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Masbedo by Marta Giori

Masbedo. Vite da video arte.

Intervista Esclusiva

di Stefano Bianchi

Ragazza in primo piano. Un lampadario, ripreso dal basso verso l’alto. Cristalli che tintinnano, come fossero battiti di ciglia. Un abito nuziale (o da ballo delle debuttanti?) viene violentato al “ralenty” da spari. Momenti di passaggio e disincanto nel microcosmo femminile. E poi 2 sculture a forma di contagocce. Antropomorfi. Con le teste di un uomo e di una donna. Che millesimano le loro emozioni. E ancora: un uomo, solo, contro il mare in burrasca, che cerca di svuotare con un bicchiere la sua tempesta interiore. Gesto utopico. E una teca di vetro: casa/gabbia. Agli estremi, 2 minuscoli monitors con 2 autoritratti che si vomitano parole addosso. Inevitabilmente soli. Riconoscendo le proprie fragilità. 2 facce. Dei “videomakers” Nicolò Massazza e Jacopo Bedogni. Filmate nell’ultima delle 4 installazioni che si intrecciano in Una costante perdita di magia, alla Galleria Pack di Milano. Massazza + Bedogni = Masbedo. Il primo, milanese, classe ’73, viene dalla performance, dalla musica e dalla scrittura. Il secondo, spezzino, ’70, dalla fotografia. Fusi assieme (cioè Masbedo), fanno la miglior video arte possibile.

