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Bassi Maestro

Il mio nome è Maestro. Bassi Maestro.

Intervista Esclusiva

di Stefano Bianchi

Mi sarei aspettato, io che sono praticamente a digiuno di hip-hop e rap, di dover dialogare con un “gangsta”. Arcigno e di poche, rabbiose parole. Pregiudizi, mi rendo conto, dovuti all’iconografiablackamericana del dollaro facile, delle auto truccate e degli aurei catenoni al collo. Vedi MC Hammer, da me intervistato una quindicina d’anni fa a Madison. Esperienza rapidamente rimossa. Eppoi, quel nome d’arte Maestro poteva lasciar presagire l’onda d’urto dell’hip-hop tricolore. Qualcosa che potrebbe mettere sulle difensive chi di solito mastica rock. E invece. Invece, Davide Bassi in arte Bassi Maestro, classe 1973, milanese, rapper, produttore e dj, con una decina di dischi in curriculum (l’ultimo è Vivi e lascia morire) più uno sterminato elenco di produzioni e “featuring” dal ’95 fino a oggi, mi ha raccontato l’hip-hop senza autocelebrarsi. E l’hip-hop, lui, lo costruisce giorno per giorno con estrema professionalità, un consolidato bagaglio tecnico e l’esperienza di chi bazzica nella musica dagli Anni ‘80.

