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Richard Thompson: Guitar Hero e Antidivo.

Intervista Esclusiva.

di Alfredo Marziano

Richard Thompson è sempre stato un musicista di culto. Sconosciuto alle masse, assente dalle radio commerciali, non ha mai avuto un vero album o singolo di successo. Eppure è seguito ossessivamente da una nutrita pattuglia di fedelissimi, adorato dalla critica internazionale e dai colleghi, rispettato dall’”establishment” (nel 2011 la Regina d’Inghilterra l’ha insignito dell’Order Of The British Empire). Qualcuno, una volta, ha sostenuto che pochi scrivono canzoni e suonano la chitarra come lui; e che nessuno sa fare entrambe le cose altrettanto bene. Il concerto d’inizio ottobre a Treviglio, in provincia di Bergamo, ha dimostrato una volta di più la validità di quell’assioma: il suo Electric Trio, a cui il batterista Michael Jerome (John Cale Band) e la nuova recluta Davey Faragher (ex Cracker, oggi bassista degli Imposters di Elvis Costello) forniscono un formidabile contributo, è una macchina da guerra capace di regalare nuovi significati al termine folk-rock: piattaforma ideale per le malinconiche ballate, ma soprattutto per gli attorcigliati e pungenti assoli (a volte sul limite dell’atonalità) che il leader estrae dalla sua Stratocaster color corallo. In quasi 2 ore di concerto, Thompson ha rivisitato il passato pionieristico con i Fairport Convention (che il roots rock inglese lo hanno praticamente inventato), i leggendari dischi a fianco della ex moglie Linda e le incisioni soliste che infila con regolarità e quasi costante ispirazione dai primi Anni ‘80. Lasciando molto spazio, ovviamente, all’ultimo Still prodotto a Chicago da un’altra mente lucida e curiosa della scena musicale, Jeff Tweedy dei Wilco.
 
Come Buddy Miller nel precedente album Electric, anche Tweedy in Still ha scelto di essere un produttore discreto: tanto da sembrare a tratti quasi invisibile, nascosto dietro le quinte…

«Quando ingaggio un produttore non gli spiego mai con precisione che cosa desidero. Preferisco tenere la bocca chiusa e lasciarlo fare. Ognuno ha il suo punto di vista e non voglio che sia la mia opinione a prevalere. Ho lasciato a Buddy e  a Jeff piena libertà d’azione per vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori».
 
Ma è diverso il loro metodo di lavoro?  
«Entrambi amano lavorare nel loro “home studio”, ma in ambienti molto diversi tra loro. E probabilmente Tweedy ha idee più precise sulla forma da dare alle canzoni,  sul come costruire le strofe e dove inserire gli assoli, sulle modalità di esecuzione dei pezzi e sulle eventuali modifiche da apportare alle sequenze di accordi. Più di Buddy, Jeff è un vero artigiano della canzone».
 
C’è parecchia autobiografia, in Still: Beatnik Walking evoca la serenità di una vacanza di famiglia ad Amsterdam di tanti anni fa, Guitar Heroes celebra il tuo amore per la chitarra. Con il passare degli anni, hai deciso di aprirti di più?
«Non saprei. A volte parti dall’idea di scrivere qualcosa di autobiografico e dopo un po’ inizi a mentire… magari solo per arrivare a una rima migliore. Per scrivere una buona canzone spesso devi distorcere un po’ la realtà delle cose. Però è vero, forse, che stavolta le canzoni sono più esplicitamente autobiografiche. Di solito scrivo storie, e capita che arrivato in fondo al racconto mi accorga di esserne il protagonista. Spesso faccio affidamento sulla sola immaginazione, anche se lo spunto può essere personale. Cose che ti succedono nella vita. Che ti feriscono, ti irritano o ti spezzano il cuore: in quei casi pensi che le tue canzoni nascano come reazione diretta a determinati eventi».
 
