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The Very Best Of Mick Jagger

Mick Jagger.

A Londra, 15 anni fa.

di Stefano Bianchi

È appena uscito The Very Best of Mick Jagger. 17 pezzi della Pietra che rotola senza Pietre Rotolanti. Mentre lo sto ascoltando, vado in retromarcia. Ripenso a quando - 15 anni fa, unico critico musicale italiano – Sua Rockità in persona mi ricevette a Londra. 26 novembre 1992. Solo un quarto d’ora. Quindici minuti d’intervista. Non uno di più, né uno di meno. A bordo del taxi, controllo per l’ennesima volta le domande. E per l’ennesima volta controllo che le pile del registratore siano cariche. Mai successo: nervosismo che neanche all’esame di maturità. Nemmeno quando ho intervistato i miti della mia adolescenza: David Bowie, Iggy Pop, Bryan Ferry, Brian Eno. Nella testa continua a ronzarmi Tumbling Dice. Da Exile On Main Street. 2 ellepì. Folgoranti. Ogni volta che ragiono di Rolling Stones penso a quella coppia di dischi. Di Keith Richards, più che Mick Jagger. Ma devo concentrarmi su Wandering Spirit, il terzo album solista di Mick: migliore di She’s The Boss e di Primitive Cool. Anche se a Milano i discografici me l’hanno fatto ascoltare in anteprima solo una volta, è la sensazione a pelle quella che conta. Alle 16 il taxi si ferma in Halkin Street. Appuntamento all’Halkin Hotel. Reception. Dopo avermi fatto accomodare in poltrona, una solerte press-agent mi fa firmare un’impegnativa. Intervisterò Jagger solo ed esclusivamente per il mio giornale. Non uscirà neppure un rigo altrove. Lo giuro. Raggiungiamo in ascensore una suite. La moquette è affollata di grandi foto promozionali in bianco e nero. Il Mick Jagger di Wandering Spirit sorpreso nelle sue inconfondibili scosse dinoccolate. Nell’altrettanto inconfondibile sorriso a 2 piazze. Sussurro qualcosa, a quelle foto, mentre mi lasciano lì, in “stand by”. E Tumbling Dice non la smette di ronzarmi in testa. Mi danno finalmente l’okay ed entro in un’altra suite. Sembra il gioco delle scatole cinesi. Ho l’impressione che sia tutto un bluff: ho visto Jagger in cartolina, bye-bye, me ne torno in Italia. Me lo sto augurando, forse, per ammazzare la tensione.

Sua Rockità Michael Philip Jagger, 50 anni fra un tot di mesi, entra nella suite. Camicia di seta azzurra, pantaloni e gilet blù. Chioma fluente. Mentre mi stringe con franchezza la mano, sembra alto 2 metri. Capita, quando il Mito è a portata di mano. Fossi una donna, chiuderei la suite a chiave e chi s’è visto s’è visto. Lo Stone mi sorride facendo luccicare il brillantino incastonato nell’incisivo. Niente domande sulla vita privata. Solo musica. Passata, presente, futura. Me lo ha raccomandato la press-agent, giù alla reception. Ci sediamo. Uno di fronte all’altro. Accendo il registratore augurandomi che non mi lasci in panne. Con un accento aristocratico & cockney, Jagger mi spiega che gli “spiriti erranti” del disco «sono tutte quelle persone che non sanno da che parte stare. Perennemente indecise: non solo dal punto di vista geografico ma sociale, politico, spirituale». Controbatto che, viceversa, i suoi “wandering spirits” musicali sono decisi, semplici, lineari. «Blues, gospel, rhythm & blues. E in molti passaggi del disco mi avvicino al country e a un certo rock di stampo inglese. Amo i repentini cambi di stile». E non ti dispiacciono le covers, aggiungo. «Sì. Ne ho scelte 4. Think la incisero nel ’57 i Five Royals, ma a portarla al successo nel ’60 fu James Brown. Use Me è un pezzo di Bill Withers, mentre I’ve Been Lonely For So Long non la conoscono in molti: la cantò Frederick Knight negli Anni ’70. Handsome Molly, infine, è puro folk che ascoltai per la prima volta da Bob Seeger. L’ho proposta nelle feste tra amici: quando ci si siede in cerchio e ognuno intona una canzone…». La butto sul personale, ma con giudizio. Che differenza c’è fra il Jagger di oggi e quello di 30 anni fa? «Più esperienza. Più ricordi. Ma dentro mi sento lo stesso di allora, anche se affronto le cose della vita in maniera diversa. Come artista, invece, amo la musica con la medesima intensità dei tempi di Aftermath, Beggars Banquet, Sticky Fingers. Compongo canzoni con lo stesso gusto adolescenziale». Ricordi i primi dischi che hai acquistato? «Metà Anni ’50. Tre singoli: Whole Lotta Shakin’ Goin’ On di Jerry Lee Lewis, Bye Bye Love degli Everly Brothers e I’m Not A Juvenile Delinquent di Frankie Lymon and the Teenagers». Si alza in piedi, mi offre qualcosa da bere, preme il tasto “play” del lettore Cd e mi dice: «Ti piacciono? Sono gli Stone Temple Pilots. Grande energia. Come quella dei Lemonheads, altra buona band. Se invece preferisci il soul, ascolta i D’Influence…». Bussano alla porta. È la press-agent. In silenzio, mi fa con le 2 dita il gesto della forbice. Tempo scaduto. Faccio lo gnorri. Mick annuisce e le strizza l’occhio. Che mi dici dei Rolling Stones? «Ci ritroveremo a marzo per il nuovo album, che vogliamo pronto entro fine anno. Mi piace tornare a respirare aria di band. E non farò concerti solisti per poter essere totalmente a disposizione del gruppo». Cosa ti auguri? «Di ritrovare almeno un pizzico della positività e della voglia di suonare che ci ha accompagnati 3 anni fa nello Urban Jungle Tour. Sono fiducioso».

