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Andy

Andy. Intervista Esclusiva

Arte dei Suoni/Musiche in cornice

di Stefano Bianchi

Andy. Una volta era quello dei Bluvertigo. Oggi è solo Andy: 35 anni, diplomato all’Istituto d’Arte di Monza, specializzato in grafica pubblicitaria all’Accademia delle Arti Applicate di Milano. Andy: omnicomprensivo, trasversale, multimediale. Che si rispecchia nei libri di cui non potrebbe mai fare a meno: Il piccolo principe (Antoine de Saint-Exupéry), Arte come mestiere (Bruno Munari), A Year With Swollen Appendices: Brian Eno’s Diaries. Andy che scrive canzoni, organizza dj-sets, compone musica elettronica (mi convinco sempre di più che faccia design, con la tecnologia dei suoni). Andy che dipinge la new wave a colori fluorescenti. Un metro x un metro di icone e surrealtà. Andy e basta.

Ti senti più costruttore d’arte o di musica?
«Faccio interagire i 2 mondi, proponendo in pittura e in musica lo stesso codice creativo. Sto studiando, a livello produttivo e divulgativo, il parallelismo delle 2 cose: sia nel “feticcio” (canzone, compact disc, colonna sonora), sia nel singolo quadro che conduce alla personale. E ogni mostra equivale a un album».
Il che significa che il tuo codice pittorico è sostanzialmente musicale…
«Soprattutto legato alla mia adolescenza, ai primi Anni ’80 newyorkesi e alla new wave britannica di gruppi come Echo And The Bunnymen, Psychedelic Furs, Simple Minds… Sto rivisitando quell’epoca con colori fluorescenti e l’Uni Posca, il pennarello della mia generazione che è diventato artefice dei bordi neri di ogni isola cromatica dei miei quadri».
Opere, fra l’altro, Pop.
«Della Pop Art (e in genere di qualsiasi avanguardia o pensiero) apprezzo che la stessa opera possa essere letta in modi diversi da persone diverse. La Pop, non va inoltre dimenticato, era ed è arte che scende nel supermercato per farsi vedere dalla gente».
Che tecnica utilizzi?
«Nel caso di un ritratto parto dalla foto, la proietto su tela, ne ricavo una sintesi, riempio ogni zona di colori fluo e traccio i contorni di nero. Poi c’è il filone che chiamo “filtro”: dalla copertina di uno dei miei dischi preferiti, The Man Machine dei Kraftwerk, ho ad esempio estrapolato un quadro dedicato a loro. Idem coi Devo e il Bowie di Aladdin Sane. E il filone dedicato alla ricomposizione del reale: fotografo elementi, simboli, oggetti, persone e “psichedelicamente” li ricontestualizzo in una nuova, personale realtà».
Dove dipingi?
«A Monza, in un piccolo spazio industriale. Coronamento di un sogno: la mia mini LodolAndy. Sono grato a Marco Lodola: mi ha aperto gli occhi e dato la possibilità d’ingrandirmi. Anni fa (conoscendoci, suonando assieme, apprezzando i miei lavori) mi diede le chiavi di Lodolandia dicendomi “Vieni qui, lavora, ingrandisci le tue opere nello spazio”. Così ho fatto, per giorni e notti. Tanto lavoro e poco riposo, su una gommapiuma stesa a terra».
In un ipotetico tour, camminando di pari passo nella pittura e nella musica, canteresti e suoneresti in mezzo all’arte…
«E le mie mostre avrebbero come soundtrack la mia musica. Per dirla alla Brian Eno, è l’interdisciplinarietà dell’oggetto creativo. Un concetto che abbraccio da tempo e che mi ha condotto allo “step” dei dj-sets, dove propongo gli Anni ’80 attraverso musiche famose che tendono a supportare le più sconosciute: Blue Monday dei New Order accanto a Plaza di John Foxx o a certe composizioni di Gary Numan. Serate revival dove riascoltare, mixate a tempo, le cose migliori dal ’77 all’85, con l’aggiunta di novità che attuano un “rewind” degli Eighties: dai parigini Air ai berlinesi Stereo Total».
