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I migliori dischi della storia del Rock: So

Una foto posata in bianco e nero da divo Anni ‘50 (ideata da Peter Saville, leggendario “cover artist” della Factory Records di Manchester). Un funk rock ballabile, dal ritmo martellante come un maglio (Sledgehammer). Un videoclip come non se n’erano mai visti prima, coloratissimo e servito su un piatto d’argento a un’ancora giovanissima MTV. Con So, quando il decennio del riflusso ha già girato la boa (è il maggio del 1986), Peter Gabriel fa il suo ingresso ufficiale negli Anni ’80: stagione del look, del disimpegno, della musica da vedere. I suoi primi 4 dischi post Genesis, intitolati col suo nome, l’avevano visto incamminarsi su sentieri sempre più impervi e affascinanti, al crocevia fra rock intellettuale, glam, new wave, canzone d’autore, tentazioni avanguardistiche, world music e minimalismo alla Steve Reich. Dietro quelle musiche, l’artista che amava esibirsi mascherato (da fiore, pipistrello, orrido freak) metteva in primo piano il proprio volto, sempre velato però dal vetro di un parabrezza, deformato e liquefatto, dipinto con i tratti di uomo/scimmia. Saville gli spiega che così «allontana il pubblico femminile»; e la sua nuova immagine da “sex symbol” maturo (all’epoca ha 36 anni) svela un desiderio a lungo represso di piacere alle masse, concorrendo ad armi pari in vetta alle classifiche con gli ex compagni di band e con Phil Collins, il più popolare di tutti. Il piano di battaglia è chiaro: se il primo album risentiva ancora dell’influenza Genesis, il secondo non aveva saputo mettere a frutto una promettente collaborazione con Robert Fripp, il terzo aveva esplorato le suggestioni ritmiche della batteria elettronica Linn Drum e il quarto le potenzialità tutte da scoprire del campionatore Fairlight, il nuovo disco (per la prima volta contraddistinto da un titolo che è soprattutto un segno grafico) sarebbe stato di canzoni: più semplice, estroverso, “ottimista”, moderno. In una parola, più pop. Ma non certo un parto facile: il coproduttore Daniel Lanois ricorda che a un certo punto, esasperato dalla lentezza di Gabriel, lo murò letteralmente in studio per costringerlo a completare i testi di alcune canzoni. Dopo 1 anno di lavoro, i risultati saranno finalmente quelli sperati: So sarà (ed è ancora oggi) un disco per tutti, l’album che segna per molti la “scoperta” di Gabriel anche se qualche fan della prima ora lo considererà un mezzo tradimento. Dettagli, perché suona ancora come un formidabile disco di art pop, segnato dal tempo per il suono inconfondibilmente Anni ‘80 eppure vivace, ricchissimo di idee, zeppo di canzoni memorabili.

Alcune, come That Voice Again (forse la più debole) e Red Rain (uno dei pezzi forti), recano ancora le stimmate del “vecchio” Gabriel: quanto meno nei testi enigmatici che traggono origine dalla parabola moraleggiante di Mozo, vecchio “concept” mai portato a termine. Ma anche quelle rivelano, in So, un album di voce, pianoforte e robuste melodie, oltre che (come sempre) di ritmo e percussioni affidate al potente Jerry Marotta, al pirotecnico Stewart Copeland dei Police e a Manu Katché, dea Kalì franco-ivoriana dei tamburi. Con un “combo” di musicisti fidati (il braccio destro Tony Levin a lasciare solchi profondi con il suo basso elettrico, David Rhodes chitarrista di tocco e d’atmosfera, lo scafato sessionman David Sancious alle tastiere), Gabriel cerca e trova i colori e i timbri giusti per ogni canzone: Wayne Jackson dei Memphis Horns e una sezione fiati soul per Sledgehammer, il suo omaggio modernizzato alla Stax Records e al suo idolo di sempre Otis Redding; il pianoforte gospel di Richard Tee e la voce vaporosa di Kate Bush per Don’t Give Up, emozionante ballata sul tema della perdita del lavoro e della dignità umana che oggi assume una dimensione ancora più pungente di allora; i vocalizzi acrobatici del senegalese Youssou N’Dour per In Your Eyes (ai cori anche Jim Kerr dei Simple Minds), celebrazione in musica dell’amore divino e terreno che diventerà uno dei momenti clou dei concerti. E se Big Time suona oggi più che mai come una sorella ipervitaminizzata ma più fragile di Sledgehammer, tutti, ma proprio tutti, concordano nel ritenere Mercy Street una delle più belle canzoni del catalogo di Gabriel: una dedica toccante alla poetessa suicida Ann Sexton che si muove sinuosa sul ritmo ipnotico del forro brasiliano. Il Peter Gabriel sperimentale dei primi dischi riaffiora brevemente solo nell’inquietante We Do What We’re Told (Milgram’s 37), già suonata dal vivo nell’80 e ispirata agli esperimenti condotti dallo psicologo Stanley Milgram della Yale University sull’obbedienza ai comandi autoritari (materia da terzo e quarto album); e in This Is The Picture (alias Excellent Birds), funk raffinato e tecnologico nato da una collaborazione con Laurie Anderson e già incluso 2 anni prima dalla multiforme artista americana nell’album Mister Heartbreak.

Non sono quelli, ovviamente, i biglietti da visita più riconoscibili di So; le rampe di lancio che permetteranno a Gabriel di catapultarsi nello stardom internazionale: ma grazie a quell’album e a canzoni come Sledgehammer, Don’t Give Up e Big Time, anche una generazione di giovani adulti colti e versati nell’hi-tech, dotati di coscienza ecologica e socialmente consapevoli, troverà il suo idolo pop, una rockstar avida di ogni forma d’innovazione tecnologica e sensibile (sin dai tempi di Biko, il suo inno anti-apartheid) verso le problematiche del Terzo Mondo e di Madre Africa. Le vendite saranno spettacolari (5.000.000 di copie solo negli Stati Uniti), Gabriel diventerà un messaggero di Amnesty International e una delle massime attrazioni da concerto del circuito pop. In seguito diraderà progressivamente le produzioni, pubblicando altri dischi di valore (Us nel ‘92, Up nel 2002) ma senza riuscire più a lambire quei vertici artistici e commerciali.

Peter Gabriel, So (1986, Real World)

 

 

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