CoolRewind

I migliori dischi della storia del Rock: Rain Tree Crow

La pioggia: sinonimo di suoni acquosi, sdrucciolevoli. L’albero: la natura, l’humus, il seme dell’etnìa. Il corvo: voli in picchiata nella sperimentazione, unghiate improvvisative. Rain Tree Crow. 3 vocaboli che nel 1991 sintetizzano il ricompattamento di David Sylvian, Mick Karn (1958-2011), Steve Jansen e Richard Barbieri. 10 anni dopo Tin Drum, l’album dell’addio, il quartetto ribalta e azzera il logo Japan. Ma come scocca la scintilla della reunion? Dal desiderio di amalgamare i frutti delle esperienze soliste, spinti dall’ossessiva ricerca di una musica onnivora, assoluta, senza limiti né confini. Il progetto (e il titolo del disco) Rain Tree Crow, elaborato in 8 sale d’incisione fra Inghilterra, Francia e Irlanda, prende forma seguendo precise indicazioni: improvvisare senza prove preliminari e poi registrare tutto, in assoluta libertà. I 12 brani (7 cantati + 5 strumentali) hanno in comune sonorità rarefatte, in bilico fra impressionismo e metafisica, che poggiano su uno scheletro percussivo affidato alle esperte bacchette di Steve Jansen. Il prologo è affidato ai 7 minuti dello strumentale Big Wheels In Shanty Town dall’incedere di bolero, con un tambureggiare etnico, chitarre che si offrono a un funky appena abbozzato, cori femminili di matrice afro e un breve spazio, in chiusura, affidato alla voce di David Sylvian che subito dopo sostiene (con la slide guitar e i brevi interventi cool jazz al sassofono di Mick Karn) Every Colour You Are.

La title track, piccola pennellata intimista giocata su contrappunti percussivi, introduce a Red Earth (As Summertime Ends) con un passo orchestrale che svela un assolo di chitarra acustica. Nel ritmo preciso e penetrante di Pocket Full Of Change, il canto di Sylvian si arrampica su tonalità alte; e dopo la musica che fluttua nell’aria di Boat’s For Burning, ecco New Moon At Red Deer Wallow: brano crudo, abbagliato dal sole, pungente come le spine di un cactus, che inanella percussioni singhiozzanti e il suono deviante del clarinetto basso. A Blackwater, meravigliosa ballad purpurea e sincopata racchiusa nelle pastose corde vocali sylvaniane, seguono lo strumentale A Reassuringly Dull Sunday marchiato a fuoco dall’improvvisazione ambientale; Blackcrow Hits Shoe City, galoppata chitarristica d’umore rock che si apre con un arrangiamento stile Manifesto dei Roxy Music; Scratchings On The Bible Belt, altro strumentale che percorre sentieri atmosferici; Cries And Whispers, che si lascia ammaliare da climi notturni e coinvolgenti. Complesso e fascinoso, morbido e urticante, Rain Tree Crow è sabbia cocente del deserto, sole, pioggia e ancora nuvole, nerofumo, albe, tramonti… È il primo e unico atto degli ex Japan di nuovo insieme. Da domani si torna solisti.

Rain Tree Crow (1991, Virgin)

 

 

Share: