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Holly Woodlawn

Holly Woodlawn.

Intervista esclusiva alla Superstar di Andy Warhol.

di Stefano Bianchi

Holly came from Miami F-L-A / Hitchhiked her way across the U.S.A. / Push her eyebrows on the way / Shaved her legs and then he was a she / She says, Hey babe, take a walk on the wild side / Said, Hey honey, take a walk on the wild side”.

Holly è arrivato da Miami, in Florida / Ha attraversato gli U.S.A. in autostop / Lungo la strada si è depilato le sopracciglia / Si è rasato le gambe ed è diventato una lei / E dice, hey babe, fatti un giro nella zona selvaggia / Ha detto, hey tesoro, fatti un giro nella zona selvaggia”.
                                                                                                                 (Lou Reed, Walk On The Wild Side, 1972)
 
 
Si chiama Holly, la puttana che in autostop aveva raggiunto i bassifondi di New York City. Holly. Come la Holly Golightly di Colazione da Tiffany interpretata da Audrey Hepburn. Ogni volta che passava un taxi, lo chiamava con quel fischio che spaccava i timpani. Proprio come faceva il personaggio del romanzo di Truman Capote. Holly, una volta, si chiamava Haroldo: un timido, ossuto ragazzino di Porto Rico che si truccava col mascara e andava pazzo per i pantaloni attillati e i golfini di mohair. Figurarsi che scandalo, per i Sixties. Poi, il brutto anatroccolo si è tramutato in cigno. Haroldo è diventato Holly. E Holly si è specchiato nei nomi aristocratici delle Superstars sdoganate da Andy Warhol: Edie Sedgwick, Ultra Violet, Baby Jane Holzer, Mary Woronov… Miserabili principesse dell’underground. Femmine fatali della Factory. Holly che vuole diventare come loro. Mettere le mani sulla celebrità, come e più di loro.

Woodlawn: ecco il cognome giusto. Sembra quello d’una ricca ereditiera. Rubato al Cimitero Woodlawn di New York. Un posto che trasuda dollari, con tutte quelle tombe di marmo e granito. Holly Woodlawn, la divina. La drag queen sponsorizzata da Andy. Un bel match fra lei, Jackie Curtis e Candy Darling, per ritagliarsi uno straccio di posto al sole. E lei, le luci della ribalta se le guadagna eccome, negli Anni ‘70 davanti alla cinepresa di Paul Morrissey e all’occhio “voyeuristico” di Warhol. In Women In Revolt, magra come uno stuzzicadenti, gomito a gomito con Jackie & Candy; e in Trash, morta di fame tra i rifiuti e un fidanzato (Joe Dallesandro) impotente e drogato. E per un soffio non la candidano all’Oscar, per quella memorabile interpretazione. Holly Woodlawn, da un bel po’ di anni ormai, ha messo su casa a Los Angeles. Bye bye, Big Apple. E ha raccontato la sua vita di marchettara, tossica, salottiera, attrice, cantante, spogliarellista nell'autobiografia A Low Life In High Heels, intitolata nella versione italiana Coi tacchi alti nei bassifondi. Regina dei palcoscenici “off”, non ha mai abbandonato le scene. E ogni volta che dalla platea sgorga un applauso, tocca il cielo con un dito.

Ci racconti il tuo nuovo spettacolo teatrale?
«È un musical ispirato alla mia autobiografia. Un'emozione vedere A Low Life In High Heels trasformarsi in commedia. Andrò a New York per gli ultimi ritocchi. Nel frattempo, qui a Los Angeles, sono nel cast di When Queens Collide: un varietà vecchio stampo, stravagante e oltraggioso, che mi vede impegnata con 24 fra le più gloriose drag queens di Hollywood».
 
È impensabile un tuo show in Italia?
«Sarebbe splendido. Non parlo bene la vostra lingua, ma potrei migliorarla cantando Il cielo in una stanza come ho fatto per anni nei nightclubs».
 
Una sera, a un party, Truman Capote ha esclamato: “Holly, tu sei il volto degli Anni ’70!”. Cosa pensi di aver dato, a quel decennio?
«Ho dato tutto. E ne sto ancora pagando le conseguenze...».
 
Tu, Candy Darling e Jackie Curtis siete state le ultime Superstars della Factory di Andy Warhol. Cosa ricordi di quel periodo?
«La povertà. Non mangiavamo altro che sandwich della sera prima, raccattati dal buffet di qualche party. La ‘glamorous life’ è un’illusione».
 
