono 1930 le opere realizzate da questo garbato, attento, adorabile gentiluomo. E 207 (fra dipinti, disegni, ceramiche e gioielli) sono esposte a Palazzo Reale nella mostra Gillo Dorfles. L’avanguardia tradita.  «Amo spassionatamente Paul Klee, il più grande pittore del ‘900. Più di Picasso e più di Mondrian. Ma non l’ho mai imitato, perché è impossibile. Vorrei somigliargli, anche solo per un millesimo. Ma non mi illudo. La mia illusione, semmai, è di aver creato forme autonome».

Come ad esempio le 3 enigmatiche figure, disegnate a china nel ’30. Un po’ animali un po’ vegetali un po’ umane. Metafisicamente surreali. Fra queste e il Vitriol (cioè Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem, scritta esoterica da tradurre in Visita l’interno della Terra, rettificando troverai la pietra nascosta) corrono 80 anni durante i quali Gillo Dorfles ha conosciuto la grande Arte: dall’Astrattismo alla Transavanguardia, passando per il Chiarismo, il Neorealismo, l’Informale, la Pop Art e l’Arte Povera. Ma libero di pensare e di agire, mosso da un’innata «intima necessità», ha scandagliato un microcosmo interiore popolato da entità misteriose. «Ho sempre desiderato di essere (o di fare?) il pittore senza pensare a successi, onori o guadagni. È l’atto di disegnare e dipingere che è stato per me – sin dall’infanzia – qualcosa di quasi coercitivo che mi ha obbligato a riempire di sgorbi (o erano mirabili invenzioni?) le pagine dei miei libri scolastici, il legno dei duri banchi delle medie, la sabbia delle spiagge estive». Nel ’48, con Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet fonda il Movimento Arte Concreta (MAC) polemizzando contro la Figurazione, l’Astrazione post Cubista e il Neorealismo sempre più strumentalizzato dalla politica. Poi, dal ’58 fino al debutto degli Anni ’80 si dedica agli scritti d’estetica, critica d’arte e costume diradando la pittura «perché non sentivo di poter fare cose analoghe alla Pop Art. Quando 20 anni dopo l’Informale è stato “affondato” e la Pop era ormai declinata, ho potuto riprendere l’attività pittorica». Gillo, allora, si mette a disegnare e a dipingere organismi fluttuanti, dinamici, anomali. Dà vita, cromaticamente, a figure antropomorfe, botaniche, geologiche, zoomorfe che si incontrano, intrecciano, accavallano. Ricerca (memore della specializzazione in psichiatria fra il ’37 e il ’40, a stretto contatto coi pazienti, all’ospedale di Pavia) la complessità dell’uomo: surreale, “kafkiano”, fuori dai canoni. Sperimenta e sperimenta ancora, invidiabile centenario. «Una delle cose che mi ha sempre interessato e mi interessa di più, è studiare la persona: l’uomo come è, le sue virtù, i suoi difetti. Sono sempre stato curioso del mondo. Credo dipenda dal grande interesse che ho avuto e ho verso il prossimo. Il prossimo mi interessa più di me stesso, per fortuna». Buon futuro, Gillo Dorfles.

Gillo Dorfles. L’avanguardia tradita
Fino al 23 maggio, Palazzo Reale, piazza del Duomo 12, Milano
tel. 0254918
Catalogo Edizioni Gabriele Mazzotta, €16

www.mostradorfles.it      


Gillo il critico
di Peppo Delconte

Quanti Dorfles abbiamo festeggiato il 12 aprile? Innazitutto l’artista, che per tanto tempo è vissuto da “clandestino” accanto agli altri Dorfles. E tuttavia un centesimo compleanno è un’occasione davvero rara e preziosa, in cui sarebbe assurdo non festeggiare anche tutti gli altri: il critico, l’intellettuale, il sociologo delle arti, il semiologo, lo studioso di teorie estetiche, l’esploratore instancabile dei gusti, delle mode, delle tecniche. Certo, avere tanto tempo a disposizione è una gran fortuna. Una fortuna che Gillo Dorfles non ha comunque sprecato. Anzi, dopo un così lungo percorso, si può ben dire che la sua infinita curiosità non si è affatto manifestata come un pericolo, una tendenza a disperdersi in troppe direzioni. È diventata, piuttosto, la principale spinta a una ricerca sempre più in profondità. Accumulando tanti saperi e tanti strumenti di studio, l’ineffabile Gillo ha saputo trovare nelle sue opere scritte (come nella sua arte) una compattezza e una coerenza difficilmente pronosticabili.

Se nei primi 40 anni predomina l’attività artistica (almeno fino alla fondazione del MAC), il lavoro dello studioso assume una portata rivoluzionaria e preponderante. In opere come Le oscillazioni del gusto o Il divenire delle arti, Dorfles s’impegna con tutti i suoi saperi (estetica, linguistica strutturale, teoria dell’informazione, etc.) per decifrare le diverse problematiche delle arti del ‘900 e per eliminare i molti preconcetti verso di esse da parte di una maggioranza silenziosa/sospettosa. Poi, nel ’65, pubblica il fortunatissimo Nuovi riti nuovi miti: analisi socio-antropologica della civiltà moderna in tutti i suoi aspetti. È l’opera della maturità che lo pone fra i più celebrati “guru” del pensiero critico novecentesco. Ma Dorfles non è uomo capace di dar requie alla sua curiosità. Continua a indagare su qualsiasi fenomeno della contemporaneità: dal kitsch al design, dalle forme gergali alla pornografia, dal piercing ai videogames. Con Elogio della disarmonia (’86), sottolinea l’importanza di recuperare il pensiero mitico, l’irrazionale, per combattere il conformismo; e nei veloci appunti raccolti sul recente Horror Pleni, lancia un drammatico allarme: l’eccesso di comunicazione sta diventando assenza di vera comunicazione, l’umanità del nuovo millennio sarà costretta ad affrontare un corto-circuito mediatico, tendente a soffocare ogni attività creativa in una specie di Apocalisse Culturale. Ci vuole la saggezza di un meraviglioso centenario per metterci in guardia da questa “in-civiltà del rumore”.


Gillo, inviato alla Biennale

È un viaggio nell’arte del 20° secolo (dagli Anni ’40 fino al 2000) quello che Gillo Dorfles ha intrapreso in occasione delle Biennali d’Arte di Venezia. Un viaggio scrupolosamente documentato e di volta in volta pubblicato su cataloghi, riviste, quotidiani. Sono pagine redatte “in diretta”, quelle racchiuse nel volume Inviato alla Biennale, che individuano oscillazioni del gusto, trasformazioni di codici, generi, indirizzi artistici. In sequenza, dentro questo “taccuino” dove scorrono Metafisica e Astrazione, mercificazione e contestazione, verbo Pop e Arte Cinetica, ritorno alla manualità e istinto ludico, si accavallano situazioni, opere e aneddoti. Saldando memoria e contemporaneità.

Gillo Dorfles, Inviato alla Biennale, Libri Scheiwiller, 540 pagine, €18

Foto: Perplessità, 2000, collezione privata
Custodire l’intervallo, 1996, collezione privata
Intersezioni I°, 1956, collezione privata

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