In Guitar Heroes, oltre a replicare lo stile dei tuoi chitarristi preferiti (da Django Reinhardt a Les Paul, da Chuck Berry a Hank Marvin degli Shadows passando per James Burton) confessi il tuo rapporto totalizzante, quasi ossessivo con lo strumento, e le complicazioni che ne sono derivate. Tutto vero?
«Sì. I problemi a scuola, con le ragazze, con i miei genitori che non ne potevano più del mio comportamento. Tutti pensano che tu sia destinato a non andare da nessuna parte, a una vita da perdente. E che finirai per patire la fame… Ma quando sei un ragazzo e ami la musica non ci pensi. E vai dritto per la tua strada».
 
Le cose sono cambiate? Crea ancora problemi, nella vita familiare e sociale di oggi, trovare il tempo per startene da solo con le tue chitarre?
«No, oggi è molto più facile. Come essere innamorato di una bella donna: trovi sempre il tempo da dedicarle. Non ti fai mancare le occasioni per stabilire un contatto, o per mandarle un mazzo di fiori».
 
In un podcast/intervista con il comico americano Marc Maronti, ti ho sentito sostenere che, come un medico, anche un autore di canzoni deve saper conservare un certo distacco dal suo lavoro: se si fa coinvolgere troppo, rischia di crollare o di impazzire.
«È così. Quando sali su un palco devi comportarti come un attore, fingere che ciò che stai cantando non riguardi te stesso ma qualcun altro. Se ti imponi di trasmettere tutto il contenuto emotivo di una canzone rischi di non farcela. Di scoppiare a piangere. O di morire in scena! Perché la musica è una cosa estremamente potente: se provi a eseguire una sonata pianistica di Beethoven con tutta l’emozione che si porta appresso, è probabile che tu non riesca a portarla a termine. Proprio come un attore, un musicista deve essere in grado di esercitare un certo controllo, di guardare le cose dall’esterno».
 
Non tutti i pezzi di Still sono autobiografici, comunque. Titoli come Dungeons For Eyes e No Peace No End affrontano temi più generali.  Dilemmi morali, questioni sociopolitiche…
«Si può scrivere di se stessi e della propria famiglia, ma anche di cose che si leggono sui giornali o che si osservano nel mondo circostante. È importante saper cambiare prospettiva, e se sei un “songwriter” forse hai il dovere di riflettere sull’ingiustizia che regna in questo mondo. Medio Oriente, Ucraina, Africa… ancora oggi ci sono tanti focolai di guerra nel mondo, punti caldi del pianeta in cui la gente soffre e muore a causa di conflitti e iniquità. Le canzoni che hai citato, d’altra parte, possono essere interpretate in modi diversi».
 
Ci sono temi ricorrenti nel tuo repertorio, presenti anche in Still: guerra, pulsione e frustrazione sessuale, disturbi mentali, inquietudine spirituale. Canzoni come No Peace No End, All Buttoned Up, Broken Doll o She Never Could Resist A Winding Road sembrano nuovi capitoli di una storia iniziata tanto tempo fa.
«È vero. Capita di comporre una canzone e di pensare, 5 anni dopo, di poter fare di meglio scrivendo di quello stesso argomento. Lo fa anche Bob Dylan, che continua a esplorare le stesse tematiche cercando di migliorare la qualità della sua scrittura e di modificare la sua prospettiva. E poi, man mano che invecchi, le tue percezioni si modificano».
 
Sembri una persona serena e in pace con se stessa. Eppure sai essere piuttosto velenoso, quando nelle tue canzoni tratteggi certe figure che richiamano in maniera evidente personaggi reali: Fergus Laing (in cui i riferimenti a Donald Trump sembrano piuttosto espliciti) è solo l’ultimo esempio in una galleria di personaggi che ti sei divertito a dileggiare e a fare a pezzi. Da dove proviene questa acredine?
«È satira. Vedi personaggi pubblici e uomini politici comportarsi in modo arrogante, stupido o egoista e ti senti spinto a parlarne. C’è una lunga tradizione britannica, al riguardo, che risale a Jonathan Swift e ad Alexander Pope, autori che ho studiato quando ero a scuola. Pensa a Shelley: amava distruggere i potenti facendo nomi e cognomi e non risparmiandogli nulla».
 
