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Leonard Cohen

Leonard Cohen.

Confrontiamo allora i nostri miti.

di Peppo Delconte

Nel mare di libri-oggetti di consumo che ci vengono quotidianamente rovesciati addosso, è confortante scoprire di tanto in tanto iniziative editoriali che sembrano nate all’insegna del coraggio. La collana Sotterranei di Minimum Fax, ha già dato molte prove di questa sempre più rara virtù e ora si conferma con un’impresa ai limiti dell’incoscienza: l’integrale traduzione italiana delle poesie di Leonard Cohen, a iniziare canonicamente da questo Confrontiamo allora i nostri miti che rappresenta il suo esordio letterario, a soli 22 anni. Siamo nel 1956. Stagione ormai lontana, tanto lontana che è facile dimenticare quanto fosse -  specie al di là dell’Atlantico - viva e turbolenta... Proprio in quell’anno, vengono pubblicati quasi contemporaneamente Howl and Other Poems di Allen Ginsberg e Let Us Compare Mythologies del giovane Cohen. È Giancarlo De Cataldo, traduttore con Damiano Abeni, a ricordarci nella sua gustosa prefazione questa coincidenza che oggi sembra davvero incredibile. Infatti il guru della Beat Generation, scomparso nel ‘97, è una figura che sembra archiviata da secoli nel suo scaffale, mentre Cohen ha festeggiato in tournée il 75° compleanno, confermandosi uno di quei “mostri sacri” che conoscono tutti i riti di rigenerazione primaverile (particolarmente coltivati nella tradizione ebraica) di cui spesso parla nei suoi versi. Ma quando ha pubblicato la sua prima raccolta, non pensava di usare il suo talento anche come autore e interprete di canzoni: era un giovane laureato, colto e completamente immerso nel mondo letterario. Le canzoni gli sembravano cose da ragazzi: sui banchi di scuola anche lui aveva formato un trio di musica country senza pretese, ma quello su cui contava di più fin d’allora era scrivere versi per far colpo sulle ragazze... E quel vizio non riuscì più a toglierselo: «Scrivevo messaggi per le donne. Loro li facevano circolare e la gente li chiamava poesia. Quando non funzionava con le donne, io mi rivolgevo a Dio». Nato a nel ‘34 a Montreal, in una famiglia ebrea osservante, Leonard Norman Cohen è già una promessa della poesia canadese quando si trasferisce a New York, bazzica il famoso Chelsea Hotel dove passavano molte stelle emergenti del rock (da Bob Dylan a Janis Joplin) e prima di accorgersene, quasi per caso, si mette a scrivere canzoni e si trova prigioniero nella Tower Of Songs. Ma non per sempre... Solo della sua inquietudine, Leonard è preda per sempre. Il successo, è vero, arriva presto. Ma non la routine. Il suo temperamento lo spinge ad alternare continuamente i cicli della sua vita: appare e scompare dalla scena pubblica (sia come scrittore, sia come cantante), coltiva con abilità quasi sfacciata il suo mito e tuttavia lavora sempre sui tempi lunghi del letterato, con un rigore e una coerenza pari all’eleganza sobria con cui veste, di grigio o comunque di scuro, così da potersi confondere con un qualsiasi ebreo benestante.

Tutte le sue ambiguità e le sue contraddizioni sono già presenti in questa prima raccolta, dove i versi fluiscono con una rapidità torrenziale: scritti con la freschezza e l’ingenuità dei vent’anni, non nascondono i debiti del giovane poeta. Che non sono pochi: le appassionate letture di Garcia Lorca; le citazioni colte (Eliot, Pound, Kafka, naturalmente la Bibbia). E c’è anche una poesia dedicata al suo maestro più vicino, Irving Layton, massimo poeta canadese, suo amico e consigliere. Alcune composizioni sembrano brevissimi racconti ambientati nella sua città: paesaggi istantanei o ritratti schizzati in fretta, giochi da marciapiede, o anche tormentate memorie infantili (“Da ragazzo i cristiani mi raccontarono / di come avevamo infilzato Gesù / come una graziosa farfalla sul legno, / e io piangevo davanti ai dipinti del Calvario”). In Riti, riaffiora il trauma della morte di suo padre; in I passeri, lo sguardo stupefatto dei cuccioli d’uomo davanti alle meraviglie della natura. Poi ci sono ovviamente le ballate d’amore, dedicate alla sue prime conquiste e la vitale scoperta del sesso: “Non avessimo avuto altro da provare se non l’amore / saremmo rimasti affacciati tutta notte alla finestra / semplicemente l’uno accanto all’altra, / a guardare Peel Street, cancelli di ferro battuto / e banderuole, trina nera di alberi / tra circospette sagome vittoriane; / ma c’erano gli obblighi, le formalità / della passione; così sigillammo le imposte / e traemmo profitto dalla brevità della notte...”). Eppure la sensualità che trionfa nei versi per le donne amate si trasforma spesso in un profondo smarrimento esistenziale: la voce del seduttore contrasta ma alla fine si arrende ai tormenti del mistico.

