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Woodstock Festival Poster

Woodstock e il 1969.

Al di lÓ del mito?

di Peppo Delconte

La prima sensazione, ripensando a quel fatidico anno, è di totale stordimento. Di un autentico balzo al di fuori della dimensione temporale. Sì, perché tutti gli altri anni sono fatti di 365, al massimo 366 giorni: ma il 1969 sembra composto di migliaia e migliaia di giorni diversi. Per celebrare il quarantennale, è difficile trovare qualcosa di più efficace del volume 1969. Storia di un favoloso anno rock da Abbey Road a Woodstock, che contiene interventi firmati da 7 autori ed è curato da Riccardo Bertoncelli. I meriti dell’indiscutibile "number one" fra gli esperti italiani del settore sono parecchi, anche nella progettazione di quest’opera. Ma uno su tutti va messo in risalto (e potrebbe sembrare a prima vista un demerito): nell’impostazione generale del libro, nel gusto del dettaglio informativo che affiora da tutti gli interventi, si ha quasi l’impressione di un voluto travestimento: un lavoro di scavo prettamente musicale per nascondere (o per svelare?) molto di più... Perché è vero che il 1969 è un anno sconvolgente per quel che riguarda la musica rock & pop, ma lo è altrettanto per quanto riguarda costume, società, politica, cultura... Insomma è stato uno sconvolgimento planetario, dove ogni evento sembrava destinato ad essere battezzato con l’aggettivo “rivoluzionario” (e forse è proprio da allora che questa parola, in origine dura come pietra, s’è ammosciata per il troppo uso e dissolta come una medusa al sole).

Ma tornando a quei tempi così diversi da oggi, la cosa più stupefacente è l’energia con cui masse imponenti di giovani si muovevano ovunque per assistere a concerti rock come per protestare contro la guerra in Vietnam. Una nuova generazione stava scoprendo spazi impensabili di protagonismo, con imprevedibile e contagiosa esaltazione e con numeri neppure immaginabili. Tra gli eventi di massa che si diffondevano come una pandemia dagli USA all’Europa, i megafestivals musicali sembravano i più adatti a diffondere la filosofia dei cosiddetti “figli dei fiori”: un’esplosiva miscela di nuove utopie, pacifismo, spontaneità, menzogne, libertà di droga e di sesso (anche il cinema rende omaggio a quella temperie culturale: è l’anno di Easy Rider, Alice’s Restaurant, Zabriskie Point). Il 1969 è pieno di festivals: molti sono ormai (completamente o parzialmente) dimenticati; solo uno è entrato nella mitologia, con la potenza mediatica di un film celebrativo e l’apocalittica quantità di presenze (si è parlato di circa mezzo milione di persone rovesciatesi per 3 giorni in un’area agricola dello stato di New York). Woodstock è la parola magica destinata a rappresentare un’epoca, anche se il villaggio con quel nome si trovava a circa 69 chilometri dal luogo in cui è stato allestito il raduno. Woodstock è ancora oggi una parola che suscita emozioni, ma anche molti quesiti cui non è facile dare risposte. Sono davvero stati i grandi numeri a creare la “beatitudine”? O è stata la bellezza delle lunghissime chiome e dei giovani corpi nudi che si avvoltolavano nel fango? O le menti sconvolte dai decibels e dai cocktails di droghe? O ancora, quel sentimento di rivolta che passava di corpo in corpo, di cervello in cervello, come un’eco ripetuta milioni di volte? O forse non era affatto “beatitudine” ma solo confusione, disorientamento, opache nebbie dell’immaginario?

Al di là della mitologia “Peace & Love”, sia Woodstock sia gli altri megafestivals di quell’anno fatidico sono state occasioni uniche (eppure diverse una dall’altra) per mettere in mostra tutto il bene e tutto il male di un movimento che stava creando ovunque inevitabili terremoti, senza alcuna possibilità di ritorno allo “status quo”. Dal punto di vista strettamente musicale, non sono mancati a Woodstock momenti memorabili e altri disastrosi (è sempre accaduto nella musica dal vivo). D’altronde, momenti degni d’essere ricordati si sono verificati in tutti i grandi raduni del 1969 e non poteva essere altrimenti, data la straordinaria stagione che stava vivendo il rock, sia al di là che al di qua dell’Atlantico. Ce ne sono stati di certo anche ad Atlanta, Newport, Baltimora, Dallas, Big Sur e poi in Europa: dai dimenticatissimi Bath e Amougies fino a quello più celebrato dell’Isola di Wight. Giustamente, in questo libro vengono ricordati tutti. Ma alla fine è toccato a Woodstock il compito di rappresentare in qualche modo tutto il 1969: splendori e miserie, sogni e incubi di una stagione incancellabile. Basta scorrere gli altri capitoli, per rendersi conto di quanti grandi musicisti stavano attraversando giorni fondamentali della loro vita (professionale e non): trionfi e sconfitte, intuizioni creative e tragiche premonizioni. Tanto per fare qualche esempio, a Woodstock ebbero la loro consacrazione Crosby Stills Nash & Young, supergruppo appena formato e nonostante le feroci faide interne già quasi pronto per lanciare sul finire dell’anno l’album capolavoro Déjà vu. Come c’era Jimi Hendrix, all’apogeo della sua breve carriera. A lui riservarono il concerto di chiusura, alla fine del terzo giorno, quando (come ricorda l’attento cronista Alfredo Marziano) “il Giardino era diventato una fetida discarica” e il pubblico era ridotto a 30.000 superstiti. L’esibizione di Jimi e del suo nuovo gruppo fu tutt’altro che perfetta (comunque non all’altezza di quella dell’anno precedente a Monterey, che lo aveva lanciato in orbita), ma anche grazie ad astuzie di montaggio nel film di Michael Wadleigh venne consacrato protagonista assoluto, portatore di un nuovissimo linguaggio musicale dagli imprevedibili sviluppi (bruciati poi nel giro di 13 mesi da una morte assurda). Ma su quel palco ci fu gloria anche per nomi ormai dimenticati come Country Joe McDonald, alfiere della canzone di protesta più grintosa (Fish Cheer); o come i Canned Heat, che usarono il loro blues bianco per innalzare la bandiera ambientalista (Going Up The Country); e ancora, per Jefferson Airplane, Santana, Janis Joplin, Joe Cocker, Sly & Family Stone e molti altri. Non partecipò invece l’attesissimo Bob Dylan, che aveva casa poco distante e che allarmato da quell’esodo biblico si diede alla fuga (a suo dire, Woodstock rappresentò soltanto “l’apice di tutta questa merda”). E neppure Joni Mitchell, allora stella nascente e musahippie”, che rinunciò a causa di un impegno televisivo e poi, sull’onda del rimpianto, dedicò a Woodstock una bellissima canzone portata al successo dagli amici CSNY. Ma molti anni dopo, delusa dai compagni d’avventura, getterà veleno sulla mitologia dei figli dei fiori (“La mia generazione è diventata la più avida nella storia d’America”). Fra gli assenti più illustri, ci furono anche Beatles e Rolling Stones. I primi iniziarono il 1969 con l’ultima esibizione live sulla terrazza degli Apple Studios e passarono il resto dell’anno a scannarsi fra loro nella preparazione dell’album d’addio e dei successivi progetti solisti. Quanto agli Stones, vissero prima la tragedia della misteriosa morte in piscina di Brian Jones e poi cercarono con accanimento un rilancio da Hyde Park fino ad Altamont, ultimo megafestival dell’annata rovinato dal criminale servizio d’ordine degli Hell’s Angels. Al loro ritorno in Inghilterra col morale a pezzi, nessuno avrebbe scommesso un “cent” su quella macchina da concerti destinata a durare ancora molti decenni. Non c’erano neppure i Pink Floyd, impegnati a costruirsi una nuova identità dopo la congiura con cui avevano eliminato il primo leader Syd Barrett. E neppure Frank Zappa, che dopo aver sciolto i Mothers of Invention stava mettendo a punto una delle sue svolte più geniali, quella di Hot Rats, progetto che avvicinava il suo rock elettrico e beffardo alla sperimentazione jazzistica, con un percorso opposto ma analogo a quello che stava elaborando sull’altra sponda il grande Miles Davis.