Sono trascorsi 15 anni. Mick Jagger, Londra, Halkin Hotel. Una vita fa. Oggi, Jagger è un sessantaquattrenne con l’ennesima tournée stoniana (Bigger Bang) alle spalle. Per quanto mi riguarda, Exile On Main Street è sempre la mia “rolling stone” favorita e il Mick solitario continua a divertirmi un sacco. Positivamente menefreghista e avventuroso. Ben messo a fuoco, in quasi tutte le sue cose migliori, dal Very Best che parte dal 1969 e arriva al 2004. Già. Due vite fa, tra Beggars Banquet e Let It Bleed, Jagger cominciò a ipotizzare la carriera solista. Si fece accompagnare da Ry Cooder (chitarra), dai 2 Traffic Steve Winwood (basso) e Jim Capaldi (batteria), e ne uscì fuori la tutt’oggi straordinaria vena “bluesy” di Memo From Turner, tratto dalla colonna sonora del film Performance che lo vide protagonista nei panni di una rockstar scoppiata. E casualmente, sempre al cinema, si è consumata 3 anni orsono l’ultima fatica solista del nostro: Old Habits Die Hard, ipoglicemica ballata con l’Eurythmics Dave Stewart, per la soundtrack del “remake” di Alfie. Nelle 4 decadi che separano i 2 brani, è “solisticamente” successo di tutto. She’s The Boss e Primitive Cool, i 2 primi canzonieri datati ’85 e ’87, intronati dall’elettronica come gran parte dei dischi di allora, vengono giustamente liquidati dall’antologia con Just Another Night, Lucky In Love e Let’s Work. Tutt’altra storia con Wandering Spirit (’93) e Goddess In The Doorway (2001): capaci di masticare sapido rock blues (Put Me In The Trash), sospirose melodie (Don’t Tear Me Up, stile You Can’t Always Get What You Want di stoniana memoria), funk in falsetto (Sweet Thing, alla Emotional Rescue), country & western (Evening Gown) e una ballad a presa rapida come Don’t Call Me Up. Capitolo a parte, i duetti: con David Bowie, alle prese con la rivisitazione di Dancing In The Street di Martha and the Vandellas (’85, epoca Live Aid); accompagnato dai cortocircuiti elettrici di Lenny Kravitz per l’hard rock di God Gave Me Everything e poi virato al gospel di Joy con l’aiuto di Bono degli U2 (2001); devoto al reggae e a Peter Tosh con (You Got To Walk And) Don’t Look Back (’78). Dulcis in fundo, gli inediti. Da ovazioni. Il primo, inciso a Los Angeles nell’inverno del ’73, dimenticato e poi recuperato da Jagger nel 2003, s’intitola Too Many Cooks (Spoil The Soup) ed è un eclatante pre-funk prodotto da John Lennon, all’epoca impegnato nel cosiddetto “lost weekend” losangeleno in compagnia dell’assistente May Pang, partner-sostituta di Yoko Ono. Un “fine settimana” che durò 2 anni, spesi dall’ex Beatles a gozzovigliare con un clan di amici denominati The Hollywood Vampires (Ringo Starr, Keith Moon degli Who, Alice Cooper, Harry Nilsson e Micky Dolenz dei Monkees) ma anche a darci dentro con la musica: per il suo album Rock’n’Roll, coadiuvato dal produttore Phil Spector; collaborando con David Bowie, Elton John e, appunto, Mick Jagger. Il quale, negli studi Record Plant, trovò una band coi controfiocchi al suo servizio: Jesse Ed Davis e Danny Kortchmar (chitarre), Jack Bruce (basso), Al Kooper (tastiere), Jim Keltner (batteria), Bobby Keys e Trevor Lawrence (sax), Harry Nilsson (cori). Le altre 2 canzoni, “previously unissued”, sono invece tratte dalle “sessions” di Wandering Spirit (’92): Charmed Life, con la figlia Karis ai cori e un ubriacante assolo di armonica a bocca; Checkin’Up On My Baby, cover incendiaria del pezzo del bluesman Sonny Boy Williamson supportata dai Red Devils. Tutto torna. Due pezzi robusti e sinceri. Come la stretta di mano di Mick Jagger, a Londra, 15 anni fa. Una vita fa.
Mick Jagger - The Very Best Of (Atlantic/Rhino)

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Mick Jagger 1992


 

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