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I migliori dischi della storia del Rock: Happy Trails

Non puoi giudicare un libro dalla copertina“. Così cantava Bo Diddley, guida spirituale di Happy Trails, in 1 dei pezzi più famosi del suo repertorio. Ma chissà in quanti, nella primavera del 1969, equivocarono invece sui contenuti del 2° album dei Quicksilver Messenger Service: custodito in una busta da classico disco country & western, con quel disegno di un cowboy a cavallo che saluta la sua bella sventolando il cappello mentre si allontana al galoppo nella prateria. Gli unici indizi da seguire, in realtà, erano il nome e il marchio dell’agenzia che si era occupata della grafica. Dietro la ragione sociale di Globe Propaganda si celavano infatti Ken Hollister e George Hunter, frontman e cantante di quei Charlatans da tutti conosciuti come pionieri della psichedelìa californiana e iniziatori di una moda rétro che rispolverava i capi d’abbigliamento dei dandy vittoriani, dei coloni e dei pistoleri del Far West del 19° secolo. Un’epopea che affascinava anche i Quicksilver, nel retrocopertina di Happy Trails ritratti con Stetson, panciotti e fucili (il bassista David Freiberg imbraccia invece un violino) ma musicalmente disposti a una breve e ironica digressione country solo nel minuto e ½ finale dell’Lp, una versione “storta” e svagata della sigla con cui il “cowboy cantanteRoy Rogers chiudeva il suo celebre programma radiofonico e televisivo in onda in America tra gli anni 40 e gli anni 50.

Il retrocopertina di Happy Trails

Il resto del disco era tutt’altra cosa: un “film” (così lo definiscono le note di copertina) allucinogeno in stereo e in technicolor, una bomba all’idrogeno psichedelica e deflagrante, un manifesto sonoro radicale e avanguardista con cui il quartetto voleva mettere a tacere chi, poco meno di 1 anno prima, aveva storto il naso all’ascolto di Quicksilver Messenger Service, troppo “addomesticato” rispetto alle selvagge esibizioni dal vivo nelle sale da ballo underground di San Francisco – il Matrix, il Fillmore, il Winterland, l’Avalon Ballroom – che avevano fatto della band 1 dei nomi di punta del nuovo sound cittadino accanto ai Jefferson Airplane, ai Grateful Dead, ai Big Brother & The Holding Company (con Janis Joplin) e ai Moby Grape. Una delle ultime a firmare con una major – la Capitol, nel 1968 – e ad andare in sala di incisione perché, come spiegava il chitarrista Gary Duncan, «allora non avevamo l’ambizione di pubblicare dischi. Volevamo solo divertirci, suonare un po’ e fare abbastanza soldi per procurarci l’erba da fumare». Avevano già una storia travagliata, costretti da subito a fare a meno di un cantante e autore, Dino Valenti, pizzicato per possesso di marijuana e messo subito dietro le sbarre, ma vantavano anche una certa esperienza. Duncan e il batterista Greg Elmore avevano assaggiato il successo con i Brogues e con l’inno garage rock di I Ain’t No Miracle Worker che i Corvi tradussero in Ragazzo di strada; Freiberg si era rodato nei circuiti folk californiani accanto a Paul Kantner, futuro Jefferson Airplane; e a David Crosby, mentre l’altro chitarrista John Cipollina (ascendenze liguri e piemontesi per parte di padre) suonava rock and roll già dalla fine degli anni 50.