A differenza di tanti tuoi colleghi (mi viene in mente Elvis Costello, con cui attualmente condividi il bassista) è difficile trovarti coinvolto in progetti collaborativi, benefit e album tributo. Questione di riservatezza?
«Elvis è un fan, un grande appassionato di musica a cui piace molto collaborare con altri musicisti. Io sono diverso: se vuoi partecipare a progetti su larga scala che coinvolgono tanta gente devi essere disposto a viaggiare, a saltare su un aereo appena ti chiamano. E magari io sono appena tornato da un tour e mi sento stanco… o ritengo che una cosa del genere non aggiunga nulla al mio percorso artistico. A volte mi sento un solitario, nel cammino che ho deciso d’intraprendere. Penso di avere uno stile mio e certamente non mi sento parte del “rock establishment”. Sono cose che non mi interessano: per farne parte bisogna dispensare sorrisi e carinerie, essere pronti a stringere tante mani. Bisogna esercitare molta diplomazia. E quello non è il mio mondo».
 
A volte sembri tenerti deliberatamente lontano dalle tue canzoni più famose e apprezzate: Dimming Of The Day è forse il pezzo più popolare del tuo catalogo, sicuramente il più interpretato da altri artisti. Eppure non lo suoni spesso dal vivo…
«In realtà lo suono abbastanza spesso. Se mi esibisco da solo lo inserisco in scaletta ogni 2 o 3 concerti. Perché so che al pubblico piace ascoltarlo, ed è un brano che mi piace cantare».
 
D’altra parte pezzi come 1952 Vincent Black Lightning, Wall Of Death, Tear Stained Letter o Al Bowlly’s In Heaven sono presenze costanti dei tuoi shows, quando ti esibisci con una band. Non ti stanchi mai di suonarli?
«A volte sì, e se capita tolgo momentaneamente la canzone dalla “set list”. In questo momento in scaletta non ci sono né Can’t Win né I Want To See The Bright Lights Tonight: certe canzoni entrano ed escono dal programma a rotazione. Non mi stanco mai di cantare un pezzo come Vincent perché ogni volta che lo faccio ci scopro qualcosa di nuovo e nella mia testa prendono forma immagini differenti».
 
Da qualche anno a questa parte sembri esserti molto affezionato alla formula del trio elettrico.  
«Si possono fare cose interessanti, in 3, perché devi far fronte a una certa carenza di informazione armonica. Sei continuamente costretto a riempire dei buchi e mi piace il senso di vuoto che ne deriva. Per ottenere dei buoni risultati hai bisogno di musicisti in grado di muoversi in quel contesto:  un batterista capace di riempire più spazio e un bassista che sappia creare armonia o, quando serve, suonare contrappunti melodici. I Cream erano un grande trio perché Jack Bruce era bravissimo nell’inventare ed eseguire melodie in contrappunto a Eric Clapton. Gli Experience di Jimi Hendrix non erano forse grandi musicisti, ma erano a loro volta capaci di coprire molto spazio e di fare un sacco di rumore. Del trio mi piace l’approccio minimalista. E poi è un modo più economico di gestire una band, il che non guasta: viviamo tutti e 3 a Los Angeles, e se vogliamo suonare a un festival possiamo saltare sullo stesso aereo con poco preavviso. Se decidiamo di tenere uno show a San Francisco, possiamo salire su un van e tornarcene a casa subito dopo. Senza preoccuparci di visti e permessi di soggiorno. Quando ci muovevamo in 5 c’era qualche problema in più e le cose dovevano essere pianificate con 2 mesi d’anticipo. Magari il prossimo passo consisterà nel diventare un duo… Davey, il nostro attuale bassista, è bravissimo nelle armonizzazioni vocali e ha un registro acuto che gli viene naturale. Ma se potessi aggiungere un elemento a questa band, vorrei avere di nuovo accanto una voce femminile».  
 
