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William Burroughs

William Burroughs

Rock'n'Roll Virus

di Stefano Bianchi

Ce l’ho un disco di William Burroughs. O meglio: di Burroughs “guest star”. È del 1993 e s’intitola Spare Ass Annie And Other Tales. Inciso coi Disposable Heroes of Hiphoprisy, la band hip-hop di San Francisco pilotata da Micheal Franti. Le poche volte che ho ascoltato questo urticante magma fatto d’acida black music e free jazz, chissà perché mi sono immaginato Franti che dava al “vecchio Burroughs” un ossequioso benvenuto in sala d’incisione. E lui, quel pugno d’ossa vestito come al solito da beccamorto, lo trapassava con una delle sue occhiate di ghiaccio. Poi s’avvicinava al microfono e liberava uno dei suoi “readings” cinici, affilati, velenosi. Quattro anni dopo, nel ‘97, cos’avrà pensato prima di andarsene via a 83 anni William Seward Burroughs, il grande vecchio dalla pelle grinzosa come quella d’una lucertola, che non veniva “dalla strada” come Allen Ginsberg o Jack Kerouac ma era un eletto dell’alta borghesia che aveva studiato ad Harvard? Una frazione di secondo, almeno, l'avrà voluta destinare al rock? Fu lui, infatti, a sdoganare il termine “heavy metal” nel romanzo The Soft Machine del ’61 (introducendo il personaggio di “Uranian Willy, the heavy metal kid”) per poi riprenderlo nel ’64 in Nova Express, a mo’ di metafora delle sostanze stupefacenti, scrivendo “…con le loro malattie e le droghe per l'orgasmo e le loro asessuate forme di vita parassite - Le Genti di Metallo Pesante di Urano erano avvolte in fredde nebbie blu di banconote vaporizzate - e le Genti Insetto di Minraud, con musica di metallo”. Vai a sapere cos’avrà ronzato nel cervello dell’anti-maestro, del narratore di mutazioni genetiche, dello scardinatore della parola intesa come “virus che viene dallo spazio” e plasma, condizionandolo, l’essere umano.

Elaboro pensieri e formulo ipotesi mentre leggo passi del libro Rock’n’Roll Virus, curato dal “burroughsiano” Matteo Boscarol, che raccoglie e traduce (per merito di Alessandro G. De Mitri) i faccia a faccia dello scrittore col rock. Quelli più significativi. Cioè le conversazioni con David Bowie, Patti Smith, Blondie, i Devo; più la fluviale, arcinota intervista che Robert Palmer, giornalista di Rolling Stone, gli fece a Londra nel ’72 promuovendolo a tutti gli effetti icona della cultura rock alternativa. Già, perché il rock non solo si è rispecchiato nelle voragini senza fine, nei lavaggi mentali e nei nervi drogati (che ricorrono puntualmente nei suoi scritti: dal Pasto nudo del ’59, alla trilogia Le città della notte rossa, Strade morte, Terre occidentali), ma soprattutto si è immedesimato nella prosa corrosiva e nella comunicazione eversiva del “cut-up”, la tecnica inventata da Brion Gysin che Burroughs utilizzava prendendo frasi, tagliandole e rimontandole “random” fino a scovare nuovi significati. Al cupo romanziere, venerato dal punk più isterico e guerraffondaio; osannato dalla pattuglia dark più snobistica ed esistenzialista, in fin dei conti non interessava la “forma” del rock; bensì la sostanza ribelle, le potenzialità eversive da snidare. In un passo del Pasto nudoRomanzo sconfinato che farà perdere a tutti la testa», commentò Ginsberg) scriveva senza mezze misure: “Adolescenti teppisti al Rock and Roll gettano lo scompiglio nelle vie di tutte le nazioni. Essi fanno irruzione al Louvre e gettano acido sul viso di Monna Lisa. Aprono gli zoo, i manifesti, le prigioni, fanno saltare gli acquedotti con martelli pneumatici, asportano il pavimento nei gabinetti degli aerei passeggeri, sparano ai fari, assottigliano i cavi degli ascensori fino a ridurli a un filo esilissimo…”. Per queste e altre ragioni, è sintomatico il “grazie di esistere” che il rock ha tributato in pompa magna a colui che negli Anni ’50, domiciliato in Marocco, venne musicalmente introdotto da Brion Gysin alla “trance” dei Pipes of Pan of Joujouka. Vale la pena ricordare, ad esempio, che Donald Fagen e Walter Becker chiamarono il loro gruppo Steely Dan riferendosi al vibratore di The Naked Lunch, alimentato a vapore. E che innumerevoli “visioni burroughsiane” riempiono le copertine dei loro dischi: trip grafici debordanti d’erotismo (Cant’ Buy A Thrill), relitti umani in attesa d’un obitorio (Countdown To Ecstasy), il barbone che vende ciambelle salate (Pretzel Logic), i mostruosi insetti della coscienza (Katy Lied), il sonno dell’homeless insidiato da grattacieli-rettili (The Royal Scam). Ricordiamoci, altresì, che gli psichedelici Soft Machine di Robert Wyatt e Kevin Ayers decisero di chiamarsi così dopo aver “metabolizzato” l’omonimo romanzo. E che Frank Zappa, nella Nova Convention del ’78 con John Cage, Philip Glass, Laurie Anderson e Patti Smith, si mise a declamare The Talking Asshole estrapolandolo dal Pasto nudo. Senza contare, poi, le ospitate: Burroughs che s’insinua in una scheggia dell’album Mister Heartbreak, accanto a Laurie Anderson (’83) e in Language Is A Virus, 3 anni dopo; gomito a gomito con Kurt Cobain, sviscerando The “Priest” They Called Him (’93) e, sempre in quell’anno, dentro Technodon della Yellow Magic Orchestra di Ryuichi Sakamoto e negli interstizi di The Black Rider, con quell’orco di Tom Waits.