Quando ripensi a Candy e a Jackie, cosa rimpiangi?
«La grande amicizia che ci ha sempre legate, nella buona e nella cattiva sorte. E poi guardare insieme qualche film. E metterci in mostra. Mi mancano terribilmente».
 
Cosa ne pensi di chi, oggi, si spaccia per superstar?
«Si accomodi pure. Ma sappia che non sarà facile. Gli auguro comunque buona fortuna».
 
Che sensazioni hai provato quando hai ascoltato per la prima volta Walk On The Wild Side?
«Un amico mi ha telefonato dicendomi di accendere la radio. Una sensazione surreale. Ancora oggi, dopo tanti anni, Walk On The Wild Side riesce ad emozionarmi. Grazie a Dio, Lou Reed ha scritto una canzone straordinaria: orecchiabile e memorizzabile».
 
Qual è il disco dei Velvet Underground che preferisci?
«Il primo. Quello con Nico. E un pezzo su tutti: Femme Fatale».
 
Che genere di musica ascolti? Che riesce a rilassarti quando qualcosa non va per il verso giusto?
«Le soundtracks delle commedie musicali di Broadway. E le canzoni di Connie Francis, Mina, Barbra Streisand».
 
Fra Women In Revolt e Trash, a quale film sei più legata?
«Trash. Non provo alcun legame per Women In Revolt».
 
Le tue attrici preferite? Chi ti ha ispirata di più?
«Greta Garbo, Lana Turner, Elizabeth Taylor, Helen Mack».
 
Come hai conosciuto Andy Warhol?
«Alla Factory, durante la proiezione di Flesh. Mi ci ha portata un amico. Ho notato Andy per via di quella parrucca (lo potevi riconoscere a un miglio di distanza). Indossava una giacca consumata di pelle nera e un paio d'occhiali scuri. Si è presentato chiedendo come mi chiamavo. ‘Holly’, gli ho risposto. E siccome non ho aggiunto il cognome, mi ha detto che avrei dovuto averne uno. Ho ascoltato il suggerimento e guardate dove mi ha portato!».
 
Fra le sue opere d’arte, ce n’è una che apprezzi in particolare?
«Il quadro che ha dipinto apposta per me, ovviamente! Raffigura un paio di scarpette basse, inondate da polvere di diamanti».
 
Perché non sei rimasta a New York e hai deciso di vivere a Los Angeles?
«Era arrivato il momento di ricostruire la mia vita. Amo New York, ma Los Angeles riesce a darmi quel senso di quiete che col tempo ho imparato ad apprezzare».
 
Ti senti una sopravvissuta?
«Sono stata e sarò sempre una sopravvissuta».
 
Hai rimpianti? C’è qualcosa che non rifaresti?
«Non si può vivere di rimpianti. Sarebbe un imperdonabile errore».
 
Il giorno più felice della tua vita.
«Ogni giorno è il mio giorno favorito. Sembrerà assurdo, ma è così».
 
E il più infelice?
«Non ne ho idea».
 
Fra le persone a te più care, chi vorresti richiamare in vita?
«Ce ne sono troppe. Potrei riempire pagine e pagine di nomi. Le ho perdute, ma la vita continua. Deve continuare».
 
Il tuo colore preferito?
«Lillà».
 
Il drink.
«Chardonnay».
 
Il libro.
«L’intera enciclopedia. Ho letto ogni volume da cima a fondo. E quando mi capita di rileggerne una minima parte per soddisfare qualche curiosità, mi accorgo di essermi dimenticata tutto il resto. E ricomincio daccapo».
 
Il film che non ti stancheresti mai di guardare.
«Sono 3: Cleopatra, She e Auntie Mame».
 
La giornata tipo di Holly.
«Appena sveglia, di buon mattino, mi immergo in un tonificante bagno di latte. È il mio irrinunciabile ‘me time’. Poi, le telefonate. Immancabili e numerose. E le prove teatrali per When Queens Collide. Infine la cena, con mio marito, a casa sua. Viviamo un vero, ‘contemporary lifestyle’».
 
Chi è, oggi, Holly Woodlawn?
«Voglio risponderti col titolo di una novella scritta in epoca vittoriana da Henry Rider Haggard: She Who Must Be Obeyed. In italiano, se non sbaglio, l’hanno tradotto come La donna eterna…».
 
 
Foto: © Jack Mitchell 







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