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Abrahamobama

Ron English.

POPaganda.

di Stefano Bianchi

Quando l’ho incontrato (alla The Don Gallery di Milano, in occasione del suo Solo Show) mi era sembrato un mix di Michael Moore con meno chili addosso e un “biker” un po’ fuori esercizio. 50 anni, stessa generazione di Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e Kenny Scharf, l’americano (del Midwest) Ron English è: 1) - Fustigatore dell’Agit Pop. 2) - Mattatore della Culture Jamming, termine coniato dai Negativland (rockband sperimentale della baia di San Francisco) e diffuso alle masse dal critico Mark Dery in un articolo pubblicato nel 1990 sul New York Times. Creativo all’ennesima potenza, artisticamente velenosissimo, Ron English dice da anni la sua sulle bassezze del mondo. Utilizzando il lessico dell’”advertising”. Famoso era e famoso è. Ancora di più, da quando ha estratto dal cilindro Abrahamobama: il volto di Barack Obama sovrapposto alla barba da quacchero e alla fronte ariosa di Abraham Lincoln. 2 presidenti degli USA in 1, stampati su migliaia di posters e appiccicati su chilometri di muri metropolitani.

Artista di POPaganda (si definisce così: è il suo “brand”), ha iniziato nell’84 modificando i cartelloni pubblicitari alla North Texas State University. Da allora, è intervenuto su più di 850 manifesti veicolando messaggi sociali, politici, controculturali. È arrivato, a un certo punto, a dipingerli a mano per poi attaccarli arrampicandosi fino ai supporti metallici montati sui tetti degli edifici e lungo le autostrade. Ha rischiato l’osso del collo, ma ne è valsa la pena. Ha preso 1 logo e poi 2, 3, 100. E li ha dissacrati raggiungendo il suo scopo: combattere il dilagare del consumismo con le sue stesse armi. Cioè a colpi di slogans, costringendo i passanti a domandarsi quanto potesse essere reale un messaggio biecamente schiavizzato dal commercio. Qualche esempio: il blitz contro la multinazionale del tabacco, sostituendo Camel con la scritta Cancer. Contro la Apple che reclamizza il Mac: vicino allo slogan Think Different ci mette la faccia di Charles Manson, il pazzo sanguinario della strage di Bel Air. Contro George W. Bush: sul manifesto con la frase New World Order, pronunciata a (s)proposito della Guerra del Golfo, sovrappone una personalissima rielaborazione della Guernica di Pablo Picasso affollata da personaggi di Walt Disney.

Né sono sfuggiti, all’implacabile satira “made in English”, altre museali opere d’arte: l’Urlo di Edvard Munch; La notte stellata di Vincent Van Gogh riempita di dischi volanti con la partecipazione straordinaria del mostro di Loch Ness; L’ultima cena leonardesca, con le icone della pubblicità; la Gioconda, truccata come Gene Simmons dei Kiss; Le déjeuner sur l'herbe di Édouard Manet con Charlie Brown, Lucy e Sally dei Peanuts. Poi c’è l’English che libera guizzi pop e iperrealisti. Da quello che sbeffeggia il fast food disegnando il clown Ronald McDonald (“testimonial” di McDonald’s) obeso e colesterolico, a quello che rivisita il meglio di Andy Warhol in chiave surrealista: partendo da Young Andy, l’ipotetico figlio del genio di Pittsburgh, e proseguendo con Marilyn with Mickeys che ritrae la Monroe coi seni a forma di Topolino; Cathy Cowgirl, che riprende la celebre mucca-tappezzeria trasformandola in una caustica “mostruosità” che denuncia l’abuso di ormoni; Elvis Elvis, che cita l’altrettanto famoso Double Elvis effigiato da Warhol negli Anni ’60. È la nuova Pop Art, baby. Con un cervello Street. Dovrebbero imparare la lezione da Ron English, certi imbratta muri di casa nostra. E poi vergognarsi.