Un paio d'anni fa terminavi i tuoi concerti elettrici con qualche classico da “power trio”: Hey Joe di Hendrix o White Room dei Cream. Ultimamente sei passato al repertorio Mod: prima Daddy Rolling Stone, antico Lato B degli Who, e ora Take A Heart, pezzo Beat dei Sorrows datato 1965 e di cui il gruppo incise anche una versione in italiano…
«Davvero? Interessante… Eseguo quei pezzi perché mi piacevano quando ero ragazzo e all’epoca non avevo la possibilità di suonarli. Ora che posso farlo mi diverto a rivisitare gli Anni ‘60, e ogni tanto tiro fuori dal cassetto dei ricordi canzoni semi dimenticate o poco note».
 
Alla versione deluxe del tuo nuovo album hai aggiunto un EP intitolato Variations. Sono canzoni che hai registrato prima di Still?
«Sì, circa 6 mesi prima. L’idea originale era di pubblicare un EP a sé stante intitolato Boulevard Variations (Boulevard è il nome dello studio in cui abbiamo registrato), ma poi le cose sono cambiate. Il pezzo che ora si chiama Fork In The Road si intitolava in origine Variations On A Theme By The Troggs perché la sequenza di accordi, uno schema molto elementare e comune nel rock, è identica a quella di Wild Thing; mentre The May Queen si chiamava Variations On A Theme By Telemann perché era basata su una suite orchestrale del grande compositore e sui suoi cambi di tempo. Quando è arrivato il momento di scegliere una copertina e di dare un nome definitivo alle canzoni, la casa discografica non è riuscita a contattarmi perché mi trovavo lontano da casa, sperduto in una foresta tropicale o da qualche altra parte. I tempi di pubblicazione hanno cominciato a slittare e alla fine abbiamo rinunciato al progetto. Le canzoni, però, sono rimaste. E così anche l’idea iniziale, seppure non applicata in maniera rigorosa: in pratica, non corro il rischio che i Troggs mi citino in giudizio. I pezzi a cui mi sono ispirato sono stati solo dei punti di partenza che mi hanno portato in altre direzioni».  
 
Hai pubblicato autonomamente molti dischi dal vivo, negli ultimi anni, pescando dai tuoi archivi. Poi, a un certo punto, ti sei fermato…
«Avevo cominciato a farlo per contrastare i bootlegs, e in gran parte l’idea di pubblicare una sorta di versione legale dei miei live ha funzionato perché le pubblicazioni clandestine sono diminuite. Al momento, però, le case discografiche con cui collaboro (la Proper nel Regno Unito e la Fantasy/Concord negli Stati Uniti) preferiscono che io non metta in commercio cd dal vivo e ho deciso di accettare la loro richiesta. Negli ultimi 4 anni, del resto, ho pubblicato 3 album incluso un disco che contiene versioni acustiche dei miei pezzi più conosciuti. Inizialmente avevo pensato di distribuirlo solo attraverso internet, ma poi la casa discografica mi ha chiesto di poterlo lavorare alla stregua di un album ufficiale. Potrei registrarne un secondo volume l’anno prossimo: non so ancora se sarà un secondo capitolo di Acoustic Classics o una raccolta di rarità. Se sceglierò i pezzi da solo o se chiederò consiglio ai fans».
 
Hai altri progetti in cantiere? Che ne è stato della vecchia idea di pubblicare un disco di canzoni per bambini?
«Per ora non rientra nelle mie priorità. Sto lavorando, invece, a un paio di progetti che coinvolgono musica e teatro.  Spero di riuscire a realizzare qualcosa di meno dispendioso di Cabaret Of Souls (un “folk oratorio” nato anch’esso come allestimento teatrale e pubblicato su disco negli ultimi mesi del 2012): ogni volta che lo abbiamo proposto in pubblico abbiamo perso un sacco di soldi!».
 
www.richardthompson-music.com

Foto: © Elena Barusco

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