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Mister B

Biennale di Venezia.

L'Arte di Fare Mondi.

di Stefano Bianchi

Girando come un tarantolato dai Giardini all’Arsenale (e viceversa), ripenso alla Biennale 2007 che come gran parte delle precedenti ha avuto la pessima idea di veicolare messaggi nebulosi. In quel caso: Pensa con i sensi – Senti con la mente. Ci andavi, la visitavi da cima a fondo e non riuscivi a cogliere il senso del progetto incapsulato in quel titolo/scioglilingua. Magra consolazione, il depistaggio intontiva perfino gli addetti ai lavori: dai critici ai mercanti, dagli “art advisors” ai collezionisti. Finchè ci ha pensato Daniel Birnbaum, a orchestrare impeccabilmente l’evento: svedese, classe 1963 (il che significa il più giovane direttore del Settore Arti Visive nella storia della rassegna veneziana), dal 2001 è rettore della Staedelschule di Francoforte sul Meno (Germania) e del suo spazio espositivo Portikus, ben bilanciato fra contemporaneo e sperimentazione creativa. Miracolo. Dopo tanto fumo, finalmente concetti lapalissiani. Arte che dialoga e si racconta (non addosso). Sono bastate 2 parole, a Birnbaum, per chiarire il succo del discorso Biennale: Fare Mondi. «Un’opera d’arte è più di un oggetto, più di una merce», ha sottolineato. «Rappresenta una visione del mondo, e, se presa seriamente, deve essere vista come un modo di “costruire un mondo”. Pochi segni tracciati su un foglio, una tela appena dipinta, una complessa installazione, possono essere paragonati a diversi modi di “fare mondi”. La forza della visione, non dipende dal tipo o dalla complessità degli strumenti messi in gioco».

E così, nei 50.000 metri quadri dei Giardini (incluso il riqualificato Palazzo delle Esposizioni della Biennale, ex Padiglione Italia) e nei 38.000 dell’Arsenale, va in scena la linearità del “fare mondi” (“global” & “local”) di oltre 90 artisti provenienti da tutto il mondo. Fra installazioni, sculture, fotografie, video e (vivaddio) un bel po’ di pittura-pittura che non guasta mai, ciò che si percepisce visitando i padiglioni nazionali è come sempre un “happening” che si avvita vorticosamente su se stesso, fatto di grandi opere e di poche, ma inevitabili insulsaggini. Ma c’è un nesso, finalmente. C’è un filo conduttore, in questa “spettacolarizzazione” calcolata dell’arte. Per il semplice motivo che si viaggia, di mondo in mondo, nella creatività di storicizzati ed emergenti. Si litiga e ci si innamora, davanti a certe opere. È normale. De gustibus non est disputandum. Mai, però, si rimane indifferenti. Ci si sente anzi coinvolti, tutt’altro che spettatori passivi. E non è poco, per una Biennale che da sempre ambisce a lasciare un ricordo di sé che non sia fuggevole. C’è mondo e mondo, in Fare Mondi. Spulciando fra gli innumerevoli cosmi e microcosmi, ecco i solitari gorilla, i paesaggi africani e l’astratta schiuma delle onde marine dipinti dallo spagnolo Miquel Barceló. E i desertici, torridi orizzonti filmati in un’inquietante “slow-motion” dall’australiano Shaun Gladwell: ideale antitesi di Cold Morning, serie di video girati dal canadese Mark Lewis che narrano le pulsioni (in)controllate della vita metropolitana. E se il mondo Pop stacca per l’ennesima volta il tagliando della Biennale con le opere “ortofrutticole” degli statunitensi Wade Guyton e Kelley Walker (fra Bob Rauschenberg e Jeff Koons + una buccia di banana che fa tanto Warhol), figure, scatole e giocattoli intagliati dello svedese Öyvind Fahlström si assemblano nell’affascinante Dr. Schweitzer’s Last Mission 64/66 per poi “scomporsi” nello Shadow Play del tedesco Hans-Peter-Feldmann: ruotante “bric-à-brac” di souvenirs e paccottiglia che proietta magiche ombre cinesi buttando un pensiero a Daniel Spoerri. Fare Mondi, squaderna tutto il mondo delle informali sgocciolature di Gutai, lo storico gruppo giapponese, e le filamentose, elastiche ragnatele dell’argentino Tomas Saraceno che suggeriscono macrocosmi naturali. E nelle continue, inarrestabili metamorfosi (inclusa la spettacolare frantumazione degli specchi operata da un più che nevrile Michelangelo Pistoletto), Fare Mondi incontra il design solleticando ipotesi di “nuclei abitativi” socializzanti e conflittuali. È il caso della disorientante caffetteria inglobata nel Palazzo delle Esposizioni, dal “mood” neo psichedelico e “optical”, che ha fruttato al tedesco Tobias Rehberger il Leone d’oro per il miglior artista facendogli precisare che «è un po’ come stare di fronte all’opera di Richard Serra all’interno della Nationalgalerie di Berlino». Ed è il caso dei padiglioni della Danimarca e dei Paesi Nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia) che ospitano le 2 teatrali installazioni intitolate The Collectors e “arredate” da Elmgreen & Dragset, coppia d’artisti con domicilio a Berlino. C’è lo sciccoso loft in stile Space Age, con mobili e lampade griffati Verner Panton, Eero Saarinen e Arne Jacobsen, con contorno di quadri e foto non proprio da educande. All’esterno, in una piscina, galleggia il corpo senza vita del proprietario: Mister B. Suicida, probabilmente, dopo aver fatto “outing” sulla propria omosessualità. Ben lieto, comunque, di essere l’opera d’arte più fotografata di tutta la Biennale. E si sa poco o nulla di chi risiedeva nella lussuosa casa accanto. L’ha abbandonata da poco e un cartello annuncia che è in vendita. Salotto, sala da pranzo, cucina, guardaroba: tutto è apparentemente in ordine. Eppure, aleggia una strana inquietudine. Quei muri, raccontano vite d’amori e tristezze. E non cercate di raggiungere la libreria, lassù. La scala è distrutta, sbriciolata.

