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Fiorucci Love Therapy

Elio Fiorucci. Intervista Esclusiva.

Dagli angeli alla Love Therapy.

di Stefano Bianchi

Pensa positivo e parla positivo, Elio Fiorucci. E quando s’è messo a raccontarmi la sua moda sbocciata a Milano, in una primavera da Flower Power, flirtando con la Swinging London (scopritela sfogliando i libri Elio Fiorucci: quarant’anni di arte, design, moda e spettacolo e Liberi tutti), ho capito che la sua dolce rivoluzione fatta di colori Pop, oggetti di “good design” e capi d’abbigliamento che irradiano ottimismo anche solo a guardarli, ha lasciato un segno fantasioso, anticonformista, “friendly”, nell’immaginario collettivo.

C’erano una volta gli angioletti vittoriani, a timbrare il romantico ottimismo che Fiorucci regalava al mondo. E quando ha cominciato a ragionare su un nuovo marchio, garantito che ha sorriso, s’è guardato come sempre intorno captando umori, segnali, sensazioni, e gli è venuta voglia di rilanciare la sua persuasiva rivoluzione. Perché se è vero che i tempi cambiano, si induriscono, ti lanciano occhiatacce, l’amore non cambia né ti delude. Al contrario, ti fa vedere il lato positivo della vita. Basta seguirlo, assecondarlo, lasciarsi andare alla Love Therapy. Farsi prendere per mano da un esercito di gnomi in technicolor. Fidarsi dell’estro creativo di Elio Fiorucci. Oggi come ieri.

