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Wallace Berman

Beat Generation.

Ribelli sovversivi a Parigi.

di Eleonora Tarantino

Nata negli Stati Uniti all’indomani del secondo conflitto mondiale e agli albori della Guerra Fredda, la Beat Generation è il più importante movimento letterario e artistico del ‘900, capace di scandalizzare l'America puritana e maccartista coi suoi ideali culturali e quell’emancipazione sessuale che influenzerà lo stile di vita della Peace & Love Generation Anni ’60. I Beatniks, da “ribelli sovversivi”, contestano il Sistema battendosi pacificamente contro l’inquinante tecnologia, il razzismo, l'omofobia. Difendendo una nuova etica tribale con la libera assunzione di droghe (cannabis, Lsd), aprono la mente innescando viaggi psichedelici. Alla Generazione Beat che ha ispirato i movimenti studenteschi del Maggio ‘68, l'opposizione alla guerra in Vietnam, gli hippies della californiana Berkeley e il Festival di Woodstock, il Centre Pompidou di Parigi dedica una straordinaria retrospettiva con oltre 500 opere fra cui fotografie, disegni, dipinti, collages, filmati e musica, percorrendo un itinerario virtuale che tocca New York, San Francisco e Parigi. Il termine “beat” (equivalente di “beato”) lo conia Jack Kerouac con intento religioso e non politico-contestatario, durante la frequentazione della newyorkese Columbia University coi compagni di studi Allen Ginsberg e William Burroughs.
 
Suddivisa in 15 sale, Beat Generation si apre col manoscritto di On The Road (Sulla strada, 1951): un rotolo di carta per telex di 360 x 22 cm. disteso in una teca, da ammirare in religioso silenzio come una reliquia scoprendo quelle prime lettere di Kerouac – “I first met Dean not long after my dad died...” – con un brivido d’emozione. I fogli originali dell’altro “classico”, il poema Howl (Urlo, ‘56) di Allen Ginsberg, recano invece impressi questi memorabili versi: “I saw the best minds of my generation destroyed by madness…” (Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia…). Parole lette dal poeta del New Jersey il 7 ottobre ‘55 alla Six Gallery di San Francisco e destinate a tradursi nel clamoroso processo per oscenità all’editore Lawrence Ferlinghetti. E nelle riviste degli Anni ’60 come The Floating Bear (pubblicata da Diane di Prima e LeRoi Jones) e Fuck You: A Magazine for the Arts di Ed Sanders dei leggendari Fugs? Ad essere documentate sono soprattutto la realtà californiana, lo stile sperimentale, le pubblicazioni della City Lights Books gestita da Ferlinghetti. Un muro di parole, poi, travolge i visitatori con The Singing Poster: Allen Ginsberg’s Howl dell’artista concettuale Allen Ruppersberg, installazione di manifesti a dimensione variabile che “costringe visivamente” a leggere Urlo nello stile fonetico/beat. Seguono tele e disegni in un’intercalare d’emotiva curiosità: i ritratti a penna e i dipinti di Jack Kerouac; i quadri dai segni informali, i collages e gli assemblaggi basati sul riciclo di svariati materiali di artisti più o meno conosciuti quali Jean-Jacques Lebel, Alfred Leslie, Brion Gysin, Julian Beck, Wallace Berman, George Herms, Stuart Perkoff, Bruce Conner e Paul Beattie. Incredibile la collezione di supporti sonori di diffusione tra microfoni, giradischi e radio. Da ammirare i primi registratori portatili Webmaster-Chicago 80 (‘45) e EMI Emidicta Model 24001 10DRX  (‘47), nonché il pezzo forte: il registratore a bobina e il “cutter” (taglierino) di Brion Gysin, inventore della tecnica del “cut-up”. Ed esposta come una scultura, ecco la macchina per scrivere Underwood appartenuta a William Burroughs. Obbligatoria la sosta di 26 minuti dedicata al cortometraggio Pull My Daisy (‘59), sceneggiatura e voce fuori campo di Jack Kerouac, regia di Robert Frank e Alfred Leslie, intepretato da Mooney Peebles, Allen Ginsberg, Gregory Corso e Peter Orlovsky.
 
Fra una sala e l’altra, si avvicendano spezzoni di documentari e scatti fotografici degli stessi scrittori e di testimoni quali Ettore Sottsass, John Cohen e Ron Rice. Proseguendo fra locandine, lettere e copertine di dischi bebop, ecco il video di Subterranean Homesick Blues, brano intonato da un giovane Bob Dylan e girato sul retro dell’Hotel Savoy di Londra durante la tournée del ‘65. Nel filmato, con un cameo dell’amico Allen Ginsberg, il cantautore del Minnesota fa scorrere una serie di cartelli con alcune delle parole e delle frasi della canzone. Sarà il video d’apertura del “documentary film” Don’t Look Back del ‘67. Una sezione della mostra è riservata al periodo trascorso da vari artisti beat in Messico e a Tangeri, città in cui Burroughs è di casa e dove al Muniria Hotel Kerouac, Ginsberg, Gysin e Corso cercano l’ispirazione, amplificata dal continuo uso di kif, droga leggera a base d’hashish. Fra il ‘57 e il ‘63, Parigi è una via di fuga dall’irriconoscente America: Burroughs, Corso, Ginsberg e Orlovsky soggiornano al Beat Hotel (decidono loro di chiamarlo così), al 9 di rue Git-le-Coeur (ora c'è l’elegante Hôtel du Vieux), stamberga nel cuore del Quartiere Latino gestita da Madame Rachou che si trasforma in laboratorio per esperimenti, visivi e sonori. Sempre qui, Brion Gysin con la complicità di Ian Sommerville e William Burroughs sviluppa il "cut-up" che consiste nel tagliare un testo lasciando intatte solo parole o frasi e mischiandone i frammenti allo scopo di ricomporre un nuovo testo. Nella Ville Lumière, Burroughs scrive il Pasto nudo, Gysin inventa la Dreamachine e Corso concepisce il suo poema antinucleare: Bomb. In evidenza anche i legami tra i beats e gli scrittori francesi dell’epoca, con particolare ammirazione per il geniale e controverso Louis-Ferdinand Céline. Quello spaccato di vita parigina, si avvale delle fotografie di Harold Chapman e della curiosa ricostruzione di quella misera stanzetta del Beat Hotel, all’ultimo piano. I libri dei protagonisti della Beat Generation, nel tempo, non solo sono diventati i capisaldi della letteratura americana, ma hanno regalato a noi lettori il piacere del mito romantico e “bohémien” di quella generazione perduta.

Beat Generation
Fino al 3 ottobre, Centre Pompidou, place Georges Pompidou, Parigi

tel. 0033-1-44781233

Catalogo Editions du Centre Pompidou, € 44.90
 
www.centrepompidou.fr
 
www.franceguide.com

Foto: Wallace Berman, Untitled (Allen Ginsberg), 1960, Collection particuliére, © Estate of Wallace Berman, © galerie frank elbaz, Paris
Brion Gysin, William S. Burroughs, Untitled (Primrose Path, the Third Mind, p.12), 1965, Brion Gysin © Archives Galerie de France, William S. Burroughs © 2016, The William S. Burroughs Trust. All rights reserved. © Los Angeles Country Museum of Art, Los Angeles / dist. RMN-Grand Palais / service presse Centre Pompidou
Jack Kerouac, The Slouch Hat, vers 1960, Il Rivellino Gallery, Locarno, Jack Kerouac, © John Sampas, Executor, The Estate of Jack Kerouac, Photo © Il Rivellino Gallery, Locarno

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Brion GysinJack Kerouac Painting


 

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