Metabolizzato il disciplinatissimo “kolossal” di Fare Mondi, si è pronti a cogliere la dimensione più intimista del Padiglione Italia, ingrandito, in fondo all’Arsenale, che si affaccia sul Giardino delle Vergini. È la dimora di Collaudi, collettiva curata da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli che vuol essere un omaggio al Futurismo. Il titolo, infatti, è quello di un testo letterario, fondamentale, di Filippo Tommaso Marinetti. Attorno all’idea di base mutuata da Umberto Boccioni (“mettere lo spettatore al centro del quadro”), ruotano tutti i linguaggi della contaminazione futurista, «da quelli classici come la pittura e la scultura, alle sperimentazioni avanguardiste del cinema d’artista, della fotografia, della performance, dei materiali anomali. Questa visione senza barriere precostituite è esattamente quello che abbiamo voluto adottare, prestando molta attenzione alle opere, progettate e realizzate per l’occasione, non al simulacro dell’opera o al nome dell’artista». Parole di Beatrice & Buscaroli, che puntano “futuristicamente” su artisti italiani fra i 30, 50 anni e più parafrasando ciò che Marinetti scrisse nel Manifesto del 1909: “I più vecchi di noi hanno trent’anni! Altri verranno dopo di noi”. Accanto ai lavori più spiccatamente “a tema”, come le ardite vette di Daniele Galliano, i “campi di battaglia” (Lepanto, Costantinopoli) di Luca Pignatelli e le mappe di città immaginarie scrutate dall’alto da Davide Nido (evidente tributo alle aeropitture), si susseguono l’icona “pop” di James Dean e la chitarra elettrica di Jimi Hendrix, trattate da Nicola Verlato facendo collidere iperrealismo e classicismo; la gigantesca Composizione finita-non finita degli abili scultori/ceramisti Bertozzi & Casoni, con 500 cassette di pronto soccorso che racchiudono un'apocalisse di facce, mani, teste, pennelli e tubetti di colore; i bimbi disegnati da Valerio Berruti sulla carta da pacchi e inseriti in un’installazione; le lignee, inquietanti, sculture scolpite da Aron Demetz; i Private Gardens luminosi, elaborati al computer, di Giacomo Costa; Schegge d’incanto in fondo al dubbio, duplice video in sincrono dei Masbedo (Nicolò Massazza e Jacopo Bedogni) che sviscera in maniera claustrofobica e liberatoria la titanica lotta uomo/natura. E ancora, in un suggestivo andirivieni di cromatismi e scatti fotografici: Sandro Chia, Matteo Basilè, Marco Cingolani, Manfredi Beninati, Roberto Floreani, Gian Marco Montesano, Nicola Bolla, Elisa Sighicelli, Silvio Wolf e Sissi. Al termine del percorso, corrosiva come una “parolibera”, la sfilata di sagome luminose Hangar/Balletto Plastico ideata da Marco Lodola è forse la scelta più azzeccata. Non solo perché l’artista/elettricista pavese ha avuto la buona sorte di nascere Nuovo Futurista (negli Anni ’80), ma perché sintetizza ciò che i futuristi esclamarono nel 1910, una volta approdati in Laguna: «Bruciamo le gondole, sedie a dondolo per cretini, e venga finalmente la divina luce elettrica a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata».

La Biennale di Venezia
53. Esposizione Internazionale d’Arte
Fare Mondi // Making Worlds
Fino al 22 novembre, Giardini – Arsenale, Venezia
tel. 0415218828
Orario: dalle 10 alle 18
Giardini, chiuso il lunedì (escluso lunedì 16 novembre)
Arsenale, chiuso il martedì (escluso martedì 17 novembre)
Ingresso: € 18
Catalogo Marsilio, € 68


www.labiennale.org

CoolMag Tube:
Giardini (http://www.youtube.com/watch?v=uguzQfWAR7o )
Padiglione Italia (http://www.youtube.com/watch?v=Mfo9RQnCYJA )

Foto: Elmgreen & Dragset, Mister B, 2009
Tomas Saraceno, Galaxy forming along filaments, like droplets along the strands of a spider’s web, 2008
Tobias Rehberger,  Caffetteria della Biennale di Venezia, 2009
© Eleonora Tarantino




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