Cominciamo dal 31 maggio 1967, data d’inaugurazione del tuo primo store nel cuore di Milano, in piazza San Babila.
«Un evento non pianificato, che fece il botto anche perché in città si era sparsa la voce che sarebbe successo qualcosa di straordinario. Un negozio all’avanguardia, laccato di bianco e illuminato da lampade fotografiche, progettato in un paio di mesi dalla scultrice Amalia Del Ponte. Al vernissage arrivarono Adriano Celentano e la sua compagna di allora, Milena Cantù, a bordo di una Cadillac rosa con tutto il Clan al seguito. Lamberto Sechi, direttore di Panorama, incaricò Miriam De Cesco di fare il reportage. Non vedevano l’ora di scoprire cos’altro avrei combinato dopo gli stivali di plastica colorata e quelli in pelle arancio e mandarino che mi ero inventato nel negozio di scarpe e pantofole in via Torino. Le riviste di moda mi conoscevano già da un paio d’anni come un personaggio un po’ fantasioso. Adriana Mulassano, per la copertina di Amica, aveva fatto fotografare una modella in costume da bagno con sandali infradito griffati Fiorucci, sormontati da una grande margherita e accompagnati da un paio d’orecchini in tema».
Per i capi d’abbigliamento del debutto, ti sei ispirato più alla Summer of Love di San Francisco o al Sgt. Pepper londinese?
«Alla Londra che racchiudeva in Carnaby Street il cuore pulsante della moda. A quel mondo così diverso, moderno, liberale e anarchico che avevo sperato potesse esistere e che ‘importai’ nel negozio milanese. Mi conquistai l’amicizia di Barbara Hulanicki, ideatrice e mattatrice del rivoluzionario store Biba, e dello stilista più raffinato dell’epoca, Ozzie Clarke, che diventò designer delle mie collezioni».
Com’è nato il celebre logo con gli angioletti?
«Conversando con l’architetto e designer Italo Lupi. Gli dissi che volevo far capire al pubblico quanto Fiorucci non fosse la classica azienda commerciale, bensì un’attività commerciale e spirituale. Pensammo così ai 2 angeli, stampati sui sacchetti del negozio, che idealmente uscivano dalle chiese per incamminarsi sui marciapiedi cittadini. Angeli intesi come compagni delle nostre vite; persone care che non sono più qui con noi, ma che restano al nostro fianco volendoci bene anche quando ci capita di sbagliare. Feci realizzare una t-shirt con sopra scritto ‘Guarda: forse accanto a te c’è un angelo’».
L’immagine è da sempre il tuo punto di forza. Ricordo irresistibili shopping bags ed efficaci posters con pin-ups Anni ’50 che si fondono all’immaginario Pop americano.
«Nella mia carriera ho avuto una grande fortuna: la capacità di rompere gli schemi decontestualizzando tutto quello che mi piaceva per poi proiettarlo nell’immagine Fiorucci. Mi piacevano gli angioletti? Li ricontestualizzavo trasformandoli in icone “pop”. Idem per le pin-ups. E quando qualcuno mi domanda cosa avessero a che fare gli angeli con le donne nude, rispondo che ogni donna nuda è come un angelo. Un dono divino».
Nel ’76, a New York, nasce il Fiorucci Store.
«Sulla Cinquantanovesima Strada, a Manhattan, vicino a Bloomingdale. Progettato da Ettore Sottsass e Andrea Branzi».
Hai sempre dato risalto ai designers…
«Cogliendone il lato artistico. La capacità di uscire fuori dagli schemi. Penso ad esempio a Michele De Lucchi, che disegnò tutta una catena di negozi per noi; e al mio caro amico Alessandro Mendini che presentò a Milano i suoi Arredi Vestitivi: mobili in compensato leggero indossati e fatti sfilare da stupende modelle».
Tornando a New York, da Fiorucci capitò una “guest star”: Andy Warhol.
«Che venne ad autografare, col romanziere Truman Capote, copie della sua rivista Interview. Andy andava pazzo per il mio negozio, ritrovo ‘in’ per tutti i newyorkesi. Offrivamo caffè gratis, ospitavamo artisti, ricevevamo le visite di Madonna, Jean-Michel Basquiat…».
Come l’hai conosciuto?
«Merito di Maripol, la fidanzata del fotografo Edo Bertoglio. Quest’ultimo, girò il film New York Beat dedicato a lui, prodotto da me e da Rizzoli Usa e presentato nel 2000 al Festival di Cannes col titolo Downtown ’81. Nelle pause fra una ripresa e l’altra, Jean-Michel scarabocchiava su fogli di carta che io passavo alla mia ragazza e agli amici. Disegni come quelli, adesso, valgono almeno mezzo milione di euro. Ne avessi conservato almeno uno, andrei in pensione senza pensarci su due volte. Basquiat era un ragazzo infinitamente buono. Di estrazione borghese, aveva deciso di condurre un’esistenza da ‘homeless’, lontano dalla famiglia. Quand’era senza soldi (succedeva quasi sempre, agli inizi della sua carriera) bazzicava per supermercati raccogliendo le monete che qualcuno perdeva. Se ne stava lì, per ore, in attesa di racimolare il suo piccolo ‘tesoro’».
Warhol, nei Diari redatti da Pat Hackett, mercoledì 21 dicembre 1983 annota: “Andato da Fiorucci, è proprio un luogo divertente. È tutto ciò che ho sempre voluto, tutta plastica. E quando esauriscono qualche articolo non credo lo ripetano. E ragazzini deliziosi”. Cosa ti piace ricordare di Andy?
«Un episodio, in particolare. Un giorno, anziché alla Factory, decise di portarmi nella sua inaccessibile casa. E mi fece subito vedere un dipinto dell’800 inglese che raffigurava una capra sopra una pietra. Andy, in quel preciso istante, riuscì a ‘decifrare’ senza conoscerlo il mio passato giovanile: quando, durante la guerra, trascorsi l’adolescenza in campagna dove vivevano le mie zie. E la mia casa ideale, era quella dei contadini. E io mi sentivo (e mi sento) un contadino. Proprio come Andy. Che aveva capito tutto, dimostrando grande sensibilità».
Nel 1977, sempre a New York, organizzasti l’opening dello Studio 54…
«Coronamento del grande progetto di Steve Rubell e Ian Schrager, 2 ragazzi di Long Island che mi contattarono per concretizzare l’idea di una discoteca al 254 della Cinquantaquattresima Strada, a Manhattan, all’interno di un ex studio televisivo. Decisi di sponsorizzare la cosa e chiamai Antonio Lopez, collaboratore stretto di Warhol, che per l’inaugurazione del locale disegnò i costumi per un balletto di Alvin Ailey. Quel giorno, organizzai per alcuni giornalisti italiani un volo charter da Milano Malpensa. Atterrammo a New York alle 3 del pomeriggio e alle 8 e mezzo di sera, come stabilito, ci ritrovammo davanti allo Studio 54. Strada transennata dalla polizia. Folla oceanica. Potevano passare solo le Limousine che scaricavano ‘celebrities’ in continuazione. Cercai di entrare, ma i buttafuori mi respinsero. Fu un segno del destino: meglio restare fuori e osservare affascinato quella parata di stelle, anziché annoiarmi in sala sorseggiando champagne. Seduto sul marciapiede fino alle 2 di notte, felice come un ragazzino, vidi uno spettacolo che non dimenticherò mai».
C’è anche Keith Haring, fra le celebrità che hai conosciuto. Il quale, nell’84, “trasformò” il negozio in San Babila…
«Fu Tito Pastore, mio art director e amico fraterno, a propormi di svuotarlo per farglielo affrescare, come facevano i più grandi pittori nelle cattedrali. Prima di decidere se accettare o meno, Keith chiese un parere a Andy Warhol che gli rispose: ‘Vai a Milano, perché quando Fiorucci decide di fare una cosa, ha un senso’. In 2 giorni e 2 notti, dando vita a un’incredibile performance, Haring fece il più bel ‘restyling’ possibile e immaginabile dello store».
Qual è il capo d’abbigliamento “cult”, dello stile Fiorucci?
«I jeans. Parola di Bruce Springsteen che ha dichiarato: ‘Quando il Metropolitan mi ha chiesto un oggetto simbolo della mia personalità da esporre, ho dato la mia chitarra e i miei blue-jeans Fiorucci’».
E Fiorucci, oggi, viene declinato in Love Therapy…
«Cioè fare la terapia dell’amore, che equivale ad amare il prossimo. Dando, attraverso i miei prodotti, un messaggio etico dell’amore».
Con una nuova icona…
«Lo gnomo. Frutto della mia fantasia e, naturalmente, del mio inesauribile amore per la campagna».

Luisa Valeriani, Elio Fiorucci: quarant’anni di arte, design, moda e spettacolo, Meltemi Editore, 48 pagine

Giannino Malossi, Liberi tutti, Lampi di Stampa, 160 pagine, € 36

www.fiorucci.it

www.lovetherapy.it

CoolMag Tube: intervista a Elio Fiorucci
Parte 1: http://it.youtube.com/watch?v=IQeZLK-Mdhs
Parte 2: http://it.youtube.com/watch?v=BahY2FCGTnA
Parte 3: http://it.youtube.com/watch?v=7HbLuaZqtzY

Foto: © Oliviero Toscani
Andy Warhol e Elio Fiorucci/Archivio Fiorucci



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Elio Fiorucci e Andy Warhol


 

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