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Anya Philips

Face Addict.

Intervista Esclusiva a Edo Bertoglio

di Stefano Bianchi

Storie di chi è sopravvissuto. Agli Anni ’80, alle mille luci di New York, al buco d’eroina lungo Alphabet City. Storie. Di chi è orgoglioso d’aver vissuto, respirato, metabolizzato la New Wave: arte, musica, fotografia, moda. E di aver fatto parte della Downtown scene. Notti da divorare. Una chance, per tutti, di diventare stars. Fra i “survivors” c’è Walter Steding: che bazzicò la Factory di Warhol suonando il violino elettronico. E Glenn O’Brien, l’editore-fondatore di Interview. E Maripol, l’imprevedibile stilista che catalogava facce con la sua Polaroid. E Debbie Harry, l’angelo dei Blondie. E Wendy Whitelaw, maga del make-up. E John Lurie, l’ipnotico uomo-in-freejazz dei Lounge Lizards. Sopravvissuti. Che ogni tanto ripensano a chi non c’è più: a Jean-Michel Basquiat, a Andy Warhol. A chi di overdose è morto. E a chi è rimasto schiacciato dai sogni. Dannata New York.

Fino a quando qualcuno ha avuto il coraggio di riguardarla in faccia. Per porre fine a un capitolo intenso, difficile della propria vita. Quel qualcuno è stato Edo Bertoglio, fotografo nato a Lugano, classe 1951, che a metà degli Anni ’70 decide di mordere la Grande Mela per poi fuggire via, nel ’90, con un baule strapieno di foto. Il suo archivio. Quel che gli è rimasto, dopo aver consumato gli ultimi dollari per una dose. Facce della scena Downtown. Ricordi. Eroi & Eroina. Edo Bertoglio torna sul luogo di quella fatale, irresistibile perdizione. 3 viaggi per riannodare il filo della memoria. Incontra chi, come lui, è un sopravvissuto. E si mette a girare il film Face Addict. Drogato di facce. Finisce le riprese nell’autunno del 2004, e l’anno successivo lo presenta al Festival di Locarno. Si libera, finalmente, da un peso che era diventato insostenibile. E riassapora quegli anni intensi, irripetibili. Nel bene e nel male. Face Addict, ora, è diventato un Dvd. Struggente. Elettrizzante. Dannatamente bello.

