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Nick Hornby

Tutta un'altra musica.

Incontro con Nick Hornby allo Spazio Krizia di Milano.

di Stefano Bianchi

La musica che gira intorno. Figuriamoci stavolta, che in ballo c’è Tutta un’altra musica. Nick Hornby, che della musica ha fatto la sua ragione di vita e di scrittura (leggi Alta Fedeltà, con quel pulcioso negozio di dischi londinese, nonché le raccolte di saggi 31 canzoni e Rock, pop, jazz & altro), anche quando nei suoi romanzi non cita titoli di LP o nomi di rockstars, ti sembra di sentirla, la musica, nel “suono” della sua prosa. Quante volte, leggendo quel ruvido gioiello di Febbre a 90° che rispecchia il suo incorruttibile tifo per l’Arsenal, ci ho sentito dentro i Clash più barricaderi…

Bene. Tutta un’altra musica è ancora di più. È la storia di un “triangolod’amore e musica. C’è una coppia di quarantenni in perenne calma piatta, che si lascia vivere nel torpore costiero di Gooleness. Lei si chiama Annie, fa l’impiegata in un museo e da un po’ di tempo ha un forte desiderio di maternità che lui, cioè Duncan, è ben lungi dall’esaudire preso com’è dall’ossessiva passione per l’altro, cioè Tucker Crowe: meteora del rock americano sparita nel 1986 nel bel mezzo di una tournée. Mania condivisa via Internet, giorno e notte, con qualche centinaio di fans sparsi nel mondo. Annie comincia a domandarsi che senso abbia continuare così, con una relazione che si sta esaurendo in una gran perdita di tempo. Senonchè a Duncan, per posta, arriva l’album più famoso di Tucker Crowe. Non quello "standard". Una versione inedita. Evviva. La rockstar è riemersa dal nulla. E se Annie, insoddisfatta cronica, volesse conoscerla di persona?   