Come vi siete conosciuti?
«Nel ’99, complice Denis Curti, critico e direttore della sede milanese di Contrasto. L’anno successivo abbiamo allestito la prima mostra fotografica allo Spazio San Carpoforo di Milano. Titolo: L’intenzione di amare. E poi The Last Supper alla Fabbrica Eos, sempre nel capoluogo lombardo. In quell’occasione abbiamo battezzato il logo Masbedo».
Sia nell’Intenzione di amare, sia in The Last Supper, c’erano i presupposti di ciò che in seguito avreste espresso attraverso i video…
«Già da quelle foto, sul piano tecnico della costruzione dell’immagine, ci siamo messi in gioco annullando i reciproci ego e lavorando con un’impostazione che era già registica».
Dalle vostre opere, spesso, affiora una sorta di Sturm und Drang goethiano.
«Negli anni abbiamo maturato la volontà (che in questo momento può apparire controcorrente) di evidenziare e rivalutare il concetto neo romantico e l’impostazione neo barocca. Quest’ultima, dal punto di vista artistico e di cultura visiva, sottolinea l’epoca che stiamo vivendo dove la contaminazione fra le arti è paragonabile alla commistione di più stili tipica del barocco».
Qual è l’anima di Una costante perdita di magia?
«Abbiamo più che mai lavorato sulla sintesi e sulla pulizia estrema del concetto. Il che ci ha condotto all’uomo in quanto “cosa” piccola, ridicola, in balìa del mondo. Un individuo che osserviamo con compiacimento misto a compassione: è lì, abbandonato a se stesso, incapace di trovare un suo spazio e un suo equilibrio. Tema, questo, affrontato a partire da L’intenzione di amare e mai abbandonato insieme ad altri concetti per noi fondamentali: l’incomunicabilità, la solitudine e la relazione-rapporto-incomprensione fra uomo e donna».
C’è un denominatore comune nei 4 “passaggi” di Una costante perdita di magia?
«La volontà di rappresentare un momento di disincanto costruttivo che conduce a qualcosa di positivo. Come dire, ho vomitato le mie paure e i miei incubi. Il gesto è averli resi pubblici per poterli esorcizzare».
Prerogativa della vostra arte è anche l’eros: spesso imploso, claustrofobico, rattrappito…
«Il nostro concetto di sessualità si distingue da come viene seduttivamente venduto dalla società. La seduzione genera aspettativa, concorrenza, lotta di potere; il desiderio in sé è positivo, se rapportato a una relazione. Nelle opere in cui emergeva l’eros, abbiamo rappresentato la seduzione come un meccanismo pubblicitario, di mercato, che aiuta a vendere. Desiderare un corpo, senza avere la capacità di comunicarlo, è uno dei cardini del nostro lavoro».
È stato l’eros a farvi decidere nel 2002 di collaborare con lo scrittore e poeta francese Michel Houellebecq in occasione della mostra Il senso della lotta?
«Quando abbiamo conosciuto Houellebecq, nel ’99, all’epoca del romanzo Le particelle elementari, non lo abbiamo identificato come scrittore dello scandalo. Semmai, creatore di poesie che permettono di percepire l’intenzione di amare. E questo ci ha permesso di elaborare al meglio le situazioni del Senso della lotta».
L’affiatamento con Michel Houellebecq avrà modo di consolidarsi con Il mondo non è un panorama…
«Video con l’attrice Juliette Binoche protagonista, che presenteremo dal 30 marzo al 16 giugno alla Triennale Bovisa di Milano nell’ambito della collettiva di arte contemporanea Timer 01 – Intimità/Intimacy. È una sorta di postfazione, decisa con Michel, del suo ultimo libro Le possibilità di un’isola».
Siete romantici o nichilisti?
«Citando una frase di Houellebecq, “Bisognerebbe essere dei buoni ottimisti informati”, produciamo cinismo e disincanto. Ma fondamentalmente crediamo nell’amore».
Come vi dividete il lavoro?
«Sarebbe come domandare a una coppia come fa l’amore. Ciò che conta è il gesto, e di conseguenza il raggiungimento dell’opera compiuta. E dal momento che l’opera equivale all’orgasmo, come ci si arriva dipende dalle circostanze. Di sicuro, fra noi, non esiste prevaricazione».
Che reazione vi aspettate (o volete) da parte di chi osserva le vostre video installazioni?
«La reazione di chi accusa un pugno allo stomaco. Che ti obbliga a pensare e ad ammettere che quello sono io: mi sto guardando allo specchio e ci riconosco l’uomo che sono, imprigionato nella mia magnifica (misera) solitudine ».
C’è un vizio di fondo che da tempo intossica la video arte: l’incapacità di veicolare pensieri e messaggi positivi.
«Nel nostro caso, ci hanno fatto notare di essere troppo cupi. In realtà, c’è sempre stata ironia e autoironia in ciò che facciamo. E questo ha avuto finalmente modo di emergere con Toc Toc Wunderbar, dittico video che abbiamo presentato con Marco Noire Contemporary Art di Torino alla rassegna Arco di Madrid scatenando nel pubblico ilarità mista a costernazione. Vede il coinvolgimento in prima persona di un attore italo-tedesco che lavora per l’ensemble teatrale Nico & The Navigators, il quale agisce in 2 plasma in verticale: nello schermo di destra impersona un uomo vestito da impiegato che con un martelletto cerca di scalfire un muro. È un folle che in totale solitudine, indossando un paraocchi da cavallo, parla, s’incazza, accarezza, cerca di avere rapporti sessuali col muro. Profondità di parole e di gesti, senza un filo logico. Pura pazzia. Esternata in tedesco. Nello schermo a sinistra, l’attore è invece ridotto alle dimensioni di un omino alto qualche centimetro che si trova al cospetto di un mastodontico muro. Alla fine si toglie il paraocchi, alza la testa e una carrellata all’infinito sui 2 schermi svela l’enormità del muro di una diga. Si ritrova più che mai solo, dopo aver cercato invano di by-passare la sua realtà».
In sostanza, cos’è la videoarte?
«Esprimere per immagini una visione distaccata dalla narrativa. Riuscire cioè a formulare un mondo che possa suscitare emozioni utilizzando simboli e metafore, senza dover dipendere da testi o sceneggiature. Videoarte è un’etichetta. Necessaria, poiché il pubblico ha tutto il diritto di capire. Sennò subentra l’equivoco: “Fate installazioni?”, ci chiesero (ed è la pura verita). “Bene, mi occorre qualcuno che venga a installarmi lo scaldabagno”. Dopo gli Anni ’60 del boom con Nam June Paik, lo Spazialismo di Fontana e il Fluxus, nell’ultimo decennio la video arte ha vissuto un nuovo splendore. Oggi sta cercando di abbandonare la sperimentazione “home-made” degli Anni ’90 (camera a mano, riprendo me stesso che parlo del mio disagio personale) per interporsi fra l’arte intesa come rappresentazione e il cinema inteso come flusso narrativo».
Cosa amate di più nella musica, indispensabile presenza delle vostre video installazioni?
«Radiohead, Eels, Afterhours».
Letteratura?
«Cesare Pavese, Stig Dagerman, Albert Camus, Bret Easton Ellis: il suo ultimo romanzo, Lunar Park, è un mirabile “j’accuse” su se stesso».
Cinema?
«Lars Von Trier, Reiner Werner Fassbinder, David Lynch, Terrence Mallick, Aki Kaurismäki, Otar Ioselliani, Tim Burton, Werner Herzog. In generale, quei registi che dialogano filmicamente con l’incomunicabilità e la solitudine».
Fotografia?
«Bill Henson, Diane Arbus, Francesca Woodman».
Progetti futuri?
«Continuare a non identificare l’arte come nicchia di mercato per vendere, esporre, e tutto finisce lì. Sarà folle, ma ci piace ogni volta rimetterci in gioco impollinando le arti. Incluse, un domani, cinema e teatro».

Masbedo. Una costante perdita di magia
Fino al 22 marzo, Galleria Pack, Foro Bonaparte 60, Milano
tel. 0286996395


www.galleriapack.com
www.masbedo.net

Timer 01 – Intimità/Intimacy
Dal 30 marzo al 16 giugno, Triennale Bovisa, via Raffaele Lambruschini 31, Milano
tel. 02724341


www.triennale.it

Foto: Marta Giori
Masbedo, Togliendo tempesta al mare, 2007, courtesy Galleria Pack

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Togliendo tempesta al mare


 

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