Coolmag

home - editoriale

Scooter Mod

Ascolto Paul Weller.

Sono un Mod.

di Cosimo Calogiuri

Se sei un Mod, lo sarai sempre. Perché significa respingere le negatività della vita e non accettare lo squallore che spesso ci circonda. Regole: eleganza nel vestire, amore incondizionato per il soul e il rhythm & blues. I mods (contrazione di modernists, da Modernism: vocabolo che negli Anni ’50 definì i fans del modern jazz) si impongono in Inghilterra nel 1962. Sono figli del proletariato urbano con poche speranze di futuro. Decidono di dare una svolta alle loro vite. Dopo ogni settimana di duro lavoro, vogliono vivere il weekend da leoni. Lo stile (ieri come oggi) è il fiore all’occhiello di ogni mod: polo Fred Perry, pantaloni a sigaretta, giacca a 3 bottoni, parka verde utilizzato dai marines americani, college o Clarks ai piedi. Sono addirittura capaci di spendere piccole fortune per farsi cucire abiti su misura che si ispirano alla moda italiana. Tricolori come gli scooters: Lambretta e Vespa. I loro rivali sono i Rockers in giubbotto di pelle. Memorabile la rissa sulla spiaggia di Brighton nell’estate del ‘64, ricostruita nel film Quadrophenia (’79) sonorizzato dagli Who. Nei raduni, sventolano il vessillo inglese e sfoggiano il loro logo, simbolo della Royal Air Force. Ma non perseguono ideologie politiche. Nel ’77, col ciclone punk, i kids si riappropriano della musica. Una rivoluzione sonica fatta di Sex Pistols, Clash, Damned, Stranglers. Una band e un nome suonano la riscossa dei mods in declino: The Jam e Paul Weller. Il quale recupera la musica del passato. Quella buona. L’ossigeno per le sue canzoni parte da lì.

Weller, vocalist e chitarrista, predilige Kinks, Who, Beatles, Small Faces, il soul e tutta la black music. Pubblica coi Jam l’Lp In The City. Chitarra, basso, batteria: rapidi e decisi. Dopodichè Paul, a differenza dell’approssimazione dei punkers, suona bene da subito. Sulla copertina di In The City c’è una foto che ha cambiato la vita a me, all’epoca diciassettenne, e a parecchi kids della mia generazione. Il trio è in bianco e nero, giacche a 3 bottoni, cravattini, camicie immacolate, capelli corti, occhiali Sixties. Il messaggio è lampante: The Mods Are Back! E Paul Weller è l’alfiere della rinascita. Di conseguenza, scegliere l’eleganza come stile di vita fu per me logico e necessario. Alla fine del ’78, i Jam raggiungono la consacrazione con All Mod Cons, capolavoro di rara bellezza con English Rose, nostalgica ballata scritta da Weller nel volgere di una notte, in albergo, durante un tour americano. E poi Setting Sons (‘79): duro, spigoloso. Arriva il 1980 e il punk evapora. Tranne i Jam. Che escono con Sound Affects e nell’82 con The Gift. Il suono cambia, e di molto, virando al soul e al R&B. Weller sputa una sequenza di canzoni che faranno epoca: That’s Entertainment, Town Called Malice, Start (che sfrutta la base ritmica della beatlesiana Taxman). Il marchio The Jam è ormai noto in tutto il globo. Ma Paul prende la decisione (per lui) più logica: sciogliere la band. “Era ciò che volevo fare”, risponde agli increduli mods. Vuole cambiare, cerca nuove motivazioni. Accetta di correre qualsiasi rischio. Quando nell’83 prendono vita gli Style Council ed escono le 6 canzoni di Introducing, capisco tutto. I Jam sono morti e Weller stringe un patto “mod” col tastierista Mick Talbot. The Paris Match, Headstart For Happiness, ma soprattutto Long Hot Summer (la mia canzone preferita) potresti ascoltarle su una spiaggia, una sera d’estate, ripensando a un amore perduto.

Nell’84 gli Style Council decollano con Café Bleu dimostrando una versatilità che pizzica musica nera e jazz. Nell’85, Our Favourite Shop sta agli S.C. come All Mod Cons stava ai Jam. Un disco bellissimo, con Weller che scrive Walls Come Tumbling Down (i muri stanno per cadere) dopo un concerto in Polonia, anticipando ciò che succederà 3 anni dopo a Berlino. Dopo il live Home & Abroad dell’anno successivo (con dedica speciale ai fans italiani), The Cost Of Loving (’87, che Paul definisce in tutta onestà “il nostro disco piu debole”) e Confessions Of A Pop Group (’88), con quella raffinatezza che ricorda con meno emotività Café Bleu, gli Style Council malinconicamente si sciolgono e Paul perde quasi totalmente il suo pubblico. Medita il ritiro dalle scene, ma ci ripensa e nel ‘92 dà il via a una maiuscola carriera solista. Se l’esordio intitolato Paul Weller risente delle atmosfere “stylecounciliane”, il “bianchissimo” Wild Wood (’93, con riferimenti ai Traffic e a Neil Young) gli fa riconquistare la vetta delle charts. Seguono Live Wood (’94), il british blues di Stanley Road (’95), la tenebrosa malinconia di Heavy Soul (’97). Il 2000 accoglie il folkeggiante Heliocentric, in stile Nick Drake, e prosegue con Days Of Speed (2001, cronaca di una lunga tournée acustica), uno Studio 150 (2004) ricco di covers (da Tim Hardin a Bob Dylan, da Neil Young a Burt Bacharach), As is now (2005) che riassume tutte le musiche affrontate in passato (rock, soul, funky…) e Catch-Flame! di un pugno di mesi fa: ulteriore testimonianza dal palco. Prima di diventare un grande artista, Paul Weller è stato uno di noi. Cioè uno dei mods, che s’è messo a comporre canzoni e a interpretarle con quella dannata voce da mille sigarette che ti stringe lo stomaco e ti spreme il cuore. Per quanto mi riguarda, a 44 anni suonati non vado al supermercato con moglie e figlia indossando il parka. Ma nel mio guardaroba ci sono sempre le Fred Perry, i pantaloni a sigaretta, le giacche a 3 bottoni, le Adidas bianche e nere. Perché sono un Mod. E lo sarò sempre.

www.modculture.com
www.italiamod.com

Foto: Paul Weller




stampa

Paul Weller


 

Archivio editoriali

http://www.paopao.it

http://www.gmebooks.com

http://stores.ebay.it/pontixlartestore

http://ebay.eu/1MgCWWN