D’altronde, il vento di novità che soffiava in quell’incredibile 1969 stava facendo emergere molti nomi nuovi: ai dischi d’esordio di Led Zeppelin, King Crimson, Genesis e Iggy Pop con gli Stooges, rispondeva una serie di secondi ellepì storici da parte di Quicksilver Messenger Service (Happy Trails), David Bowie (Space Oddity), Tim Buckley (Happy Sad), Soft Machine (Vol. II). Il futuro sembrava affollatissimo e splendente, proprio come i mitici raduni e come le utopie che incendiavano i cuori delle nuove generazioni, tanto che era difficile cogliere le incrinature che di lì a poco avrebbero cominciato a far crollare molti sogni (il verso profetico “the dream is over” appartiene alla canzone God, scritta l’anno successivo da John Lennon). Quante illusioni, quante menzogne si nascondono dietro l’energia e la creatività di quell’anno magico! Non dimentichiamoci che il 1969 è l’anno dello sbarco sulla Luna, evento storico che (stando a recenti indagini) potrebbe essere stato solo un clamoroso falso. E in tal senso, non meno storico. Per noi italiani è stato anche l’anno della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre, che inaugurò quella che in tempi lontani era chiamata “la stagione del terrorismo di Stato” (altra espressione oggi dimenticata. Ma chi ha assolto questo Stato?). Tuttavia, il fatto di cronaca che più di qualsiasi altro ha rappresentato l’orrore nel 1969, rimane probabilmente il massacro di Bel Air, perpetrato il 9 agosto (pochi giorni prima di Woodstock) da Charles Manson e i suoi seguaci. Fra i vari capitoli del volume, ce n’è uno più bizzarro e inconsueto degli altri: quello in cui Riccardo Bertoncelli si lancia in una specie di dialogo a distanza con Guido Ceronetti su Charles Manson e la strage che per molti ha dato il via al tramonto del movimentohippie”. Al filosofo piemontese che sostiene l’intrinseco carattere diabolico del rock, da cui Manson diceva di aver tratto ispirazione, Bertoncelli replica con un’appassionata arringa in difesa della musica come spazio di continua ricerca creativa, che nulla ha a che vedere con la follia e l’ignoranza del sanguinario profeta e della sua setta. Comunque, rivivere quell’episodio fa precipitare di nuovo in climi ormai lontanissimi e in orrori che certamente avevano poco da spartire con la musica in sé, ma molto con la crisi della società di allora. Dunque è giusto, anzi sacrosanto, assolvere la musica e la creatività in genere. Però, quell’anomalo e forsennato 1969 qualcosa di diabolico forse ce l’aveva...

Riccardo Bertoncelli, 1969. Storia di un favoloso anno rock, da Abbey Road a Woodstock, Giunti, Collana Bizarre, 288 pagine, € 19.50

www.giunti.it


Woodstock in mostra

Agosto 1969. A Bethel, vicino a White Lake (stato di New York), è in cartellone la Woodstock Music and Art Fair: 3 giorni di rock che prevede concerti di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Who, Crosby Stills Nash & Young, Jefferson Airplane, Santana e altri artisti. Dalla fine di luglio, la contea di Sullivan viene invasa pacificamente da decine di migliaia di persone provenienti da ogni angolo d’America. A concretizzarsi è un movimento, poi ribattezzato Woodstock Nation, nato dalla condivisione di valori e ideali di libertà, pace e amore che vedono nel rock la loro perfetta sintesi. Le successive generazioni, hanno tentato di sentirsi parte di quella Nation; oppure, l’hanno fortemente rinnegata. In ogni caso, si sono confrontati con essa. Nel tempo, i grandi raduni musicali si sono trasformati in “rave parties” e “street festivals”, ma nella sostanza il senso d’aggregazione giovanile intorno alla musica è rimasto pressochè  intatto. Il festival è una “zona franca”, dove valgono altre regole rispetto alla quotidianità. La mostra Woodstock - The After Party, indaga gli eventi musicali di massa come fondamentale chiave di lettura per comprendere cultura e costume delle generazioni cresciute negli ultimi 40 anni. Con suoni, musiche, foto, video-proiezioni e installazioni audiovisuali, l’allestimento alterna contributi storici e rappresentazione pura.

Woodstock
The After Party
Fino al 20 settembre
Triennala Bovisa, via R. Lambruschini 31, Milano
tel. 02724341


www.triennalebovisa.it


Woodstock in DVD

Unico film-concerto ad essersi aggiudicato 1 Oscar, Woodstock: 3 Days of Peace and Music di Michael Wadleigh rivive in 4 Dvd. The Director’s Cut: 3 giorni di pace e musica, propone la pellicola rimasterizzata con la nuova retrospettiva Il museo di Bethel Woods: La storia degli anni Sessanta a Woodstock; il documentario Woodstock: Storie mai raccontate con oltre 2 ore di “performancesinedite di Joan Baez, Paul Butterfield, Canned Heat, Joe Cocker, Creedence Clearwater Revival, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Mountain, Santana, Sha Na Na, Who e Johnny Winter; Woodstock: da Festival a Film, “dietro le quinte” con interviste a Martin Scorsese, Grace Slick, Michael Wadleigh e Michael Lang, produttore esecutivo del Festival; 6 esibizioni inedite aggiuntive di Canned Heat, Country Joe & The Fish, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Jimi Hendrix e Who.

Woodstock – The Director’s Cut: 3 giorni di pace e musica, Warner Home Video

www.warnerhomevideo.it

Foto: Bettmann
(per gentile concessione di Corbis)

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Woodstock Festival by BettmannStoria di un favoloso anno rock


 

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