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Lazarus

David Bowie.

La magia teatrale di Lazarus.

di Vittorio Gentilozzi

Appena uscito dall’auditorium al King Cross Theatre di Londra, ho avuto la netta sensazione che ciò che avevo appena vissuto non lo avrei dimenticato per il resto della mia vita. Così come è stata netta la consapevolezza che non sarebbe stato facile recepire, analizzare, interpretare in modo corretto tutte le sfaccettature di una vicenda così complessa. Più che un musical, Lazarus è un’opera teatrale con tante canzoni dentro. Brani che appartengono alla storia musicale di David Bowie e che si riflettono nella descrizione delle vicende di Mr. Newton, L’Uomo che cadde sulla Terra nel 1976 e che con Lazarus termina la propria esperienza terrena. Sorprende (ma con Bowie questo verbo è un “default”) che composizioni scritte in un arco temporale di 44 anni (1971-2015) siano così bene amalgamate nella storia. Ad esempio The Man Who Sold The World, “title track” dell’omonimo album del ‘71, riproposta con un arrangiamento del ‘95 (all’epoca di Outside) ma che sembra uscita dalle sonorità di Blackstar. E poi c’è Heroes, che da inno “popular” viene rilanciata nella parte finale con un quasi parlato lento, spontaneo e struggente, poco prima che il protagonista prenda (riprenda) il suo viaggio nello spazio. Per chi dovesse assistere a Lazarus non conoscendo la vita artistica di Bowie, la storia potrebbe avere un inizio e una fine ma certo sarebbe nulla rispetto alla sua collocazione nel contesto artistico di un uomo che, a mio avviso, sarà una delle personalità culturali del ‘900 più studiate e analizzate. Lazarus è solo l’ultimo tassello di un puzzle iniziato l’8 gennaio 1947 dove Major Tom, Ziggy Stardust, Thomas Newton, Nathan Adler, sono tutti personaggi di un unico disegno che si ripropongono e rincorrono in 50 anni di carriera.

Il palcoscenico è piuttosto spoglio: un letto disfatto sulla sinistra, uno schermo al centro, un frigorifero sulla destra. Il tutto, color sabbia. A destra, in basso e molto vicino al pubblico, è appoggiato a terra un giradischi con accanto alcuni vinili di Bowie. I musicisti sono quasi in vetrina sullo sfondo del palco: scelta inconsueta, ma che testimonia la centralità della musica in quest’opera. La monocromìa che domina la prima parte dello spettacolo (anche il protagonista è vestito di beige) viene poi spezzata da forti e colorati effetti proiettati nello schermo e dall’abbigliamento delle protagoniste femminili, che a un certo punto indossano sottovesti blu elettrico e parrucche celesti. Il cast, selezionato e voluto anche dallo stesso Bowie, vede un Michael C. Hall (Thomas Newton) che oltre alle qualità recitative svela una voce sicura e potente: certo assai diversa da quella dell’originale, ma nessuno avrebbe voluto una controfigura. Quindi, azzeccata la scelta di un timbro vocale differente ma con una forte personalità. A colpirmi, poi, sono state le 2 figure femminili: all’inizio non capivo se Sophia Anne Caruso (una sorta di angelo custode del protagonista) fosse una donna con un volto e una voce da bambina, o una bambina truccata da adulta. In realtà Sophia ha solo 15 anni, ma è un talento fuori dall’ordinario: la sua interpretazione di Life On Mars? è da pelle d’oca; e supera a pieni voti l’interpretazione di un brano che pesa come un macigno: No Plan. Amy Lennox (nel ruolo di Elly), inizialmente sembra una comparsa in jeans, felpa e viso da brava ragazza americana; ma poi con calze a rete, tacchi a spillo e parrucca colorata tira fuori grande personalità e grinta.

David Bowie, ormai consapevole della sua imminente fine, ha fortemente voluto Blackstar e Lazarus lavorando fino all'ultimo (ha presieduto la “prèmiere” a New York il 7 dicembre 2015, poco più di un mese prima di morire) e regalandoci 2 capolavori. Come ha dichiarato il suo produttore e amico Tony Visconti, la sua fine si è rivelata un’opera d’arte come tutta la sua vita. La vera arte è quella che non ha tempo; che si presta a interpretazioni soggettive che a loro volta variano nel tempo e nello spazio; che non finisce mai di stupire; che non ha mai fine come il movimento nello spazio, la cui inerzia è perpetua. E questo, David lo sapeva bene. Non poniamoci troppe domande, non avremo mai risposte sicure. Non chiediamoci, ad esempio, perchè Major Tom nasce nel 1969, viene riproposto nell’80 (Ashes To Ashes) e torna in scena nel 2015 per morire con Blackstar e Lazarus. Non domandiamoci se Major Tom e Thomas Newton sono la stessa persona, nè se Bowie ha fortemente voluto il nome Lazarus per quest’opera (sappiamo che Lazzaro muore apparentemente, ma poi torna in vita): significa forse che Newton non muore, ma torna nello spazio da dove era venuto? E infine, paradossalmente: David Bowie è l’ideatore e creatore di tutti questi personaggi o è egli stesso un sub-personaggio di David Robert Jones (il suo nome anagrafico)? No, credo che si debba ancora salire di livello. Credo che l’unica domanda che valga la pena di porsi è questa: David Robert Jones è veramente il capofila, l’autore, la genesi; o anch’egli era “semplicemente” un essere umano inviato su questa Terra per una settantina d’anni da chissà quale galassia per insegnarci e dare dimostrazione del significato supremo della parola Arte?

www.lazarusmusical.com

Foto: © Johan Persson
© Vittorio Gentilozzi
 

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Michael C. Hall & Sophia Anne CarusoLazarus Stage


 

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