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Patty Pravo

Piper Club.

80 canzoni per un mito.

di Stefano Bianchi

Ai Parioli, nel 1965, nasce la Swingin’ Roma. Sguardi e sogni rivolti alla Carnaby Street londinese dell’optical style e delle minigonne. Orecchi ben sintonizzati sul Beat. Il 17 febbraio, a pochi passi dal Liberty lussureggiante del quartiere Coppedè, ragazzi e ragazze “yè-yè” prendono possesso di un altro mondo. Cucito su misura per loro: plasticoso, illuminato al neon, a furor di decibel. In via Tagliamento 19 nasce il Piper Club. Modello: il Cavern Club di Liverpool, dov’erano nati i Beatles. 42 anni dopo, i 4 Cd griffati Piper Club raccontano in 80 canzoni quell’epoca irripetibile, quell’autentico “knock out” culturale che mise al bando guancia-a-guancia, balli della mattonella da Roma bene, night clubs polverosi e litanie sanremesi per scatenare l’onda lunga del beat, dello shake, del rock. L’estate precedente, ’64 vacanziero, l’avvocato Alberigo Crocetta, il commerciante Giancarlo Bornigia e l’amico Pier Gaetano Tornielli sono in Versilia a ballare alla Capannina, locale che puntualmente fa il tutto esaurito. Da qui l’idea: creare nell’Urbe un “locale per giovani”. Fra l’altro, Crocetta è appena rientrato dall’America dove ha scoperto il miracolo musicale dei Byrds e il rhythm & blues in voga nei clubs di Harlem. Roma, dunque, val bene una scossa. E la scossa è in via Tagliamento, al posto di un cinema che nel ’60 Vittorio Gassman aveva adocchiato per trasformare in teatro. Crocetta & Bornigia riempiono la sala da ballo (la più grande, nella Capitale) di pedane luminose e globi colorati, cubi sui quali le ragazze possono ballare, strani marchingegni e una “buca dell’eco”. Illuminano il locale con 350 luci multicolor e lo sonorizzano con un impianto, progettato da Beppe Farnetti, forte di 85 sistemi di altoparlanti. Il Piper è tratto. Piper Club: il club del pifferaio. Anziché Peppermint: nome già deciso ma poi scartato per via di un locale newyorkese, da poco lanciato, che suona così. Il “battage” pubblicitario dei 2 nuovi “re” delle notti romane punta al sodo: vengono affissi, narra la leggenda, manifesti con l’immagine tentatrice di una ragazza svedese. La Svezia: terra di trasgressione per l’immaginario del maschio italico; modello da seguire sin dall’epoca di Anita Ekberg, felliniana apparizione nella Dolce Vita. La sera dell’inaugurazione, un esercito di ventenni si accalca all’ingresso smanioso di scoprire quel nuovo mondo saturo di luci e suoni. Rigorosamente dal vivo. Il complesso del “battesimo” arriva dall’Inghilterra: Rokes di Shel Shapiro. Ingaggiati dall’allora impresario Teddy Reno e immortalati su posters puntando all’effetto-capelloni. Temendo che la loro musica beat sia troppo audace se non addirittura poco digeribile, Crocetta & Bornigia gli affiancano, fra un “round” e l’altro, l’Equipe 84 di Maurizio Vandelli incaricata di suonare un repertorio più melodico e orecchiabile. Ma il pubblico, assatanato, vuole gli stessi, rivoluzionari accordi dei Rokes. Che l’Equipe 84, senza farsi pregare, prontamente esegue. Sera dopo sera, il Piper decolla. Dalle 22 alle 2 di notte. Stracolmo di piperini/e che ballano shake, surf, frog, slop, bird, monkey e dog. Sano sfogo fisico e psichico. Ogni sera, dalle 8 e anche prima, via Tagliamento è un serpentone di gente. C’è chi riesce a entrare dalla porta posteriore distraendo il custode dello stabile occupato dal Formez, istituto pubblico alle spalle del Piper, in via Rubicone. Poi, guadagnato il paradiso e prima di scendere gli scalini che conducono al seminterrato, le ragazze si rimboccano la gonna sopra al ginocchio. Sognando Londra, la minigonna, Mary Quant. I ragazzi, invece, sfoggiano neri stivaletti a punta, camicie sgargianti, cravatte in technicolor, pantaloni a righe.