«A New York, ci sono arrivato nell’ottobre del ’76. Ma solo un paio d’anni dopo ho capito ciò che sarebbe successo con la New Wave. Dal punto di vista creativo e musicale. L’attitudine, l’azione dei suoi artisti erano schiettamente “punk”. E a proposito di Punk (o meglio: pre-Punk), ricordo di avere incontrato in un hotel di Parigi (dove studiavo cinema, prima di trasferirmi negli Stati Uniti) David Johansen, il vocalist dei New York Dolls. Negli Anni ’80, si sarebbe trasformato in Buster Poindexter sottolineando con lo swing la New Wave. Conservo una piccola foto, a colori, che in quell’occasione gli scattai».
L’aver girato Face Addict è stata un’occasione di riscatto, un esorcismo, una psicoterapia?
«Ha molto a che fare con la psiche. Tutto è nato da Downtown 81, il mio primo film realizzato con Jean-Michel Basquiat, che presentai nel 2000 alla Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes dopo che per 18 anni era rimasto in un cassetto per mancanza di finanziamenti. La sera della ‘prima’, un giornalista mi domandò quale sarebbe stato il mio prossimo progetto cinematografico. D’istinto, gli risposi che sarei tornato a New York per vedere cos’era rimasto della Downtown scene».
Nel film, dichiari che l’unica testimonianza tangibile di quel periodo è il PS1.
«Nel senso che New York New Wave, che venne allestita nell’81 in quegli spazi, fu una grande mostra che mise in evidenza l’arte di tutta la comunità Downtown. Diego Cortez, riuscì a creare dal nulla quell’evento incredibile. E mi diede la possibilità di esporre le foto in una stanza. Dandomi grande visibilità».
Se non avessi girato Downtown 81 non sarebbe esistito Face Addict…
«Certo. Downtown 81 è il ‘prima’, Face Addict il ‘dopo’».
Nel film, esprimi affetto nei confronti di Basquiat…
«La scelta di averlo in Downtown 81 è stata fortuita. Con Glenn O’Brien, avevo inizialmente pensato a Danny Rosen. Quel ragazzino che si vestiva come un dandy, sarebbe stato il protagonista ideale del film. Ma si rivelò inaffidabile, e così Glenn mi propose Basquiat. Quando uscivamo da casa, vedevamo la sua firma, SAMO, tatuata sui muri. Siamo diventati grandi amici. Maripol ed io l’abbiamo ospitato varie volte, poiché non aveva fissa dimora. Jean-Michel ci sapeva fare con le ragazze: la fidanzata della settimana, o del mese, era soprattutto un tetto dove dormire. Parlava pochissimo, lavorava in continuazione. Lo invitavi, e lui si metteva a dipingere su ogni superficie bianca. Avevo 4 suoi disegni, bellissimi, che a metà Anni ’80 ho dovuto vendere per procurarmi la droga. Tre, dedicati a me, raffiguravano macchine fotografiche e la corona, che era il suo ‘logo’. E un autoritratto, con Jean-Michel vestito da spaventapasseri. Sono finiti a casa di Johnny Depp».
Walter Steding, il protagonista di Face Addict, riempie lo schermo con la sua sublime vulnerabilità.
«È una persona adorabile, che incarna ancora oggi (nella gestualità, negli atteggiamenti) ciò che eravamo noi, nel bene e nel male. L’epilogo delle scene girate a Pittsburgh, a casa dei suoi genitori, vede Walter tornare nella stanza di quand’era adolescente. E confessarsi, senza pudore, davanti alla cinepresa. Al termine della sequenza i 2 cameramen, il fonico ed io ci siamo letteralmente commossi».
Al film manca un altro artista-simbolo: Keith Haring.
«L’ho conosciuto, ma non siamo mai realmente diventati amici. Era uno dei tanti che bazzicavano la scena. Poi, dopo aver messo a frutto il suo talento di graffitista, aprì un club nell’East Village dove far convergere la comunità gay. Ci siamo capitati, qualche volta, ma il nostro ritrovo era e rimaneva il Mudd Club».
Che ha scandito la storia della New Wave.
«Lunedì capitava di assistere al concerto dei Contortions. Martedì suonavano i giapponesi Plastics. Mercoledì era la volta di Kid Creole & The Coconuts… Ma se ripenso a un gruppo in particolare, ho molto amato i Suicide».
Parecchia New Wave è passata davanti al tuo obiettivo…
«Lounge Lizards, B-52’s, Coati Mundi, Debbie Harry dei Blondie, Klaus Nomi… Ma anche gli Chic, che non erano certamente legati alla Downtown scene, ma alla discomusic. In pieno agosto, con un caldo terrificante, li dovevo fotografare per Interview, la rivista di Andy Warhol. Appuntamento a casa mia, si blocca l’ascensore e gli Chic si fanno 9 piani a piedi con svariati cambi d’abito al seguito. Risultato: Interview mi pubblica una sola foto. La meglio riuscita. Quel set, insomma, si rivelò negativo tanto per me quanto per la band di Nile Rodgers».
Ma la foto trovò spazio fra le pagine di Interview, come tante tue altre.
«Ho collaborato per la rivista dal ’78 all’82. Ricordo quando mi sono presentato a Andy Warhol con un portfolio di fotografie ‘glamour’ scattate a Parigi negli Anni ’70. Le guarda ed esclama: ‘Faboulous!’. Poi, mi chiede da dove provengo. Da Lugano, rispondo. E lui: ‘La conosco bene. Sono stato varie volte a Villa Favorita, ad ammirare la collezione d’arte Thyssen-Bornemisza. Ma perché hai lasciato Lugano?’. ‘Perché è provinciale, non succede mai niente’. ‘Ma io adoro le città noiose!’. A quel punto, l’ipotesi di una mia collaborazione si era trasformata in realtà. Mettevo la mia professionalità al servizio di Warhol. Che faceva ruotare attorno a sé tutta la New York che contava. Ricordo quando compariva allo Studio 54, con la sua Polaroid, attorniato da Liz Taylor, Bianca Jagger, Liza Minnelli, Truman Capote…».
Fra i tuoi scatti, spiccano le “cult figurines”.
«Soprattutto la serie di volti femminili che ho fotografato per 3, 4 anni sul tetto del mio studio. Erano amiche, alle quali chiedevo di raggiungermi vestite allo stesso modo di come le avevo viste la sera precedente, nella nightlife. Sovraesponevo il loro viso per mantenerne i tratti, lasciando sfumare il resto della materia. Un po’ come succede a certi personaggi dei cartoons. Quelle ragazze, che si vestivano e truccavano da sole, cullavano un desiderio: diventare stars. E l’estetica della nostra comunità si ispirava al cinema degli Anni ’40 e ’50, alla Nouvelle Vague francese».
Dovessi scegliere 2 “cult figurines”?
«Un bianco e nero, coi Lounge Lizards sorpresi dall’obiettivo mentre saltano. E un ritratto a colori di Wendy Whitelaw, icona straordinaria. Purtroppo, ancora schiava della droga».
Nel tuo curriculum ci sono anche copertine di dischi…
«Parallel Lines dei Blondie, ad esempio. E Like A Virgin, per Madonna. La foto venne regolarmente acquistata, ma all’ultimo momento i discografici decisero di riposizionare l’ellepì sul target dei ‘teenyboppers’. Mi dissero che l’immagine era indubbiamente bella, ma che somigliava troppo a una sofisticata pubblicità di un profumo francese. Per cui, la dovettero scartare».
Fra le sequenze più struggenti di Face Addict, c’è Coney Island.
«Una valvola di sfogo, per noi che spremevamo le notti fino all’ultima goccia. Era bello allontanarci da Manhattan per qualche ora, e inondati dal sole scoprire la magia di quel luogo. E poi, soprattutto, eravamo ancora ‘drug-free’».
Torni spesso a New York?
«L’ultima volta è stato nell’autunno del 2004. È cambiata. E non necessariamente in meglio. Ridipinta e rimessa a posto, sembra un immenso shopping center. Eppure, è sempre bello tornarci».
Quando la ripensi, cosa vedi?
«La materia della città. Dura, sporca. Ma molto viva».

Edo Bertoglio, Face Addict – I volti della “scena” underground di New York, Dvd + libro, ShaKe Edizioni, € 17.90

www.shake.it

Foto: Anya Philips, 1979, © Edo Bertoglio


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