Abrahamobama. Gran bel colpo. Come ti è venuto in mente?
«Durante la campagna presidenziale, il suo staff ha contattato la Upper Ground Gallery di San Francisco per coinvolgere 5 “street artists” (fra cui il sottoscritto) invitandoli a disegnare manifesti. Lo scopo: raccogliere fondi e sensibilizzare pro Obama i giovani. In 3 giorni ho realizzato il ritratto, scegliendo Lincoln per il semplice fatto che ha in comune con Barack Obama la statura, la magrezza e un’audace visione sociale e politica del futuro».
Innegabile che quel poster, incollato un po’ dappertutto, abbia convinto parecchi elettori indecisi…
«Certo. E la cosa mi ha fatto un gran piacere. Oltretutto non potevo immaginare che Obama, una volta eletto, avrebbe giurato sulla stessa Bibbia di Abraham Lincoln...».
Potenza di un Culture Jammer come te…
«Fa parte del mio DNA, la Culture Jamming. Quando intervengo sui cartelloni pubblicitari per “liberarli” dal loro significato commerciale, seguo le orme dei creativi della rivista AdBusters e degli attivisti del Billboard Liberation Front, collettivo di San Francisco».
Ti consideri un artista Pop, o Street?
«Appartengo alla seconda generazione di chi ha seguito la Pop Art School degli Anni ’60. E credo di non sbagliare, ragionando sulle mie opere, quando dico che la New Pop dovrebbe sempre impegnarsi a diffondere messaggi sociali. Giocosi, fumettistici, ma soprattutto scomodi per gli intoccabili del potere globale».
Sei mai finito dietro le sbarre per colpa della tua arte corrosiva?
«C’è mancato poco. Avevo 20 anni, quando la multinazionale del tabacco mi fece causa per quel Cancer al posto di Camel. Senonchè, impietosita, ritirò la denuncia pur di non spedire un ragazzino come me in galera. E da quel momento, smise di utilizzare sulle riviste e in Tv il cammello a cartoni animati. Che non diffondeva certo un messaggio educativo».
Scacco matto. E dopo la nicotina, te la sei presa con gli hamburgers.
«Altra vittoria. Nel 2004, l’effetto dirompente del mio Ronald McDonald “oversize” ha ispirato Super Size Me, il film-denuncia diretto e interpretato da Morgan Spurlock che per un mese si è abbuffato di schifezze da fast food fin quasi a scoppiare».
C’è Guernica, fra le tue opere più efficaci.
«Un’icona. E la Pop Art, da sempre, si nutre di icone. Chiunque osservi l’affresco picassiano, pensa alla guerra: assoluta, definitiva, iconica. Nel mio caso, rivisitando il capolavoro esposto al Reina Sofia di Madrid (ne ho realizzati 60, uno diverso dall’altro) racconto conflitti di potere: cartoni animati di Walt Disney che combattono contro i “cartoons” della Warner Bros, ad esempio. Oppure Snoopy, nei panni del Barone Rosso, che a bordo di un aereo dell’Aviazione Legionaria Fascista scatena una guerra contro gli altri Peanuts».
Alla fine, non barare, c’è sempre Andy Warhol…
«Come non potrebbe essere altrimenti? È per merito suo, se i ragazzi della mia generazione hanno scoperto i fumetti, la pubblicità che si trasformava in “entertainment”, la Tv a colori».
Sei perfino riuscito a inventarti il figlio che non ha mai avuto…
«Mi sono chiesto: che faccia avrebbe, se esistesse, il figlio di Andy Warhol? Somiglierebbe a tutti noi, che dal punto di vista pittorico/ideologico ci sentiamo suoi discepoli».
E Marilyn Monroe?
«La metto con Mickey Mouse. Le 2 icone più Pop, fuse assieme. Grandioso».

CoolMag Tube: Ron English Solo Show
http://www.youtube.com/watch?v=YR3vlFUPmOQ&feature=channel_page

www.popaganda.com

Foto: Abrahamobama
Young Andy
Marilyn with Mickeys
© Ron English




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Young AndyMarilyn with Mickeys


 

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