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Cavellini di Warhol

GAC!

L'Arte secondo Guglielmo Achille Cavellini.

di Stefano Bianchi

GAC. Uno schiocco, a pronunciarlo. Sublime energia futurista, come lo Zang Tumb Tumb di “marinettiana” memoria. GAC, però, non è una “parolibera”. È nome, secondo nome, cognome: Guglielmo Achille Cavellini (1914-1990), bresciano. Destabilizzante, ironico, fuori dagli schemi. Collezionista e mecenate dell’Astrattismo, prima; artista in prima linea, poi: contro il sistema, per una rivoluzione del comunicare con la pittura, la parola scritta, la gestualità. Ogni volta che vedo un’opera di GAC (un assemblaggio di oggetti, un francobollo ligneo, un’Italia carbonizzata, una cassetta che contiene opere distrutte…), non posso non pensare al suo ideale alter ego (parere personale) in musica: Frank Zappa. Compositore polimorfo che azzannava free-jazz, avanguardia, rock, blues, canzoni–usa–e-getta e poi li risputava addosso al pubblico con un ghigno beffardo come un qualcosa di unico, speciale, trasgressivo, anticonformista.

La musica di Zappa contro il sistema della musica. Punto e basta. Senza fraintendimenti. Piaccia o non piaccia. Idem Guglielmo Achille Cavellini: che di volta in volta (beffardamente) è stato dadaista, nuovo realista, poppettaro, concettuale. Uno, nessuno, centomila. Mode e modi dell’arte spremuti fino all’ultima goccia, con l’obbiettivo di creare lo stile GAC. Dissacrante, narcisistico, stupefacente. Unico. Per non lasciarmi sfuggire la genialità di GAC, in attesa che i suoi tanti capolavori vadano in mostra a Milano (Fabbrica Eos, dall’11 marzo) e a New York (Florence Lynch Gallery, dal 20 marzo), ne ho parlato con l’unico interlocutore possibile, il figlio Piero, che da anni cataloga nell’Archivio Cavellini di Brescia le opere di cotanto padre. Impresa ardua, ma non impossibile.