La trama di Tutta un’altra musica nasce da una storia vera…
«Mentre stavo ragionando su un possibile soggetto per il romanzo, mi è capitato di leggere un’intervista su Vanity Fair a uno dei cantanti più famosi della “black music”, Sly Stone, che era da tempo scomparso nel nulla. Il giornalista, suo grande fan, aveva tentato più volte di rintracciarlo. Dopo esserci finalmente riuscito, aveva scoperto che per 5 anni si era dileguato nel deserto, in sella a una motocicletta. Ciò che mi ha colpito è stato il potere narrativo di quella storia: una star adorata, un vero e prorio oggetto di culto che fa perdere ogni traccia di sé per poi ricomparire».
Non ti ricorda Jerome David Salinger, l’autore de Il giovane Holden fuggito dalla notorietà per scegliere una vita nascosta da tutto e da tutti?
«Devo ammettere che anche il caso del romanziere newyorkese ha influenzato la stesura del mio libro. Le infinite ipotesi alimentate dalla stampa su cosa Salinger avesse fatto durante il suo “esilio”, o se magari avesse pronto nel cassetto un romanzo da 2.000.000 di parole… E poi la foto, che un estraneo gli ha furtivamente scattato 10 anni fa mentre usciva da un supermarket. Ripensando a quell’espressione triste e allibita, ancora oggi mi chiedo: siamo sicuri che fosse davvero Salinger? In più, ho letto il libro di un critico britannico che esaminando la storia sostiene che uno dei paradossi che la riguardano è il fatto che lo scrittore avesse vissuto costantemente, quand’era giovane, sotto l’occhio del pubblico: girando per New York a distribuire il biglietto da visita a ogni editore, comunicando a chiunque il suo numero di telefono. C’è una sorprendente differenza, fra il Salinger di ieri e quello di oggi, che ritroviamo nei comportamenti di Tucker Crowe, la rockstar di Tutta un’altra musica. Anche lui, in gioventù, è stato talmente superficiale da immergersi anima e corpo nel pubblico fino a decidere di scomparire. Da qui, deduco che l’assenza dà profondità, mentre la presenza è sinonimo di superficialità».
A proposito di assenza: Tucker Crowe è là, nascosto da qualche parte, e attorno c’è il Web con i suoi ammiratori che si confrontano e parlano di lui. Com’è cambiata la celebrità, ai tempi di Internet?
«Tra gli effetti più palpabili della Rete, c’è il coagulo dei fans. 20 anni fa, Tucker Crowe si sarebbe ritrovato solo con le sue ossessioni, immerso nella squallida incomunicabilità di una cittadina costiera del Regno Unito. Non ci sarebbe stata anima viva, a condividere il rock con lui. E nessuno avrebbe alimentato il mito dell’artista scomparso, tipo Jim Morrison. Invece, grazie a Internet, entra in contatto con ragazzi inglesi, americani, canadesi, australiani. Pochi, ma irriducibili. E percepisce di essere vivo, al centro dell’universo, insieme a loro. A dialogare di musica».
E quando arriva la versione inedita del suo disco più famoso, Duncan scrive una recensione appassionata come una dichiarazione d’amore e gliela manda. Annie, meno fanatica di lui, ne scrive un’altra più meditata e tranquilla. Tutto ciò, ha il potere di svelare l’esistenza di Tucker Crowe, da qualche parte, lontano…
«Uomini e donne, vivono le loro passioni in modo sostanzialmente diverso. Gli uomini arrivano perfino a perdersi, nell’oggetto della loro devozione. Penso ai fans di Bob Dylan (ne conosco parecchi), talmente folli da possedere 500 o 600 registrazioni dei suoi concerti. Mi sono chiesto: se un cultore di Dylan rientrasse a casa dal lavoro e sua moglie gli dicesse “Ho incontrato Bob a una festa e vuol venire a letto con me”, come reagirebbe? Le impedirebbe di uscire, o prenderebbe al volo la chance di scoprire qualcosa di stuzzicante sul suo idolo?».
E qui entriamo nella “pop culture”. Una volta hai dichiarato che quando un libro diventa popolare, chi l’ha scritto passa immediatamente dalla categoria dei romanzieri “alti” a quella (disprezzatissima) degli autori di bestsellers…
«Cultura “alta” e “bassa”, sono da sempre i miei argomenti preferiti. E se penso (rimanendo in tema) che gran parte delle persone è convinta che il bestseller sia un genere letterario, mentre è solo un libro che stravende… Più passano gli anni, e più mi rendo conto di non esser capace di distinguere fra cultura “alta” e “bassa”. Tutto quello che la società produce, è cultura. Punto e basta».
Ti senti figlio della cultura pop?
«Certo, e ne vado fiero. Sono nato nel 1957 e da ragazzino guardavo la tv, leggevo i fumetti, andavo al cinema, ascoltavo i Beatles. Al giorno d’oggi, se sei uno scrittore devi per forza sbandierare influenze letterarie. Nulla di più falso: la cultura dei massmedia (dalla tv alla musica), influenza la scrittura tanto quanto la letteratura. Ma se sono io a dirlo, è uno scandalo».
La Top 5 dei capolavori letterari secondo Nick Hornby.
«1 - Great Expectations (Charles Dickens). 2 - The Accidental Tourist (Anne Tyler). 3 - This Boy’s Life (Tobias Wolff). 4 - Birds Of America (Lorrie Moore). 5 - The Giant’s House (Elizabeth McCracken)».
Il più grande intellettuale inglese.
«È nato a Strasburgo, però vive in Inghilterra. Si chiama Arsène Wenger, allena l’Arsenal Football Club ed è il massimo intellettuale europeo del momento».
Cosa c’è nel tuo iPod?
«Più o meno 16.000 canzoni».
Chi hai scoperto di recente?
«Riscoperto, direi: il Sir Douglas Quintet, gruppo losangeleno nato nel 1964».
In un’intervista ti sei definito malinconico.
«Tutti i miei romanzi hanno una sfumatura di malinconia. Idem per quanto riguarda i miei personaggi, che attraversano le varie situazioni un po’ disorientati e depressi. Anch’io per un lungo periodo mi sono sentito così. Ma la depressione va e viene. E la stesura di un libro è un buon momento per essere depressi».
Dovremmo interpretare i tuoi romanzi, hai detto, come lunghi monologhi in cui parli attraverso le voci dei protagonisti. Qual è il tuo libro più autobiografico?
«Febbre a 90°. In Alta Fedeltà, invece, penso di condividere alcuni tratti caratteriali del protagonista».

Nick Hornby, Tutta un’altra musica, Guanda, Collana Narratori della Fenice, 322 pagine, € 17

www.guanda.it

www.nicksbooks.com

Foto: Eleonora Tarantino 2009
Sir Douglas Quintet

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