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La danza

Marco Lodola. Intervista Esclusiva

Luci sulla città

di Stefano Bianchi

Il globo, Marco Lodola, lo illuminerebbe ancora di più. Con un click planetario. Arte al neon per accendere le metropoli. Scatole luminose, neo-futuriste e pop che gareggiano con le stelle. Che sfida: luci e colori che esplodono. Perché l’arte, per Lodola, è un sogno luminoso che si trasforma in una pin-up, un passo di danza, un piede che batte a ritmo, Hollywood, il musical. Le sue opere fluorescenti, i suoi personaggi senza volto, sono sempre al centro dello spettacolo. All’incrocio fra cinema e fumetto. Singing In The Club, la sua personale in svolgimento allo Shenker Culture Club di Milano, è un intreccio di figure danzanti, musicisti, glorie del palcoscenico. Realtà piene di luce. Basta un click.

Dici musica, pensi a Lodola.
«Mi è complice sin dagli inizi, la musica. Quando dipingevo in acrilico su tela le rockstars. Soprattutto i Rolling Stones. Mick Jagger e Keith Richards. Immaginavo fossero nel backstage di un concerto e cercavo di coglierne l’umana normalità».
Poi sono arrivati i Nuovi Futuristi.
«Negli Anni ’80. Utilizzavamo vetroresina, plastica, Pvc. Luciano Inga Pin, gallerista milanese, ipotizzò pittoricamente una nuova truffa del rock & roll dopo quella dei Sex Pistols. Il che si concretizzò nello slogan “il più grande bluff della storia dell’arte” coniato da Francesca Alinovi».
E dalle opere su tela sei passato alle figure in perspex.
«Volevo manipolare la plastica, ritagliarla, sagomarla, dipingerla. Fare l’homo faber. Artigiano di bottega anziché artista».
Poi, dalle silhouettes sei transitato alle scatole luminose.
«Per invadere di luce l’universo metropolitano. Luci al neon come quelle di Las Vegas: il più grande museo della comunicazione visiva intermittente al mondo. In più, anche in questo caso, c’è un retrogusto futurista: Fortunato Depero, fonte ispirativa insieme ai Fauves, Matisse e Beato Angelico, sbarcò in America per lavorare in pubblicità e ridisegnare l’arredo urbano. Divulgando la Pop Art trent’anni prima di Andy Warhol. Ho cominciato a lavorare sulle luminose una dozzina d’anni fa. Ricordo la prima: un coniglio, forse verde o forse giallo, ispirato all’insegna di un ristorante che si chiamava Rabbit. L’ho venduto subito. E mi fanno pensare, le luminose, a quelle insegne pubblicitarie che trovi dal rigattiere: hanno smesso di vendere il prodotto che reclamizzavano per vendersi come oggetti di culto».
Le luminose della mostra Singing In The Club raccontano jazz e swing.
«Come tutti i rockettari colgo il jazz di sfuggita: Miles Davis, Chet Baker, i Weather Report. Grandi musicisti che prima o poi capita a tutti d’ascoltare. Lo swing, invece, affiora nelle 20 opere ispirate ai musicals hollywoodiani degli Anni ’40 e ‘50. Mi sono sempre piaciuti: ricordo quando li vedevo in bianco e nero alla televisione e poi li disegnavo a colori».
Musical è soprattutto danza, movimento…
«Tema che affronto da sempre, nato in un momento di crisi mistica. Mi affascinavano gli Hare Krishna e quelle filosofie orientali che ricercano nella danza il senso della vita. Il corpo che si assoggetta al mantra per raggiungere l’oblìo meditativo. Partendo da questi presupposti ho poi approcciato la fisicità del ballo occidentale».
Cos’è la luce?
«Semmai: cosa saremmo noi senza la luce? Topolini ciechi smarriti in un universo pieno di paura. Consci della nostra precarietà. Magari da esorcizzare con il Luminal, l’antidepressivo che darà il titolo alla mia prossima mostra, a dicembre a Pietrasanta. Luminal: contrazione di illuminare. Cioè anti-deprimere. Anche il cognome Lodola ha inconsciamente a che fare con la luce: quella sprigionata dagli specchietti che i cacciatori utilizzano per attirare le allodole. Lodola = allodola: un cognome, un destino».
E il colore, cos’è?
«Se il buio è vuoto e terrore, il colore è vita, pulsione, rosso, sangue. Quando immagino la luce, la immagino a colori. E il mondo, bello o brutto che sia, è colorato. Mi lascio guidare dai colori. Strategicamente. Come al supermercato: dove i prodotti, sugli scaffali, vengono il più delle volte scelti a seconda del loro appeal cromatico, più che della qualità».
Il prossimo Lodola?
«Inventerà luminose sempre più grandi. Incontenibili, egocentriche. Dopo aver dipinto sulla tela e creato opere plastiche a parete, voglio invadere con le mie sculture la terza dimensione».

Marco Lodola: Singing In The Club
Fino al 25 novembre, Shenker Culture Club, via Nirone 2, Milano
tel. 0280581057/800980114


www.lodoland.com
www.shenkercultureclub.com

Foto: La Danza, 2004
Singing In The Club, 2006

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Singing in the club


 

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