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Cool, 1956, décollage. © Fondazione Mimmo Rotella/Alessandro Zambianchi

Cool

1956, Mimmo Rotella

di Stefano Bianchi

Stavo guardando il documentario L’ora della lucertola dedicato a Mimmo Rotella, diretto da Mimmo Calopresti e presentato alla 61ˆ Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, quando la mia attenzione si è focalizzata sull’esplosione cromatica di un suo décollage del 1956: Cool. L’immagine dell’opera, che la Fondazione Mimmo Rotella ci ha gentilmente inviato, non solo è il miglior modo per “battezzare” la nascita di CoolMag, ma è un affettuoso omaggio al grande affichiste che ci ha lasciati l’8 gennaio all’età di 87 anni. “Ogni mattina uscivo dal piccolo studio che avevo affittato nei dintorni di piazza del Popolo e mi incamminavo lungo i marciapiedi di Roma. Osservavo i manifesti pubblicitari incollati ai muri: carichi di slogan, coloratissimi. Più erano lacerati e più mi affascinavano. D’ora in avanti, giurai a me stesso, comunicherò al mondo i messaggi della strada”. Nella primavera del 2004, quando intervistai Rotella nel suo laboratorio milanese, mi colpì la fotografica lucidità con cui ricordava quel 1952. Si sedette su uno sgabello e mi raccontò per filo e per segno la sua arte, il maestro del Nouveau Réalisme, dopo aver strappato dal basso verso l’alto manifesti fissati sulla tela rinnovando la gestuale energia del décollage. Mi confidò di avere avuto un’illuminazione zen, quando si mise a lacerare le prime pubblicità: “Le strappavo di notte, le arrotolavo e le nascondevo sotto il letto. Una sera venne a trovarmi il critico d’arte Emilio Villa, le scoprì e mi disse: ‘Stai inventando un nuovo linguaggio espressivo, come i tagli di Fontana e i sacchi di Burri’ “.

Poi (ricordo i suoi occhi che si riempirono d’uno stupore infantile) Mimmo srotolò memorie di Cinecittà, dei film muti che da ragazzino correva a vedere al cinema comunale della sua città (Catanzaro), di Charlot, Maciste e Buster Keaton. Dallo strappo pubblicitario a quello cinematografico, by-passò la creatività dei colleghi affichistes (Villeglé, Hains, Dufrêne) lacerando Marilyn, Sophia, Brando, l’onorevole Peppone e Don Camillo, le immortali icone del grande schermo. Rotella, poi, mi raccontò la Mec Art, le plastiforme, le coperture d’affiche, le sovrapitture, i graffiti prima che nascessero i graffitisti. Cioè i mille sbocchi del suo incessante, adrenalinico operare. E mi disse di quanto amava con ingordigia la vita. Arte e belle donne indissolubilmente legate fra loro: “A Parigi cenavo a La Coupole, nel quartiere di Montparnasse. Ci andavo vestito come un gangster di Chicago. Ho sempre amato la provocazione, nell’arte come nella vita. E Ramatuelle, in Costa Azzurra… In un locale notturno, La Voile Rouge, organizzavamo happenings ‘scandalosi’ arruolando ragazze in topless. Recitavo, accompagnato da un’orchestrina jazz, le mie poesie epistaltiche modulando la voce come uno strumento”. Rotella si alzò dallo sgabello, si avvicinò al manifesto e riprese a lacerarlo. Prima di salutarci, gli confidai di avere una sua piccola grafica raffigurante Elvis Presley. Sorridendo, mi strinse le mani dicendomi: “Conservala. Ti porterà fortuna”. Ciao, Mimmo.

Fondazione Mimmo Rotella, via Fratelli Sangallo 10, Milano
tel. 0276113111, www.fondazionerotella.org
Museo Artistico La Casa della Memoria
, Vico dell’Onda 7, Catanzaro
tel. 0961745868, casadellamemoria@fondazionemimmorotella.net

Cool, 1956, décollage
Mimmo Rotella nel suo studio di Roma, Anni ‘60
copyright: Fondazione Mimmo Rotella/Alessandro Zambianchi

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