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The Last Shot

David Bowie

1947 - 2016

di Stefano Bianchi

Ciao, David. Il dolore che mi brucia dentro, lo voglio cauterizzare ripensando a quando ti ho visto per la prima volta in concerto: il 27 maggio 1983 a Les Arènes di Fréjus, in Francia. Con me, sotto al palcoscenico del Serious Moonlight Tour griffato Let’s Dance, c’era papà. Il mio adorato Nando, che ogni volta obbligavo ad ascoltare le tue canzoni. Poi ti ho visto cantare il repertorio di Never Let Me Down nel Glass Spider Tour (’87) a Milano e a Parigi;  esibirti coi neonati Tin Machine a La Cigale, ancora nella capitale francese (’89) preannunciando nel look Le iene “tarantiniane”; ripercorrere i tuoi massimi successi nel Sound + Vision Tour (’90); cantare ancora coi Tin Machine (’91); scandagliare 1.Outside a Milano e a Birmingham (’95) e poi Earthling (’97), ‘hours…’ (’99) e Reality (2003), prima di scomparire dalle scene per 10 anni che sembrava non dovessero mai finire. Ma voglio, soprattutto, che siano i ricordi a rendere più sopportabile il mio dolore. Avevo 14 anni, nel ’72, quando sfogliando Ciao 2001 ti ho scoperto metà uomo e metà alieno. The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, consumato sul giradischi, mi ha dato l’opportunità di indietreggiare nel tempo a Space Oddity, The Man Who Sold The World, Hunky Dory… È iniziato tutto da lì, David. E così mi sono messo a pedinare, passo dopo passo, le tue musiche. Ad immergermi nei tuoi infiniti trasformismi. Poi, diventato giornalista, ho cominciato a scrivere per Tutto Musica & Spettacolo. E non sei stato più irraggiungibile.
 
Sai quando ti ho incontrato la prima volta? Il 25 marzo ’87, al Piper di Roma. Stavi presentando alla stampa Never Let Me Down e ti sei messo a intonare Day In, Day Out. Sapevi, ne sono certo, di avere inciso un disco appena passabile. Tant’è che 2 anni dopo ti sei preso la rivincita col chitarrista Reeves Gabrels e i fratelli Hunt e Tony Sales (batterista e bassista) nei Tin Machine, riacciuffando l’essenza più dura e pura del rock. Io ero là, alla “press conference” parigina, a godermi la tua soddisfazione nel sentirti parte (non leader) di una band. Il 4 dicembre ’99, invece, era appena uscito ‘hours…’ e la conferenza stampa l’hai tenuta all’Hotel 4 Seasons di Milano. Ricordo di averti chiesto se e quando avresti portato Ziggy Stardust nei teatri. Volevi farlo (nella risposta c’era tutta la convinzione possibile) ma purtroppo non ci sei riuscito. E avevo i brividi quando nell’agosto del ’91 Tutto mi ha incaricato d’intervistarti. Ti ho raggiunto a Dublino, nei Factory Studios in Barrow Street dove stavi effettuando le prove per il tour a supporto di Tin Machine 2. Ci siamo accomodati in una saletta, di fronte a me c’erano Reeves, Hunt e Tony mentre tu eri defilato alla mia sinistra. Alle prime domande hai lasciato che fossero loro 3 a rispondermi. Allora mi sono voltato dalla tua parte, ti ho fissato dritto negli occhi e ti ho domandato come mai avessi scelto d’inserire nell’album la cover di If There Is Something dei Roxy Music. Magari, ho aggiunto, potresti reincidere il pezzo con Bryan Ferry… Hai sorriso, complimentandoti per la mia competenza in materia. Subito dopo l’intervista ci siamo reincontrati, mia moglie Eleonora ti ha letteralmente bloccato in un angolo e tu, con l’educazione che ti ha sempre contraddistinto, le hai sussurrato che dovevi andare alla toilette ma che poi ci avresti raggiunto. Hai mantenuto la promessa e in più le hai autografato Ziggy Stardust. Ci siamo rivisti a Milano, alla fine di settembre, per il concerto dei Tin Machine. Con noi c’era Mauro Luppi, collezionista fra i più grandi nonché mio indispensabile “pusher” di rarità “bowiane”. Ci hai invitato al “soundcheck”, assicurandoti con Mauro che l’acustica fosse impeccabile. Ricordo di averti regalato un Cd promozionale coi pezzi di American Caesar incisi da Iggy Pop in versione acustica. Un anno e mezzo dopo: 24 febbraio ’93 al Mayfair Recording Studio di Londra. Stavi sfogliando un numero di Melody Maker che riproponeva un’intervista del 1972 al tuo alter ego Ziggy. Compiaciuto, mi hai detto che le nuove generazioni stavano riscoprendo il Glam Rock e che gli Suede di Brett Anderson stavano recuperando la parte migliore del movimento. Dopodichè ci siamo messi a dialogare di Black Tie White Noise, che aveva preso forma dal tuo matrimonio con Iman. Hai parlato a ruota libera, mentre il posacenere si riempiva fino all’orlo di mozziconi di sigarette. Tue e mie. Facendoci entrare in una nuvola di nicotina rock.
 
13 dicembre ’95, Birmingham, National Exhibition Centre. Prima del concerto di 1.Outside, il limite dell’intervista era di 15 minuti al massimo. Imperativo categorico di Alan Edwards, il tuo ufficio stampa. Ricordi? Sapendo della tua passione per il Futurismo, avevo portato dall’Italia un libro coi ritratti di Umberto Boccioni alla madre. Il tempo di regalartelo e ti sei messo a saltare dalla gioia e a sfogliarlo. I minuti passavano, l’intervista doveva ancora iniziare ma io non ho osato interrompere il tuo stato di grazia. Risultato: 5 minuti o poco più, l’inconfondibile gesto della forbice da parte di Edwards e il tuo commento finale: «Ormai sai tutto di me... Sono sicuro che scriverai un ottimo articolo.». 18 gennaio ’97. Stavolta abbiamo chiacchierato al telefono e sei stato tu a chiamarmi da New York. Ero pronto con una scaletta di domande, ma mi hai colto in contropiede: «Prima di cominciare l’intervista, dimmi cosa ne pensi di Earthling. Ci tengo molto al tuo parere…». È stata la mia più grande soddisfazione professionale.  Libreria Feltrinelli di Milano, in un pomeriggio del 2002. Era appena uscito Heathen e avevi dato appuntamento ai fans. Mi sono messo in coda per un paio d’ore ma ne è valsa la pena. Ti ho stretto la mano dicendo: «Ti ricordi di me? Sono il tuo giornalista italiano preferito!». Ho estratto dalla tasca un libriccino con poesie e disegni futuristi e te l’ho donato. «Certo che mi ricordo di te! Mi fa sempre piacere incontrarti…», mi hai risposto. È stata l’ultima volta che ti ho visto. Mi rimane ★, adesso. Da pronunciarsi Blackstar. È il tuo testamento. L’ultimo capolavoro. E continuerò gelosamente a conservare la tua voce, incisa sulle cassette. Ciao, David.

www.davidbowie.com

Foto: © Jimmy King
© Eleonora Tarantino

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