Come definisci il pop Anni ‘80?
«Il sogno in technicolor di tante icone surreali. Dai Joy Division a Cyndi Lauper, da Thomas Dolby ai Thompson Twins. Proiettarsi nella surrealtà dei Depeche Mode voleva dire immedesimarsi nella loro iconografia: chiodo, trucco, creepers, copertine degli ellepì… Come vedere un video di Keith Haring all’opera, che si sporcava le mani per lasciare che il suo tratto liberasse la creatività».
Cos’è la tecnologia?
«Una sala giochi dove realizzare cose fino a ieri impensabili. Oggi lo standard qualitativo è sempre più alla portata di tutti. Dal provino, all’evoluzione, all’abbellimento del suono, tutto è gestibile con mezzi meno costosi. Coi nuovi software puoi confezionare prodotti straordinari fatti in casa. Il sintetizzatore ti propone suoni pre-settati, ma se ci giochi diventa tutta un’altra cosa in termini sonori e di utilizzo. La rigenerazione degli ’80 nasce da questo. E sarebbe meglio non diventasse il solito gioco da dj: apro il pre-set, tum-tum-tum e mi accontento; ma un privilegio da manipolare e da sviluppare».
Tecnologia che ti sta portando a realizzare un Cd.
«Concretizzando il più possibile ciò che ho imparato coi Bluvertigo: l’elasticità sonora. Adattabile alle 9 canzoni che sto preparando e magari sviluppabile con archi e pianoforte, o un set con 4 elettronici alla Kraftwerk, o ancora un dj-set da discoteca con brandelli dei singoli pezzi».
Un Cd da evolvere, live, nelle forme più svariate…
«E da accompagnare coi miei quadri contaminando gli ambienti. Potrei allestire un dj-set esponendo le stesse 20 tele in mostra in una galleria d’arte. E in galleria potrei mettermi a suonare».
Mancano solo i video…
«Ho in mente clips alla Anton Corbijn coi Depeche Mode: lavorare cioè a un “concept” che potrebbe snodarsi in 5 filmati da incanalare in un Dvd. Vorrei affidarli al regista teatrale Federico Mazzi, per il quale ho realizzato alcune colonne sonore».
Cosa c’è nel tuo iPod?
«L’archivio dei miei quadri, tracce electro di dj tedeschi e canadesi, il meglio della new wave».
Cosa ti è rimasto dei Bluvertigo?
«Tantissima credibilità da contesti a me del tutto estranei. Ho lavorato per la moda delle boutiques e dei mecenati, per i centri sociali e i deejays del Cocoricò. Merito di un nome, Andy dei Bluvertigo, che mi permette di muovermi in continuazione ed essere stimato. E poi la capacità d’immaginare (Bruno Munari docet: “L’immaginazione vede”) che un singolo gesto creativo può tradursi in forme inimmaginabili. L’esperienza “bluvertighiana” mi ha dato l’elasticità mentale di accettare lavori che altrimenti non avrei mai accettato: ad esempio colonne sonore per la danza contemporanea costruite su “loops” rumoristi, o le musiche per La danza dell’aviatrice di Filippo Tommaso Marinetti».
Associa un oggetto ai 5 sensi.
«Il sintetizzatore. Vista: le luci blu e rosse. Udito: l’immaginazione del suono. Olfatto: l’odore della macchina accesa. Tatto: del tasto o di quel determinato filtro. Gusto: delle tante sigarette che fumo quando compongo musica ambient».

Andy espone le sue opere dal 15 dicembre al 5 gennaio 2007 all’Espace U.Q. by Galleria Urbano Quinto (Palazzo Gautieri, via Negroni 4, Novara) e a partire dal 16 dicembre all’Ikonos, Centro Le Fontane, via Carlo Alberto Dalla Chiesa 10, Treviolo (BG)

www.fluon.it

Foto: Andy
Xenabeauty, acrilico fluo su tela


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