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Cherry Vanilla

Cherry Vanilla. Io e Ziggy Stardust

Intervista Esclusiva

di Stefano Bianchi

Al Cherry&Bowie Party c’è chi sorseggia cocktails chiamati Stranezza Spaziale e C’è Vita su Marte. Si ha la certezza, al Goganga di Milano, di mettere le mani sul Glam Rock. Come se The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, Aladdin Sane e Pin Ups fossero usciti appena ieri. David Bowie è appiccicato a videoclips che ne scandiscono le infinite metamorfosi; appeso alle voci e inglobato alle chitarre di chi gli rende omaggio rivisitando con devozione il suo repertorio. Facce truccate col fulmine rossoblù di Aladdin Sane si avvicinano al minuscolo palco dove la coverband Scary Monsters Ltd ci dà dentro con Let’s Dance spalleggiata da Andy, ex Bluvertigo, al sax. Garbo, che nell’81 s’inventò l’ellepì A Berlino… va bene ragionando su Bowie & Eno, intona Heroes masticando chili di nostalgia. Ivan Cattaneo e Kathy Dorritie lo pedinano ai cori. Sì, la piccola Kathy. In arte Cherry Vanilla, da Staten Island, New York. Capelli azzurri e occhi da gatta. Una che dall’alto dei suoi sessant’anni ti dice che «quando verrà il mio momento, il sipario calerà serenamente. Perché ho vissuto con intensità, ed è per questo che non ho paura della morte». Il Cherry&Bowie Party si stringe attorno a lei. La Regina di questa notte “glam”. Attrice, poetessa e “rockeuse” all’epoca punk con gli album Bad Girl e Venus D’Vinyl, assidua frequentatrice del Max’s Kansas City newyorkese, già collaboratrice del fotografo Bruce Weber e del regista Tim Burton, si è trasferita a Hollywood per fare l’agente di Vangelis, l’ex Aphrodite’s Child convertitosi in mago delle soundtracks. È stata Groupie & Femme Fatale in un botto solo, ai tempi del glam: quando faceva la PR americana di Bowie e si immedesimò in lui per scrivere il “diario” che No Reply ha pubblicato: Ziggy’s Papers. Sottotitolo: David Bowie – Lettere ai fan 1973-1975. L’intervista che segue, è una faccenda fra lei, io e Andy.

