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Copertina disco Sgt Pepper

La musica è finita?

di Peppo Delconte

A che punto è la musica? Il tema di una probabile morte - o perlomeno di una fase agonica dell’arte dei suoni - sembra oggigiorno di una certa urgenza. Ci si potrebbe aspettare un ampio dibattito sull’argomento, e le occasioni per stimolarlo non mancano. L’ultima in ordine di tempo è stata la pubblicazione di un volumetto di Gino Castaldo dal titolo che è tutto un programma: Il buio, il fuoco, il desiderio – Ode in morte della musica. In 155 pagine fitte di acute riflessioni, audaci accostamenti, citazioni e richiami che coinvolgono le più svariate aree musicali, non si rintraccia comunque un clima da “de profundis”, ma piuttosto un giustificato allarme… L’ipotesi di un’imminente morte della musica agli esordi del nuovo Millennio è insomma un tema di comprensibile attualità. Invece, salvo rare eccezioni, sembra diffondersi un assordante silenzio (accade spesso quando si tratta in realtà di argomenti irrinviabili, tanto da chiedersi “cui prodest?”). Eppure, il libro di Castaldo si presenta per molti aspetti come l’occasione giusta. L’autore si concede a volte qualche compiacimento di troppo, che deriva forse dalla sua indubbia abilità di scrittura, o dal vezzo di “delirare creativamente” secondo gli schemi di certa pubblicistica. Ma non c’è dubbio che vada dritto al cuore del problema, che spinga a fondo la sua ricerca senza mai perdere d’occhio la visione d’assieme e soprattutto che si faccia le domande giuste. E in ogni modo, non può nascondere un certo disorientamento ogni volta che avvicina l’arido paesaggio degli ultimi decenni (almeno dagli Anni ‘80 in poi) a quello così fertile e innovativo dei precedenti. Castaldo non ama i confini e le barriere che separano i generi. Perciò si muove liberamente fra i grandi nomi che hanno rivoluzionato la musica del ‘900, accostando senza timori reverenziali Igor Stravinskij e Charlie Parker, Elvis Presley e John Cage, Laurie Anderson e Nina Simone, Beatles e Kraftwerk. Per non dire di Miles Davis, Robert Wyatt, Charles Mingus, Bob Dylan, Philip Glass, João Gilberto, Jimi Hendrix… Ma oggi quali nomi si potrebbero fare? Chi sta tracciando una nuova mappa per sfuggire alle trappole dell’infinita ripetizione? Quali sono i contemporanei da rispettare (e anche cosa sono: compositori, interpreti, virtuosi, improvvisatori)? E con quali intuizioni potranno avviarsi verso nuovi modi di fare musica e ascoltarla?

Questo libro affronta argomenti che vanno all’essenza stessa della musica, suddividendo il tutto in capitoli di notevole portata simbolica (come indica il titolo): appunto il buio (il risvolto notturno dei suoni), il fuoco, il desiderio; ma anche i misteri di quest’arte che più d’ogni altra “si avvicina alla natura stessa della vita”, il silenzio, il tempo, il mito del progresso, la tecnologia e la riproduzione dei suoni, le intuizioni sovversive delle avanguardie, il piacere estetico dell’ascolto e i suoi valori terapeutici. L’orecchio - diversamente dall’occhio - non ha palpebre: è sempre aperto e indifeso davanti all’aggressione dei suoni. Mai come in questi tempi si può cogliere la complessità e l’ambiguità della musica, le sua altezze (al di sopra di ogni morale) e le sue bassezze, il suo svilimento mercantile fino agli spot pubblicitari o ai cellulari. Così, si arriva a una crisi che coinvolge i versanti colti come quelli popolari: ovunque si trovano prodotti, magari impeccabili sul piano tecnico, ma che quasi sempre danno la sensazione che ormai tutto sia già stato creato, tutto sia già stato suonato e risuonato, al massimo con lievi varianti. Dunque la musica vive ancora? Si deve necessariamente parlare di morte o piuttosto di crisi evolutiva? L’evoluzione – insegnano gli esperti della materia darwiniana – ha bisogno di una serie di coincidenze favorevoli per essere veramente tale… Ad esempio, un popolo che si libera dalla schiavitù cerca nuove forme di espressione e di identità: così gli afroamericani, alle origini del jazz. E che ciò sia avvenuto all’incirca negli stessi tempi in cui si verificavano una crisi della tradizione musicale eurocentrica e insieme la nascita e il rapido sviluppo di nuove tecnologie (tra le quali i supporti sonori), ha permesso una serie di favorevoli coincidenze. Oggi, invece, si potrebbe parlare piuttosto di coincidenze sfavorevoli. La crisi economica mondiale, l’alluvione delle tecniche riproduttive, la dispersione dell’arte del suono nei riti del più inutile consumismo… Persino certe contaminazioni tra forme musicali moderne e tradizioni popolari delle più svariate etnìe, che spesso in passato avevano offerto occasioni di grande creatività, oggi si riducono il più delle volte a una produzione di poltiglia insapore contrabbandata per world music. Coincidenze sfavorevoli, dunque, e formulette di mercato fanno provare una grande nostalgia per “il suono del silenzio” che si fa sempre più raro. Tuttavia, è sempre molto più utile mantenere vivo il dibattito, piuttosto che abbandonarsi a sterili rimpianti.

Gino Castaldo, Il buio, il fuoco, il desiderio – Ode in morte della musica, Einaudi Stile Libero, 155 pagine, € 11.50

www.einaudi.it

Foto: The Beatles, Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band, 1967, © Peter Blake
Miles Davis, Kind Of Blue, 1959

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