L’apocallittico “guru”, racconta Rock’n’Roll Virus, nel ’74 si trasferisce da Londra a New York dove affitta un appartamento sulla Bowery (a pochi passi dal CBGB’s) che verrà in seguito denominato Bunker. La crema dell’underground (da Lou Reed a Patti Smith) rende omaggio al maestro in un viavai incessante. Burroughs è reduce dalla conversazione londinese con David Bowie e il giornalista Craig Copetas, pubblicata a febbraio su Rolling Stone. Una vera manna, per Bowie, che sta completando l’album Diamond Dogs pensando a George Orwell e utilizzando il “cut-up”, che rimetterà in pratica nel ’95 con gli omicidi seriali di Outside. I 2 si trovano subito in sintonia. William chiede a David se e come pianifica la sua attività di rocker, complimentandosi per le canzoni che ha ascoltato, Five Years e Starman, dopo aver letto tutti i testi dell’ellepì The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars. David ammette di non essere stato un fanatico lettore della sua opera: «A essere sincero, non ho letto molto oltre a Kerouac. Ma da quando ho cominciato a scorrere il tuo lavoro, non riuscivo a crederci. Specialmente dopo aver letto Nova Express. Mi sono sentito in sintonia con il libro. Il mio ego, naturalmente, mi ha fatto saltare subito agli occhi il capitolo Pay Color. Poi, ho cominciato a pescare frasi a caso dalle altre parti del romanzo». Burroughs gli confida di aver letto con attenzione il testo di Eight Line Poem (brano dell’album Hunky Dory) e di aver spontaneamente pensato allo stile narrativo di Thomas Eliot. Con Patti Smith, invece, lo scrittore dialoga nel marzo del ’79. Ma l’intervista uscirà su Spin solo 9 anni dopo. Lui le dice: «Abbiamo l’intera generazione del punk che è essenzialmente una generazione di anti-eroi. È evidente come rigettino i valori tradizionali, perché questo risveglio li ha resi coscienti del fatto che tutti i princìpi con i quali sono cresciuti sono sciocchezze. Per questo rifiutano quelle regole. Quindi, se vuoi, potremmo considerarli come parte di un movimento che hai aiutato a far nascere». E lei: «Continuo a credere nel genio. Non me ne frega un cazzo, non sono d’accordo con loro. Credo negli eroi. Guarda, amo quei ragazzi, ma talvolta mi sembra di aver generato una covata di piccoli mostri. Non la penso come loro, non credo che sia grande farsi di eroina a ventun anni e crepare…». New Music News, invece, pubblica nell’81 l’intervista con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie. Con tanto di frivolezze postmoderne: il significato di parapendìo, i cibi in scatola, il Portogallo, poltergeist, gli Ufo… Zero musica, zero letteratura. Ma i Blondie, si sa, sono la faccia più “popular” della new wave newyorkese. E tanto vale riderci sopra. Gli elettronici Devo di Jerry Casale e Mark Mothersbaugh, intervistati l’anno successivo per Trouser Press, sono infine i protagonisti di una bislacca filosofia, la De-evolution, che fa regredire (anche in chiave genetica) l’essere umano a uno stadio simil-robotico. La colpa? Dell’alienazione causata dal consumismo e dalla società ipertecnologica. Burroughs, ovviamente, ci va a nozze. I Devo gli confidano di avere a che fare «con gente che mangia hamburger da McDonald e indossa jeans Jordache, ecco il nostro cruccio. Crediamo che in un certo senso siano le stesse cose che odiamo a darci da vivere». Lui ribatte: «Succede a tutti. L’uomo può vivere senza nemici? La risposta è che non è mai stato così». Pillole di cinica saggezza. Burroughs e il rock. E viceversa. Giù il sipario.

Matteo Boscarol, William S. Burroughs – Rock’n’Roll Virus, Coniglio Editore, 200 pagine, € 14

www.coniglioeditore.it

Foto: William Burroughs, 1989
David Bowie e William Burroughs, 1974

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