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Simon Nicol

50 anni di Fairport Convention.

Intervista esclusiva a Simon Nicol.

di Alfredo Marziano

«I Fairport Convention», ha spiegato di recente il chitarrista, cantante e autore Richard Thompson che li ha abbandonati nel 1971 dopo aver contribuito a fondarli nel ‘67, «sono come l’Hotel California degli Eagles: puoi lasciare libera la tua stanza, ma mai andartene veramente». Lui stesso non manca mai (quando le circostanze glielo consentono) di tornare all’ovile per i 3 giorni del Festival di Cropredy, appuntamento annuale nelle campagne dell’Oxfordshire che travalica ormai i confini del folk rock britannico di cui i Fairport sono correttamente considerati pionieri e campioni (nel cartellone di quest’anno figuravano la diva Anni ‘50 e ‘60 Petula Clark e i "prog rockers"  Marillion; il pop orchestrale dei Divine Comedy e quello a tinte elettroniche della Trevor Horn Band) e a cui fra il 10 e il 12 agosto scorsi, per celebrare il 50° compleanno della band caduto giusto qualche mese prima, hanno partecipato pressoché tutti gli ex componenti ancora in attività e i tanti membri della loro famiglia allargata. Famiglia che include una moltitudine intergenerazionale di fans: 20.000 “aficionados” che affollano il grande prato dove l’evento ha luogo ogni anno nel festival più “friendly” e rilassato del panorama internazionale. Dove i musicisti si mescolano col pubblico, incontrandosi spesso in uno dei tanti stand gastronomici o al bar che spilla senza sosta pinte di birra. Un altro ingrediente fondamentale di questa storia: come disse scherzosamente qualcuno tempo fa, «i Fairport hanno fatto per la ‘real ale’ quel che i Grateful Dead hanno fatto per l’LSD». Parole sacrosante, anche perché le assonanze con la band di Jerry Garcia, al di là delle evidenti differenze musicali, non finiscono lì: anche tra i Fairport Convention e il loro pubblico esiste una comunanza spirituale e comportamentale scandita da storie personali ed eventi collettivi, gioie e tragedie, alti e bassi di un’epopea lunga mezzo secolo, un profondo legame affettivo che pochissimi altri gruppi del rock e dintorni hanno saputo sviluppare. Ne è ben cosciente Simon Nicol, cantante, chitarrista ritmico e unico membro fondatore del gruppo ancora in formazione che proprio a Cropredy abbiamo incontrato.
 
Il festival, e alcune canzoni del nuovo disco 50:50@50 come Our Bus Rolls On e Summertime By The Cherwell, celebrano un anniversario storico:  50 anni di carriera. E il fatto che, a dispetto della mancanza di successi da classifica e di grandi soddisfazioni commerciali, i Fairport Convention sono ancora qui tra noi. Com’è successo?
«Certo non perché siamo diventati ricchi e famosi! Semplicemente perché questo è il nostro lavoro, quel che sappiamo fare. Per quanto mi riguarda, ritengo di non avere altre abilità professionali. Sono diventato un musicista professionista molto presto, trasformando un hobby adolescenziale in mestiere: nel maggio del 1967 abbiamo assunto il nome di Fairport Convention, 8 settimane dopo abbiamo firmato il nostro primo contratto discografico e di management. Avevo 17 anni… e oggi, 50 anni dopo, sto ancora imparando. Non abbiamo fatto i soldi, la band ci permette semplicemente di guadagnarci da vivere. E il motivo per cui funzioniamo assieme è che abbiamo scelto questo mestiere per amore e per passione. Farlo ci fa sentire bene, è questa la nostra ricompensa. Se ci pensi, è il lavoro perfetto: quando la tua professione coincide col tuo hobby e ti permette di sviluppare una carriera, è una conquista straordinaria. Se avessimo avuto successo e un grande ‘hit album’ da milioni di copie come Rumors; se invece dei Fairport Convention fossimo diventati i Fleetwood Mac, sarebbe stato tutto diverso. La band non sarebbe sopravvissuta perché quando raggiungi certe vette puoi solo scendere, precipitare in basso. Noi invece abbiamo continuato a veleggiare allo stesso livello: siamo sempre stati su un altopiano, mai in cima alla montagna».
 
Il vostro è uno degli alberi genealogici più intricati della storia del rock…

«Semplicemente perché siamo in giro da tanto tempo. Non perché la nostra sia stata una storia particolarmente ricca di follie o di eccessi…».

 
Ma la cosa strana è che i Fairport sono una delle pochissime band in cui nessun componente risulta essere presente in ogni disco, ogni tour, ogni fase della sua esistenza. Neppure tu, che pure sei l’unico membro fondatore ancora nel gruppo… Sembra quasi che la band sia capace di assumere una sua identità e una sua vita autonoma, indipendentemente da chi ne fa parte in un determinato momento.