Dentro al Piper Club, che l’arte abbia mutato pelle in Pop è facile da scoprirlo con quei fondali che inanellano “décollages” di Mimmo Rotella, tele di Andy Warhol e di Bob Rauschenberg, lignee sculture di Mario Ceroli, gigantografie iperrealiste. Accanto al palco, 2 grandi opere di Tano Festa e Mario Schifano, artisti di Piazza del Popolo. Schifano, sulla falsariga di Warhol coi Velvet Underground, dà vita a Le Stelle di Mario Schifano. Che si esibiscono a dicembre del ’67, inaugurando l’estetica psichedelica con suoni sperimentali e video che alternano sequenze di films western a immagini della guerra in Vietnam. Avanguardia che il Piper persegue, sempre nel ’67, con l’Opera Beat di Tito Schipa Jr. (citando Bob Dylan) e, l’anno successivo, coi Pink Floyd reduci da The Piper At The Gates Of Dawn. Lentamente, ma inesorabilmente, il passaparola genera la migrazione del “jet-set” da via Veneto. A parte le visite dall’estero (vere e proprie decorazioni sul campo, per il Piper) dei Beatles e di Frank Zappa, il locale viene frequentato da stelle del cinema e paparazzate stelline a caccia di notorietà. Avvistati Clint Eastwood, Catherine Spaak, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman; intravisti nella bolgia Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti e Franco Zeffirelli; e poi Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, Nanni Loy e Monica Vitti, Romina Power e Anita Pallenberg, la “groupie” abbonata ai Rolling Stones. Tutti a farsi vedere, ad annusare la novità, a ballare o a veder ballare e cantare “la ragazza del Piper”, al secolo Nicoletta Strambelli, in arte Patty Pravo. Icona bionda come Nico Paffgen, al di là dell’oceano, nella New York dei Velvet Underground. Su Pravo, si rincorrono 2 ipotesi: pare alludesse al movimento olandese pre-Sessantotto dei “provos”, gli anarchici “dadaisti” in bicicletta; oppure al “Guai a voi, anime prave!”, pronunciato da Caronte nella Divina Commedia dantesca: “pravo”, dunque, da intendersi come “perverso”, “dannato”. Arrivata a Roma dalla natìa Venezia, la sedicenne Nicoletta viene presentata da un amico padovano a Crocetta, il quale le chiede: «Sai cantare come balli?». E lei, spavalda: «Ma certo!». Presenti all’incontro Arbore, Boncompagni e Luigi Tenco, che la convince a darsi anima e ugola al Piper con un nome nuovo (in precedenza cantava con lo pseudonimo di Guy Magenta): Patty Bravo, Patti Bravo, quindi Patty Pravo. Sempre Boncompagni, impegnato con Arbore nel programma radiofonico Bandiera Gialla, fa ascoltare a Patty una canzone tipicamente beat di Sonny Bono: But You Are Mine. E la trasforma nel 45 giri Ragazzo triste. Sul Lato B, la “cover” (interpretata in inglese) di The Pied Piper di Crispian St. Peters. Che serve a enfatizzare ancor di più il mito Piper. Ragazzo triste, incisione-simbolo della “ragazza del Piper”, è ovviamente il brano d’apertura della monumentale scaletta di Piper Club. Che propone, della Pravo, anche 3 inedite “covers”: Massachussets (Bee Gees), Respect (Otis Redding) e Kiss Of Fire. Il resto vola sulle ali del beat e dell’errebì, soprattutto. Incisi dal ’65 al ’68. Si va dai Rokes (Che colpa abbiamo noi, C’è una strana espressione nei tuoi occhi) all’Equipe 84 (Io ho in mente te); da Mal dei Primitives (Bambolina, Betty Blu) ai Dik Dik (Sognando la California); dai Ribelli (Pugni chiusi) ai Giganti (Una ragazza in due). E poi Catherine Spaak (L’esercito del surf), Rocky Roberts & The Airedales (Hold On I’m Coming), Patrick Samsons Group (Shibidibbi), Wess (I miei giorni felici), The Pipers, Dino & The Kings, I Nuovi Angeli, Sopworth Camel, Ricky Gianco, The Showmen, Ricky Shayne, Mike Liddell & Gli Atomi… Anche Renato Fiacchini, in arte Renato Zero (nella compilation con Non basta, sai e In mezzo ai guai) si ritaglia una fetta di notorietà al Piper. Come Rita Pavone (Gira gira, Qui ritornerà) e Caterina Caselli, che nel ’65 incide con Gli Amici La ragazza del Piper (retro del suo primo singolo, Sono qui con voi) prima di passare il testimone di “favorita” a Patty Pravo. Ma comunque tutti, appassionatamente, fanno la fortuna della Swingin’ Roma. Che si dà appuntamento, ogni sera, al Piper.

Artisti Vari - Piper Club - 4 CD (Sony Bmg)

www.piperclub.it
www.sonybmg.it

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Piper Club Cd


 

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