In numerose composizioni il tema religioso è dominante e spesso, come nella toccante Exodus, la speranza di salvezza s’intreccia con una visione apocalittica che non può evitare la memoria dell’Olocausto (“ ...anche noi ci domandiamo: / quanto ancora nel deserto del Sinai / prima che i figli dei servi / comprendano la schiavitù dei padri, / chi leggerà la mappa delle frustate sulle schiene; / chi decifrerà i numeri / marchiati sui polsi dei nostri fratelli...”). Nei versi del giovane poeta canadese, troviamo già quell’ossessiva ricerca spirituale che caratterizzerà tutta la sua produzione successiva (di romanzi, poesie, canzoni). Ed è significativo che il Cohen più recente, quello tornato alla vita mondana dopo il periodo di meditazione nel monastero di Mount Baldy, insieme agli ultimi album di canzoni abbia pubblicato 2 volumetti di poesie, paralleli ed opposti: Book Of Mercy (una raccolta di salmi, personalissimi e disperati, dove il peccatore s’inginocchia per chiedere misericordia a un Dio sconosciuto) e Book Of Longing (dove con rime e disegni ammiccanti si celebrano i giochi vitalissimi dell’attrazione erotica). Questo continuo oscillare tra sensualità e spiritualità si ritrova – magari con versi meno verbosi e più pop – nella produzione di canzoni (da I’m Your Man ad Hallelujah), laddove un pubblico ben più vasto di quello della letteratura viene conquistato dalla magia di una voce ineguagliabile, di un timbro profondo, insieme seducente e autoironico. Il mistero di Cohen, forse, sta proprio qui: la sua voce, le sue diverse scritture, le tracce di una memoria così esasperatamente individuale che riescono a diventare memoria collettiva, pura fascinazione, mitologia. Dunque proviamo a confrontare i nostri miti: i miti che già coltivava il giovane poeta e il mito che tutti noi fans abbiamo coltivato di questo autore-personaggio, così diverso da tutti, che per tanti decenni ha continuato a diventare una parte di noi... Così sedotti e disorientati, non possiamo non chiederci: dove sta andando il “viandante” Cohen? Uno dei suoi salmi si conclude con una frase emblematica: “Benedetto sia Colui che attende la svolta nel cuore del viandante”. Un’attesa paziente che appartiene forse solo a un amore divino. Intanto, a 75 anni suonati Leonard Cohen continua il suo inquieto percorso, alternando periodi in cui dissipa la sua esistenza ad altri in cui cerca febbrilmente la pace interiore. Si cala nella Babilonia del Rock, per poi progettare fughe dalla pazza folla; trova e abbandona rifugi ideali per il letterato (come l’isola greca di Hydra o il monastero buddista), distrugge facilmente i legami sentimentali, sprofonda nella solitudine e nella meditazione per poi tornare sotto i riflettori. Gioca con la seduzione e con la disperazione, con la verità e la menzogna, con l’orrore e la bellezza. E in tal modo spinge se stesso (e chiunque lo legga o lo ascolti) a porsi nuove domande. O forse no... Forse sono sempre le stesse domande, quelle che l’animale uomo si pone da quando è apparso su questo pianeta?

Leonard Cohen, Confrontiamo allora i nostri miti, Minimum Fax, Collana Sotterranei, 150 pagine, € 12.50

www.minimumfax.com

www.leonard-cohen.com

Foto: Platon/CPI/Contrasto


















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