Coolmag

home - editoriale

Say Goodbye libro

Delfina Rattazzi. Intervista Esclusiva

New York Stories

di Stefano Bianchi

Una prosa efficace. Che fila via in “rewind” inanellando incontri fatali, esistenze sul filo del rasoio, storie spiazzanti di una generazione ricca di talenti. Delfina Rattazzi, scrittrice e giornalista, racconta in Say Goodbye 10 anni trascorsi a New York. Dall’alba al tramonto dei ’70. Gomito a gomito con Truman Capote, Jackie Onassis, Hunter S. Thompson, Andy Warhol, Warren Beatty, Robert Mapplethorpe, Norman Mailer e le altre icone di una Big Apple che non aveva paura di amare, osare, trasgredire.

L’incipit di Say Goodbye è fulminante: “Ci sono posti e momenti in cui il talento si cristallizza”. In pratica, introduci la New York che hai vissuto come un luogo che dava l’opportunità di emergere.
«Amava concedertela, quella chance. Se te la meritavi. A John Belushi, per esempio: talento a orologeria del Saturday Night Live televisivo. E a una miriade di scrittori, musicisti, attori, giornalisti, sceneggiatori. Gente con l’anima. Voci soliste che sapevano creare e sentivano di appartenere a un coro. È durato fino agli Anni ’80, quando i dollari di Wall Street sono diventati un’ossessione da far fruttare a tutti i costi. Ed è cambiata la musica».
Qual era, in quegli anni, la cosa per cui valeva la pena vivere?
«Il gusto dell’amicizia e della conversazione. Dello stare insieme dinamico, senza egoismi. Che era legato a ciò che ci ruotava attorno: fosse un disco di Warren Zevon, un concerto di Patti Smith, un’opera d’arte di Willem De Kooning, un reportage dal Vietnam… Eravamo coscienti della creatività che ci circondava».
Ma c’era anche l’altra faccia della medaglia. Hai scritto che “New York non era un posto idilliaco allora. Fiumi di alcol e montagne di droga. L’aggressività poteva essere brutale, un mondo duro”.
«Ad essere provocatoriamente “normale” era il gigantesco ventaglio di droghe a disposizione. In modo assolutamente non moralistico. E l’assunzione “epica” di tutto ciò che era alcolicamente bevibile».
Citi spesso Elaine’s, un locale dell’Upper East Side.
«L’ombelico di New York. Una trattoria con pochi tavoli dove trovavi gli amici senza bisogno di un colpo di telefono. Lo gestiva Elaine Kaufman e ci andavi per il bisogno di stare, parlare, confrontarti con gli altri, rimetterti ogni volta gioiosamente in discussione. Ci andavi per gettare la maschera, essere più vero. Altrimenti Elaine’s non ti sarebbe piaciuto».
Fra le persone che hai conosciuto, quali ricordi con più affetto?
«Diana Vreeland, l’ex direttrice di Harper’s Bazaar e di Vogue americano. Obbiettivamente una donna straordinaria. E nella vita, di persone con quel sorridente carisma non hai modo d’incontrarne poi così tante. Non era giovane, né bella e tantomeno colta nel senso classico della parola. Ma sapeva interessarsi all’”adesso”: un contemporaneo filtrato dalla passione per gli abiti che “archiviava” in uno scantinato del Costume Institute del Metropolitan Museum. Ogni anno organizzava happenings legati alla moda che conquistavano il mondo. Il suo motto era: ‘Senza emozione non c’è bellezza’. E poi Mick Jagger. Affascinante nella sua intelligenza, ben conscio di essere una rockstar e al tempo stesso spontaneo, voglioso di confidarsi con gli altri, di sentirsi libero. Ogni volta che capitava a casa mia, l’ansia mi attanagliava: quale musica gli avrei messo in sottofondo? Van Morrison non l’ha mai rifiutato; sui Basement Tapes di Bob Dylan protestò vivacemente».
Le “tue” colonne sonore, all’epoca, erano Bruce Springsteen e Van Morrison.
«Di Bruce conoscevo l’ellepì Greetings From Asbury Park, N.J. e la canzone Rosalita. Quando attraversò il fiume, e dal New Jersey arrivò a Manhattan per esibirsi al Madison Square Garden con la E Street Band, fu un qualcosa di magico. Un incantesimo costruito sulla nuda verità delle parole. Non era un poeta ermetico come Bob Dylan, ma il limpido cronista di ogni bianco disagiato delle periferie del mondo. Van Morrison, invece, mi faceva restare volentieri a casa ad ascoltare l’album Astral Weeks. Con quella canzone, Madame George, che recitava ‘Say goodbye. Say goodbye to Madame Joy’. Un grande irlandese in bilico fra blues e jazz. Grande come il romanziere John Banville».
Ripensi mai a “quella” New York?
«Talvolta sì. Ma senza nostalgia. Ripenso ai “piers” del West Side che uscivano sul fiume Hudson. Al vento del mare dal Battery Park. Al fascino vittoriano di SoHo».

Delfina Rattazzi, Say Goodbye, Cairo Editore, 160 pagine, € 15

www.cairocommunication.it

Delfina Rattazzi (Buenos Aires, 1951) vive e lavora a Milano. Ha scritto, con Giuseppe Turani, i saggi Mondadori – La grande sfida (Rizzoli, ’89) e Raul Gardini – Il contadino, la Montedison e il diavolo (Rizzoli, ’90).

stampa

Delfina Rattazzi


 

Archivio editoriali

http://www.paopao.it

http://www.gmebooks.com

http://stores.ebay.it/pontixlartestore

http://ebay.eu/1MgCWWN