Per Happy Trails il loro progetto è chiaro: catturare nei solchi di un vinile l’eccitazione dei loro concerti happening in cui tutto può accadere. Ne ricaveranno un “live” ibrido e spurio, un collage taglia e incolla in cui registrazioni dal vivo effettuate nel 1968 tra il Fillmore East di New York e il Fillmore West di San Francisco si miscelano a take di studio in presa diretta, a sovraincisioni e a montaggi in postproduzione. Qualcosa di abbastanza simile, nel concetto, a ciò che i Dead avevano realizzato pochi mesi prima con Anthem Of The Sun, ma molto più potente ed esplosivo: un viaggio che parte dalla musica nera e dalle radici per librarsi in volo verso l’ignoto. Sono proprio il grezzo r&b e l’inconfondibile beat di Bo Diddley la rampa di lancio di un Lp che alla rielaborazione della sua classica Who Do You Love riserva l’intera prima facciata: trasformandola in una stravolta suite di 25 minuti articolata in 6 “movimenti” e in cui il tema principale viene introdotto, abbandonato e poi ripreso nel finale alla maniera dei musicisti be bop, tra i fraseggi jazzati della sei corde di Duncan, armonici, tocchi di slide ed effetti rumoristici che dissolvono la melodia in un impalpabile pulviscolo sonoro, battimani e urla del pubblico usati come ingredienti essenziali della performance, un assolo di basso distorto dal fuzz, esplosioni di acid rock e sprazzi dadaisti, battiti primordiali (Elmore fa un uso molto parsimonioso dei piatti) e poliritmi. «Nulla di più di una jam costruita su 2 accordi», la liquida Cipollina, che proprio in virtù di essa consolida però la sua fama di guitar hero, strumentista fantasioso e innovativo che grazie a un uso sapiente della leva del vibrato e a pedali, effetti e amplificatori costruiti su misura, regala alle sue Gibson un suono aspro e penetrante, acuto e guizzante.

Quicksilver Messenger Service: David Freiberg, John Cipollina, Greg Elmore, Gary Duncan

La sua chitarra e quella di Duncan non duellano fieramente come quelle di Duane Allman e Dickey Betts negli Allman Brothers, né hanno i ruoli definiti degli strumenti di Jerry Garcia e Bob Weir nei Grateful Dead. Si alternano, piuttosto, tra riff, ritmica e slanci solisti sostenendo un dialogo fitto e aperto che diventa un marchio di fabbrica e che in apertura del lato B reinventa anche Mona, un altro standard firmato Ellis McDaniels alias Bo Diddley: di nuovo una danza convulsa e singhiozzante tra rhythm & blues e visioni lisergiche in cui il basso melodico, corposo e distorto di Freiberg è ben presente nel missaggio. Nel quartetto tutti fanno tutto, cantando a turno e scambiandosi di ruolo come nell’Olanda anni 70 del calcio “totale“. Se non fosse che qui l’organizzazione sembra latitare, lasciando ampio spazio all’improvvisazione e al caos creativo. A fugare i dubbi di chi vorrebbe sminuire i Quicksilver al ruolo di fantasiosa e anarchica cover band provvede Duncan con 2 composizioni strumentali astratte e acidissime che precedono l’innocua title track: la sconnessa marcia psichedelica di Maiden Of The Cancer Moon rievoca i temi astrologici cari a un gruppo i cui componenti condividono le date di nascita (il 24 agosto per Freiberg e Cipollina, il 4 settembre per Elmore e Duncan: tutti Vergini con ascendente Mercurio, Quicksilver in lingua inglese) sfociando senza soluzione di continuità negli incredibili 13 minuti (dal vivo in studio) di Calvary, una salita al Golgota che intinge nell’LSD il flamenco e le colonne sonore spaghetti western di Ennio Morricone, tra momenti di pura rarefazione, uno spettrale coro greco, feedback e distorsioni, mentre Cipollina sciorina altri assoli pungenti ed Elmore arricchisce i timbri percussivi usando timpani, tam tam, campane tubolari, triangoli e un güiro latino americano. È una ubriacante sinfonia elettrica, lisergica e inaudita. «Chiamatela come volete!», risponde Duncan, incapace lui stesso di definire le misteriose e sfuggenti qualità di una musica che in tutto Happy Trails rimane in fragile equilibrio e spericolatamente in bilico tra l’acid rock, il jazz e l’avanguardia. Una perfetta fotografia degli aneliti libertari dell’estate dell’amore di Haight-Ashbury, nel momento in cui i Quicksilver si erano già spostati oltre il Golden Gate Bridge per raggiungere l’idilliaca enclave artistica di Marin County e in cui Frisco era presa d’assalto dai media, dai turisti e dagli spacciatori, alla ricerca di quegli hippie di cui gli iniziatori del flower power avevano già celebrato il funerale 1 anno e ½ prima.

Quicksilver Messenger Service, Happy Trails (1969, Capitol Records)

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