Del collezionista Guglielmo Achille, cosa ricordi?
«La quotidianità vissuta con l’arte. Sono nato sapendo che il contemporaneo era ciò che vedevo sulle pareti di casa, ogni mattina, quando bevevo il caffelatte. Ed era altrettanto contemporaneo il quadro di Tapies appeso sopra il mio letto».
Opere astratte, informali…
«Più che semplice collezionismo, quella di mio padre è stata un’autentica militanza artistica. Che poi ha acceso la scintilla a tutto il suo lavoro di citazione; a quell’innescare ragionamenti sul sistema dell’arte».
Con quali artisti GAC ha instaurato un rapporto d’amicizia?
«Col Gruppo degli Otto, sostanzialmente. Vedova, Morlotti, Corpora, Birolli, Moreni, Santomaso, Afro, Turcato. Il “trait d’union” con l’arte fu l’aver conosciuto Emilio Vedova, nel 1946».
Poi, negli Anni ’50, complici le gallerie di Parigi, la collezione di GAC si apre all’Informale europeo…
«Dubuffet, Hartung, Fautrier, Estève… Esposti nel ’57 a Roma, alla Galleria Nazionale di Arte Moderna, nella collettiva "Pittori Moderni della Collezione Cavellini". Passare dagli italiani agli europei fu una scelta coraggiosa, dirompente. Che causò risentimenti, incomprensioni».
Prova a descrivermi GAC artista.
«Lo rivedo nei primi Anni ’60, chiuso in studio fino a notte fonda, impegnato a elaborare quella strategia che stava dando un senso profondo alla sua esistenza. Cominciò con una pittura grafica, segnica, che riutilizzava l’Informale trasportandolo sul “sé”, sull’individualità. Una scrittura quasi automatica, personale, sul proprio vissuto. E poi, le impronte imbevute di china e proiettate sulla carta: per produrre oggettualità, accumulazioni».
Che fanno pensare ad Arman. Possiamo dire che Cavellini si è mosso in contemporanea con gli altri artisti?
«Era un sismografo. Percepiva, dell’arte, ogni spostamento: Nouveau Réalisme, New Dada. Si trasforma in artista saltando a piè pari l’Accademia. Dopo l’idea del “possesso” collezionistico e la condivisione con gli artisti, segue come un segugio il proprio istinto. E come Marcel Duchamp o Man Ray si mette a scardinare ruoli, regole, identità definite. Alla stregua di un “outsider”, GAC esce dal luogo dell’arte, dall’opera intesa come “oggetto” concluso. Si svincola dagli schematismi».
Ed è libero, obbiettivamente, di spaziare. L’opera "Tre attrici" del ’65, ad esempio, può ricordare Martial Raysse…
«Sono d’accordo. Graficamente è “pop”».
E la "Specchiera", sempre del ’65, con le stoffe e gli elementi metallici, mi fa venire in mente "La venere degli stracci" di Michelangelo Pistoletto.
«Il quale, in realtà, la realizzò dopo: nel ’67».
Che è stato l'anno dei "Pop Artisti", quadro che potremmo tranquillamente accostare al "Futurismo rivisitato a colori" di Mario Schifano.
«Sono entrambi citazionisti. Con una sostanziale differenza, però: se Schifano rivisita il passato, GAC reinterpreta il contemporaneo dopo averlo scoperto alla Biennale di Venezia del ’64, attraverso le opere di Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Jim Dine, Claes Oldenburg».
Poi, sul finire degli Anni ’60, si concentra sul “concetto”.
«Con le cassette che contengono opere distrutte, crea fisicamente oggetti che racchiudono la problematica dell’opera d’arte. Concretizza, cioè, l’idea d’ingabbiare opere sue o di altri per instillarvi nuove forme, nuove identità. Ma in quelle cassette, “dadaisticamente”, non ci sono altro che enigmi, tentativi, miscugli di lavori precedenti».
Dopo le opere distrutte, quelle carbonizzate e i francobolli.
«Le prime, amplificano la distruzione alimentando una sorta di “purificazione” dell’arte e dell’Italia, che sottoforma di stivale ricorre in parecchi lavori come frammento estrapolato dalla realtà. I francobolli, realizzati con gli intarsi in legno, veicolano invece il concetto di successo: dal momento che sono famoso, non posso che finire stampato su un francobollo. Come i capolavori di Modigliani o di Matisse: che diventano omaggi alla maniera di Cavellini».
Da questi presupposti, negli Anni ’70, parte l’Autostoricizzazione.
«Che non è megalomanìa, ma l’azione destrutturante del sistema culturale. GAC mette a nudo il narcisismo di artisti, galleristi, mercanti e critici, autocelebrandosi sulle pagine di un’enciclopedia da inondare di scrittura come i suoi vestiti, nonché su francobolli e adesivi del “centenario” che evidenziano la scritta CAVELLINI 1914-2014. Data di nascita e di morte per svelare le contraddizioni del mondo dell’arte. Fino agli autoritratti, in cui mette in gioco il proprio corpo, “teatralizzandosi” su un piedistallo. L’opera dell’autocrocifissione, intitolata "Il sistema mi ha messo in croce", è sintomatica».
Altra genialità, la Mail Art.
«Ereditata da teorizzatori come Ray Johnson, che diede all’arte postale un indirizzo autonomo estrapolandola dal gruppo Fluxus. Nel caso specifico di mio padre, alla base c’è l’idea delle mostre a domicilio: faceva stampare 10.000, 20.000 copie di cataloghi con le sue opere e li spediva ad altrettanti indirizzi di direttori di musei, collezionisti, eccetera, spostando di fatto i termini della considerazione all’interno del sistema. I giovani artisti che ricevevano una copia “griffata” GAC, percepivano un forte senso di libertà; capivano, cioè, che quel bizzarro e incatalogabile personaggio garantiva coraggiosamente un sistema artistico tutt’altro che impenetrabile. E rispondevano inviando a loro volta (per posta) migliaia di opere».
GAC e Andy Warhol.
«Conosciuto nel ’74. Volle farsi ritrarre da lui per trasformarsi nella “pietra miliare” della sua progressiva escalation verso il sistema. In varie interviste, Warhol ebbe modo di considerare mio padre come l’unica realtà artistica italiana capace di stimolarlo e incuriosirlo».
Negli ultimi anni, l’interesse per GAC è aumentato in maniera esponenziale…
«Non tanto da parte del mercato istituzionalizzato. Ma arriverà anche il suo turno: quando avrà finalmente compreso l’inafferrabilità della sua arte».

Guglielmo Achille Cavellini 1914 –2014
dall’11 marzo all’11 aprile, Fabbrica Eos, piazza Baiamonti 2, Milano
tel. 026596532

www.fabbricaeos.it

Guglielmo Achille Cavellini – Works from 1960 to 1990
dal 20 marzo, Florence Lynch Gallery, 531-539 West 25th Street, New York
tel. 001-212-9243290

www.florencelynchgallery.com

www.cavellini.org
 
CoolMag Tube: it.youtube.com/watch?v=AYPvmotca20

Foto: Andy Warhol, Guglielmo Achille Cavellini, 1974, Collezione Archivio Cavellini, Brescia
Guglielmo Achille Cavellini, Carbone con Italia a colori dispersa, 1969




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Italia dispersa a colori


 

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