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Per un figlio locandina

Per un figlio.

Il primo film di Suranga D. Katugampala.

di Stefania Cubello

Le difficoltà dell’integrazione. Lo scontro generazionale nel rapporto di una madre con il figlio adolescente. La desolazione di una provincia italiana del Nordest, raccontata attraverso una vecchiaia abbandonata da figli e parenti alle cure di badanti dalle esistenze altrettanto desolanti, fatte di duro lavoro e di solitudine. Sono alcuni dei temi che s’intrecciano in Per un figlio. Distribuito da Gina Films di Antonio Augugliaro, regista di Io sto con la sposa, il film è la toccante opera prima di Suranga D. Katugampala, regista 29enne originario dello Sri Lanka, laurea in informatica multimediale e master in cinematografia alla Mohole di Milano dove attualmente risiede e lavora. Per un figlio è il primo lungometraggio girato in Italia da un regista italiano di seconda generazione, la cui storia somiglia a quella del film che si è già guadagnato una menzione speciale della giuria al 52° Festival di Pesaro. Arrivato nel nostro Paese con la famiglia quando di anni ne aveva 10, Suranga è uno degli oltre 100.000 cingalesi in Italia, ha vissuto a Viterbo e poi a Verona e solo 1 anno fa ha ottenuto la cittadinanza.

I primi flussi migratori dallo Sri Lanka verso l’Europa, sospinti dalla guerra civile, risalgono agli Anni ’70: a partire, furono tante donne e madri finite a lavorare come colf e badanti. Destino che tocca in sorte anche a Sunita, madre di mezza età straordinariamente interpretata da Kaushalya Fernando, attrice cingalese fra le più apprezzate nonché vincitrice nel 2009 del premio Caméra d’Or, a Cannes, con La terra abbandonè. La sua vita è fatta di corse in motorino sulle strade di provincia – a Verona, dove la vicenda è ambientata – fra la casa dell’anziana donna (interpretata dalla brava Nella Pozzerle) non più autosufficiente di cui si prende cura; e il piccolo appartamento affittato per il figlio adolescente arrivato dallo Sri Lanka. Fra il ragazzo (l’attore 17enne Julian Wijesekara, studente liceale e ballerino di hip hop, in Italia da 10 anni) e la madre, il dialogo è fatto di pesanti silenzi. C’è totale incomunicabilità: lui non fa nulla per nascondere la propria ostilità nei confronti della madre che disprezza perché non ha imparato l’italiano («Tanto non capisci niente», le dice), trascorre le giornate fra scuola e amici in una provincia che ha ben poco da offrire: al cellulare, o bighellonando fra boschi e capannoni industriali abbandonati, che sono ritrovi per coppie clandestine dove i ragazzi vanno a spaccare bottiglie. Addirittura, impara per imitazione da un compagno di scuola senza scrupoli a rubare i soldi messi da parte dalla madre e custoditi in una scatola in caso di necessità: atto ancora più spregevole se si pensa che nella cultura srilankese la figura della madre è sovrana, inviolabile.

Al contrario, Sunita non vuole allontanarsi dai valori della cultura d’origine rifiutandosi di imparare la nostra lingua, allorché significherebbe abbracciare una cultura che considera immorale. «Il mio desiderio era portare al cinema non solo gli srilankesi, ma tutti i genitori e i figli», dichiara il regista. «La storia che racconto, sul rapporto madre-figlio e sui conflitti dell’adolescenza, è universale». Il film offre chiavi di lettura parallele: tra fratture generazionali e anche tra immigrati di prima generazione che vogliono allontanarsi dalle proprie radici; e figli (la cosiddetta seconda generazione) che al contrario si sentono ormai radicati nella cultura che li ospita. «Non è una storia autobiografica, ma l’ho comunque vissuta da vicino. Ciò che racconto, l’ho visto e sentito dagli immigrati di prima generazione; e l’ambientazione è a Verona perchè è qui che sono cresciuto ed è una realtà che conosco molto bene. Stiamo cercando di portare Per un figlio al confronto diretto con la comunità di srilankesi in Italia, per fare in modo che il cinema diventi luogo di partecipazione, di riconoscimento. Il film, proiettato anche nello Sri Lanka, è stato percepito proprio come italiano». E unisce, dal punto di vista stilistico, i tempi del cinema orientale con quelli del cinema occidentale europeo e del neorealismo: «Il mio riferimento va al documentario, che ho cercato di applicare alla fiction. In questo modo, gli attori hanno potuto immergersi nella storia e poi improvvisare. Per questo motivo ho anche voluto che prima dell’inizio delle riprese Kaushalya Fernando trascorresse qualche settimana con mia zia, che nella vita fa realmente la badante».

www.perunfiglio.it

www.katugampala.com

Foto: © Gina Films

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