Maestro?
«Nome d’arte “old school”. Concepito in un periodo, i primi Anni ’90, in cui era divertente fare i profeti e i maestri del rap. Era la moda del momento: in Usa si facevano chiamare MC, in Italia rispondevamo con Maestro, Speaker, Profeta».
Ogni tanto assumi altre “identità”: Busdeez, CockDizul…
«Pseudonimi più underground, che utilizzo soprattutto nei lavori meno ufficiali, come i mix tapes».
Nel rock si intende per underground tutto ciò che è fuori dagli schemi, sperimentale, lontano dalle grinfie delle majors discografiche. È così anche nell’hip-hop?
«È un movimento che non emerge. O gioca a non emergere. Nell’underground ci sono parecchi talenti destinati a rimanere lì perché non hanno voglia di fare un’altra fine, o perché non viene dato loro spazio dai canali più ufficiali. In America, chi viene considerato underground fa numeri incredibili nel proprio circuito, ma quando esce allo scoperto non viene più preso in considerazione».
Tu sei underground?
«In realtà, in Italia i concetti underground e mainstream sono piuttosto sfumati. In teoria, un artista intelligente dovrebbe posizionarsi in entrambi: anche se ha ottenuto visibilità ufficiale e il responso positivo del pubblico, dovrebbe mantenere un concreto contatto con chi l’ha sempre seguito nei progetti più ricercati. I Cor Veleno, per esempio, ci sono riusciti».
Forse non altrettanto gli Articolo 31…
«Rispettabilissimi, nati dall’underground e quindi con una buona credibilità di partenza. Ma ormai hanno preso strade diverse e non li considero solo parte dell’hip-hop, ma di altri generi musicali».
Come sei entrato in contatto col rap e l’hip-hop?
«Coi dischi, essendo in origine un dj. Facendo “scratch” e lavorando con le doppie copie dei vinili, mi sono reso conto che tutto ciò apparteneva all’hip-hop. Ricordo di avere utilizzato i primi mix di LL Cool J e di Eric B & Rakim, che venivano importati in Italia perché qualcuno come Jovanotti li passava in radio».
Il primo disco che hai comprato?
«Rock’n’Roll Dude di Chub Rock».
5 pezzi fondamentali del rap americano.
«Rebel Without A Pause dei Public Enemy, The Symphony (Marley Marl), Mass Appeal (Gang Starr), Juicy (B.i.g.), Shook Ones Part 2 (Mobb Deep)».
Quali sono i valori della cultura hip-hop che senti più tuoi?
«Pur non essendo fra coloro che ascoltano musica black condividendone i princìpi e i fattori di aggregazione, non solo sostengo che l’hip-hop è l’unica musica rivoluzionaria nata negli ultimi 30 anni, ma che ti consente di esprimerti sotto ogni punto di vista: sia con la produzione musicale, sia attraverso le liriche. E le parole, che siano impegnate, politicizzate, ironiche o stupide, trovano sempre la loro collocazione naturale nei gruppi gangsta, politici, da festa».
La cultura hip-hop è universale o può differenziarsi da nazione a nazione?
«La parte musicale è universale. E ci troviamo di fronte a un problema tangibile: l’hip-hop è statunitense, non ci sono vie d’uscita. Altrimenti, salvo rare eccezioni, non ha alcuna chance di funzionare. Se prendi un gruppo di una qualsiasi nazione non anglosassone, lo puoi vendere solo se canta in inglese. Fatta eccezione per i norvegesi Looptroop».
In Italia esistono differenti approcci regione per regione?
«Assolutamente sì. Legati al territorio d’appartenenza. Al sud, dove l’approccio è più solare, l’hip-hop scende volentieri a patti col reggae, e aggiungerei che da Roma in giù chi fa rap è meno stressato che a Milano. Sarebbe positivo trovare punti di contatto fra noi e loro, scambiarsi idee e produzioni. Ma ci si scontra inevitabilmente coi ritmi di lavoro: noi siamo abituati a mixare in media un album a settimana, loro la prendono con più calma e filosofia».
Quali sono gli artisti hip-hop che meglio incarnano l’humus territoriale?
«Ognuno ha una sua sfaccettatura. Io non posso dire di rappresentare Milano, dato che i Club Dogo identificano la città in maniera più urbana di quanto lo faccia io, che sono autore di un hip-hop più spensierato e tradizionale. Sarebbe come dire che a Roma i Flaminio Maphia eseguono un genere più appetibile, mentre i Cor Veleno agiscono in modo più underground e i Colle der Fomento in direzione old school, nel senso più hip-hop del writing».
In un’ipotetica scala di valori europea, il nostro hip-hop quale posizione occupa?
«Potrebbe occupare, casomai. Che io sappia, l’Italia non ha ancora raggiunto i numeri della Germania e della Francia, nazione fino a 5 o 6 anni fa con più artisti e dischi venduti dopo l’America. L’hip-hop tricolore ha tutte le potenzialità per essere all’avanguardia delle produzioni musicali, dal momento che abbiamo produttori ben sopra la media dei colleghi europei. Potremmo farci un bel nome, se ci applicassimo un po’ di più».
Qual è il miglior rapper italiano?
«Come performer, Tormento rimane insuperato da almeno un decennio. Versatile, bravissimo dal vivo».
Cosa consigli a chi vuole affacciarsi all’hip-hop?
«Capire qual è la direzione che più interessa e studiarla. Lo dico sempre: non uscite allo scoperto se non avete solide basi. E fate esperienza a casa: registrate decine di pezzi fino a quando non vi sentite pronti a spiccare il salto. È l’alternativa a quello che una volta si faceva coi demo. Adesso ci sono i vari “my space”, dove confrontarsi ed eventualmente prendersi i pesci in faccia. Prima di decidersi a rappare in pubblico, Mondomarcio ha inciso per 2 anni col computer, fra le mura domestiche».
Che importanza dai alle collaborazioni?
«Sono parte integrante di un progetto. L’hip-hop si alimenta di collaborazioni per migliorarsi. Nel mio caso, al di là di quella stabile con DJ Zeta, mi sono confrontato con vari artisti e attualmente sto incidendo l’album Crossover col mio gruppo, Sanobusiness, che prevede varie e strane collaborazioni con Le bambole di pezza, Piotta e Babaman».
All’epoca dei tuoi primi demo, Furia solista e Bastian contrario del ‘92/’93, com’era la scena rap?
«Era quella dei centri sociali, ma non ne ho fatto parte non essendo rivoluzionario né punkettone. Ero uno tranquillo, studiavo al liceo e iniziai ad approfondire hip-hop e il rap. Erano gli anni di Onda Rossa Posse e Isola Posse, da dove è uscito Neffa, nonché del movimento legato al reggae. Il loro merito è stato quello di portare la lingua italiana nel rap. Cosa che dobbiamo attribuire in modo sostanziale anche a Frankie hi-nrg, Otierre, La Pina, Articolo 31 e Jovanotti».
In che misura i films e le colonne sonore interagiscono con l’hip-hop?
«È l’immaginario semplice, comune. Più facile servirsene per chi fa hip-hop ed è naturalmente appassionato di cinema e di fumetti, invece che di letteratura. Questione di cultura bassa, che privilegia Tarantino piuttosto che Kurosawa».
Raccontami del tuo ultimo disco, Vivi e lascia morire.
«In realtà è uno “street album” fatto in scioltezza e in leggerezza, con citazioni facili da cogliere e una serie di collaboratori fra cui Fat Fat Corfunk, G-Max, Don Joe, Jack The Smoker, Alessio Beltrami e Spregiudicati. L’ultima incisione seria e ufficiale che ho fatto rimane Hate, prodotta e rappata da me».
Bassi Maestro dj.
«Nasco dj e spero di finire dj. Mi piace esibirmi nei clubs, scegliendo musica attuale e ballabile, e amo i dj sets dove non necessariamente la selezione da mixare deve essere hip-hop ma comprendere la prima house music, gli AC/DC, i Police o i Nirvana. Gruppi che un artista hip-hop può avere ascoltato».
Nel brano Vivi e lascia morire c’è un verso che recita: “Ascolto solo l’hip-hop e se mi girano le palle lo mischio col rock”. Cosa pensi del rock e del pop?
«Li ascolto poco, ma con curiosità. Dai Daft Punk per l’uso dell’elettronica, a Vinicio Capossela per il missaggio e la masterizzazione. Quando ho iniziato a fare musica era l’epoca della new wave e apprezzai New Order, Yazoo, Eurythmics, Japan. Gruppi allora geniali, oggi un po’ meno. Il genio, da trent’anni in qua, appartiene esclusivamente ai Kraftwerk e a Prince».

www.sanobusiness.it/sanobiz/
www.vibrarecords.com

Foto: Bassi Maestro

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Vivi e lascia morire


 

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