S.B. – Vuoi raccontarci la storia degli Ziggy’s Papers?
«Nel ’73 iniziai a occuparmi di pubbliche relazioni per Bowie. Un giorno, la rivista inglese Mirabelle contattò David proponendogli di redarre una rubrica settimanale sulla sua vita, gli incontri, i concerti. Ma lui, essendo troppo impegnato nei panni strategici di Ziggy Stardust per occuparsene, mi disse: ‘Cherry, vuoi farla tu? La scriverai a mio nome’. Il ‘diario’, ad uso e consumo delle teenagers (che rimasero all’oscuro di tutto, al contrario del direttore di Mirabelle), prese il via il 5 maggio ‘73 per concludersi il 5 aprile ’75, all’epoca di Young Americans».
S.B. - Non è da tutti riuscire a “travestirsi” da Ziggy Stardust.
«David apprezzava il mio modo di scrivere e di rappresentarlo. Certo, per la rubrica ho dovuto mettere in campo tutta la mia esperienza di pubblicitaria. In sostanza, ho divulgato a lettrici che avevano al massimo 20 anni una realtà modificata del mito Bowie: puntando sulla mondanità ‘glam’ e scartando tutto ciò che voleva alludere a sex & drugs. Ma non ci sono bugie, dentro. E soprattutto, so di aver tracciato un ritratto il più possibile fedele dell’uomo e dell’artista. David, ogni volta, era diverso, frenetico, prolifico…».
A – Poi, per anni, gli scritti di Mirabelle sono scomparsi…
«Dimenticati. Totalmente. In più, non ho mai pensato di conservare copie della rivista. Finchè ho saputo che un fan aveva pubblicato i testi su Internet».
A - E si è scoperto che non era stato David Bowie a scriverli?
«Già. E David ha risposto al sito con le parole che sono poi diventate la prefazione di Ziggy’s Papers».
S.B. – Dall’edicola alla libreria: un bel salto di qualità…
«La casa editrice francese Hachette ha mostrato interesse a pubblicare gli scritti in un libro e io, piuttosto sorpresa, ho accettato. Mio Dio! – mi sono detta - Hachette che ha divulgato al mondo Tarantula di Bob Dylan vuole quella roba tutt’altro che valida dal punto di vista letterario? Mancava però l’ok di Bowie, che da tempo non sentivo. Ho telefonato al suo manager, a New York, e nel giro di 24 ore è arrivata la risposta: ‘D’accordo, favoloso, partiamo’. E adesso, sono felice di ritrovare le ‘memorie’ tradotte in italiano».
S.B. – Quando hai conosciuto Bowie?
«A Londra, nell’estate del ’71. Ero nel cast della commedia teatrale Pork, scritta da Andy Warhol e basata sulle conversazioni telefoniche fra lui e Brigid Polk. Ci esibivamo al Roundhouse Theater e un pomeriggio, prima di andare in scena, vidi un poster che ritraeva David come sulla copertina di The Man Who Sold The World. Il nostro stage manager, Leee Black Childers, che aveva fotografato varie rockstars fra cui Bowie, Iggy Pop e i New York Dolls - nonché le drag queens della Factory warholiana Candy Darling, Jackie Curtis e Holly Woodlawn - mi disse che avrebbe suonato al Country Club. Andammo a vederlo, mi presentai a lui e un paio di sere dopo ci siamo rivisti a El Sombrero, in King’s Road. Ricordo il concerto: David alla chitarra acustica, Mick Ronson alla chitarra elettrica e Rick Wakeman al pianoforte».
S.B. – Cosa ha significato lavorare a stretto contatto con Bowie?
«Apprezzarne la gentilezza, la generosità, la professionalità. Sapeva sempre quali sarebbero stati i suoi obiettivi: un nuovo look, una nuova musica che dettasse mode e tendenze».
A – E collaborare con Andy Warhol?
«Un’esperienza indimenticabile. Quando recitavo in spettacoli off-off Broadway, lui era spesso in platea. E quando Pork venne trasferito dal Café La Mama del Village a Londra, Andy scelse me come protagonista principale. Ricordo l’audizione alla Factory: gli cantai Dear Lady Of Fatima, un inno della scuola cattolica. Riscossi un grande successo».
A – Dal ’78 del punk all’85 della new wave, la musica si è rigenerata. Pensiamo al Bowie di Low, Heroes, Lodger e Scary Monsters, ai Gang Of Four, ai Devo… Non credi che oggi si percepisca la medesima voglia di novità?
«In Europa forse sì. Negli Stati Uniti, al contrario, la realtà ci dice che non esistono alternative al di là dell’hip hop e di James Blunt. Un artista innovativo e ricco di talento come Rufus Wainwright, che riesce a spaziare dal pop, all’opera, al cabaret, in America viene apprezzato a malapena nella West Coast e nella East Coast. Ma nel resto del paese? Respinto, perchè è gay. Vi sembra possibile?».
S.B. - Ricordi il primo disco che hai acquistato?
«Rock Around The Clock di Bill Haley & The Comets. In un candy store che vendeva i primi 45 giri».
A – E i tuoi album preferiti?
«The Dark Side Of The Moon (Pink Floyd), Live In Newport (Duke Ellington) e Low (David Bowie)».
S.B. – Quale ellepì scegli fra Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Pin Ups, Diamond Dogs e Young Americans?
«Ziggy Stardust. Perché l’ho vissuto in prima persona. Ma c’è anche una canzone a cui sono affettivamente legata: Drive-in-Saturday».
S.B. – In letteratura, cosa ti piace?
«Le poesie del newyorkese René Ricard e gli scritti di Wiiliam Blake».
A – Fra i principali ispiratori di Bowie c’è stato il mimo Lindsay Kemp. L’hai mai conosciuto?
«A Londra, a casa di David. Credo fosse qualche anno prima di Flowers, la sua più famosa performance teatrale. Era elegante, gentile, dai modi garbati. Come Klaus Nomi, altro straordinario artista».
S.B. - Che si è affacciato sulla scena musicale a fine Anni ’70, più o meno nello stesso periodo del tuo esordio con Bad Girl...
«Lui interpretava pezzi all’avanguardia e fuori dagli schemi, io mi dovevo comportare da punk rocker. Ma non era nelle mie corde, sebbene il mio primo singolo si intitolasse The Punk. Alla RCA mi gratificavano facendomi viaggiare in limousine come fossi una diva. In compenso, però, mi sollecitavano a rispettare i patti: dal vivo dovevo essere punk. A oltranza. Ma io, testarda, ho preferito fare rock & roll. Intercalando le mie poesie alle canzoni».
S.B. – Fra le tue collaborazioni, spiccano quelle con Bruce Weber.
«L’ho conosciuto prima che diventasse un genio dell’obbiettivo. Faceva il modello per Richard Avedon. Poi, diventato fotografo, ho avuto la fortuna di posare per lui e di organizzargli alcuni castings».
S.B. – E quando Weber esordì come regista cinematografico, c’eri ancora tu al suo fianco.
«Nell’87, quando girò il documentario Broken Noses sull’ex campione di boxe Andy Minsker, mi incaricò di trovargli una colonna sonora e la mia scelta cadde su brani jazz del sassofonista Jerry Mulligan e del trombettista Chet Baker. L’anno successivo, Bruce si dedicò a Let’s Get Lost, ritratto commovente e appassionato di Baker. E io mi ritrovai nel cast, a interpretare me stessa».
A – Cioè Cherry Vanilla. Dolce nome d’arte…
«Preso direttamente da un barattolo di yogurt. Ai tempi della guerra in Vietnam, facevo interviste per Radio Hanoi. Cose scomode, tipo Black Panthers, che mi avrebbero creato seri problemi col governo americano se non mi fossi nascosta dietro uno pseudonimo. Che, devo ammetterlo, mi ha portato molta fortuna. Fuori e dentro il business musicale».

Cherry Vanilla, Ziggy’s Papers – David Bowie: Lettere ai fan 1973-1975, No Reply, 127 pagine, € 14

www.noreply.it
www.cherry-vanilla.com
www.velvetgoldmine.it

Foto: session pubblicitaria per la RCA
Con David Bowie, 1973, durante le riprese per la pubblicità tv di Diamond Dogs. Cherry Vanilla produsse lo spot e fece il "voice-over"


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