«Sì, anch’io mi sono preso il mio piccolo periodo sabbatico nella prima metà degli Anni ‘70. Ed è vero: i Fairport sono una cosa più grande della somma delle sue parti. Una ‘gestalt’, un tutt’uno in cui l’idea di fondo trascende gli individui».
 
Hai qualche ricordo di quel primo concerto del maggio ‘67 a Golders Green, nell’area settentrionale di Londra?
«Nessuno in particolare, se non che si trattò del primo show a nome Fairport Convention. Prima di allora avevamo tenuto tanti altri concerti: stesse persone, nomi diversi. Fu John Penhallow, il nostro manager di allora che era un mio amico e un vicino di casa, a organizzare lo show, prenotare la sala, vendere i biglietti, cercare di fare un po’ di pubblicità, gestire l’incasso e a darci quel che ci spettava. È tornato da Sydney, dove abita da tanto tempo, per condividere con noi questo momento importante. Ero talmente giovane che non ricordo altro…».

Oggi siete considerati una band molto influente, ma sono soprattutto le formazioni americane dell’ultima generazione – come i Fleet Foxes o gli Offa Rex, il nuovo progetto dei Decemberists con la cantante inglese Olivia Chaney – a guardare alla vostra musica e riconoscere un debito nei vostri confronti.
«Forse è così. Ma tutto ciò succede indipendentemente dalla nostra volontà. Quando incidi un album, realizzi un’opera che si stacca da te per cercare in qualche modo fortuna altrove. Il fatto che influenzi qualcuno oppure no, è una cosa che non possiamo controllare. È questa l’essenza dell’arte: il suo muoversi nello spazio e nel tempo. Un individuo guarda un quadro dipinto 150 anni prima e ne rimane impressionato, anche se proviene da un’area geografica e da una cultura diversa e a dispetto delle intenzioni dell’artista originale, della sua conoscenza di quel che succederà in futuro. Capita… ma sono ovviamente lieto che la nostra musica trovi un veicolo di diffusione e che la gente provi ancora piacere nell’ascoltarla».
 
E tu? Hai qualche canzone o album preferito, nell’abbondante catalogo dei Fairport Convention?

«Probabilmente cambio parere di anno in anno. Ma sono sempre stato molto affezionato al nostro secondo Lp, What We Did On Our Holidays. Non tanto e non solo per la musica che contiene, ma anche perché fotografa quella che era la mia vita in quel momento. Chi ero, e dove mi trovavo. Avevo 17 anni, ero appena diventato un musicista professionista, avevo appena incontrato Sandy Denny, stavo apprendendo qualcosa di nuovo sul come suonare la chitarra e stavo imparando a cooperare con un gruppo di altri musicisti. Era un bel momento per me, un periodo di grande crescita. E sono queste le sensazioni che rivivo quando riascolto quelle canzoni. Mi riportano alla mente dov’eravamo seduti in studio mentre le suonavamo; il furgone con cui ci spostavamo. Sono sicuro che succede anche a te: i dettagli riportano a galla certe sensazioni sedimentate nella memoria».
 
A proposito di Sandy Denny: in molti ci domandiamo perché, dopo la morte, non sia diventata popolare come Nick Drake.
«Non saprei darti una risposta. Anche Nick è rimasto sconosciuto ai più per decenni dopo la sua scomparsa. Poi, grazie all’intuizione di un agente pubblicitario americano, la Volkswagen utilizzò una sua canzone in uno spot televisivo e tutto cambiò. Chi non lo aveva mai sentito si chiese chi fosse quel grande artista; e un sacco di gente scoprì improvvisamente quella musica fantastica. È sempre molto eccitante scoprire qualcosa di così segreto, di così privato e noto a pochi. Ha avuto un’esplosione tardiva, Nick. E magari un giorno, di punto in bianco, la stessa cosa accadrà a Sandy».
 
Il Festival di Cropredy diventa ogni anno un’occasione di “reunion” coi vecchi membri, ma anche una commossa commemorazione di chi non c’è più. Quest’anno abbiamo perso anche Dave Swarbrick, personalità musicale fra le più importanti nella storia della band. Come lo ricordi?
«Dave era un tipo capace di farti andare fuori dai gangheri. Era incontrollabile, ma la sfangava sempre grazie al suo fascino, all’immenso talento e alla capacità di essere divertente. Richard (Thompson) è sempre stato un musicista più collaborativo, ma Dave non lo era per niente. Riusciva sempre a far sì in che le cose andassero a modo suo; era perennemente in ritardo su qualunque cosa… Tutti noi, comunque, lo abbiamo perdonato».

www.fairportconvention.com

Foto: © Fairport Convention

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