Art

Roy Lichtenstein. Multiple Visions

Nell’immaginario collettivo, oltre che sui poster, Roy Lichtenstein (1923-1997) è e rimarrà il pittore che fa i fumetti: ragazze al colmo del romanticismo, aviatori impegnati in battaglie d’alta quota, sparatorie, scazzottate, friggitrici, lavatrici. Soggetti che riprendeva da comic strip, inserzioni pubblicitarie, manuali per casalinghe. Eroi ed eroine teenageriali da ingigantire sulle tele e corredare con quegli assordanti Pow! Vroom! Bang! Crash! Whaam! tipici delle cosiddette “strisce”. Eppure quelle schegge di storie fumettose e quei dettagli rubati all’advertising che si sarebbero sposati alla perfezione coi neon intermittenti di Las Vegas, Lichtenstein li ha dipinti sì e no per 2 anni, nei primi 60. La moglie Dorothy ha ammesso che non amava particolarmente i fumetti e tantomeno perdeva tempo a leggerli. I suoi pittori favoriti, piuttosto, erano Pablo Picasso e Paul Cézanne. E prima di darsi anima e pennello alla Pop Art, si era professato astrattista. Pochi avrebbero immaginato che tra la fine degli anni 40 e l’inizio dei 50 osasse rielaborare dipinti dell’800 come Washington Crossing the Delaware di Emanuel Gottlieb Leutze o Emigrant Train di William Ranney, mixando storia e cultura stars & stripes con il modernismo europeo. E poi si era messo a ritrarre cowboy, pellerossa, pionieri…

Roy Lichtenstein. Multiple Visions mette in mostra un centinaio di opere tra grafiche (anche di grande formato) sculture, arazzi, video e fotografie in un percorso tematico che evidenzia l’evoluzione nel modus operandi dell’artista newyorkese rispetto alla riproducibilità meccanica dell’opera d’arte di cui è stato l’interprete più sofisticato, illustrando le diverse interpretazioni e rappresentazioni formali rispetto ai soggetti che ha trattato. Si percorre il tutto tematicamente iniziando dagli anni 50 della sezione Storia e Vernacoli, con un Lichtenstein pre-pop che si mette a reinterpretare le iconografie medievali, i romanzi americani e le pitture come la succitata Washington Crossing the Delaware agganciandosi all’Astrattismo e in particolare a Paul Klee. Ma si rincorrono idealmente anche Max Ernst e Pablo Picasso in questa imagerie favolistica che narra il Far West e i Nativi Americani: pronti a ritornare, questi ultimi, in chiave Pop alla fine degli anni 70.

Quello degli Oggetti, tema fra i più rappresentativi dell’arte Pop statunitense, viene invece trattato da Lichtenstein in forma volutamente semplicistica e superficiale puntando sul colore-oggetto da industrial design a partire dalla serie Still Life, mentre nei Mirrors non vi sono immagini riflesse: tant’è che lo specchio, come quello di Alice in Wonderland, si tramuta in un oggetto-non-oggetto; in uno spazio colmo di misteri da attraversare. L’estensione dell’oggetto sfocia quindi negli Interiors (1990), che si riferiscono agli Artist’s Studio Paintings realizzati fra il 1972 e il 1974 evocando soprattutto il de Stijl degli architetti modernisti.

Votata alle immagini fumettistiche anni 60, la sezione Action Comics sfoggia la propria bidimensionalità e si gioca l’asso del puntinato tipografico in un trionfo di guerra e di action dinamiche (al maschile/machista); e di sentimentalismo/romanticismo statico (al femminile). Ed è proprio sulla rappresentazione della Figura femminile che le donne ritratte passano dal ruolo domestico di casalinghe felici (anni 60), all’essere esistenzialmente inquiete e tutt’altro che refrattarie al femminismo (anni 70), fino al nudo, all’intimità e al narcisismo che si rincorrono sensualmente nei lavori del 1994 e 1995.

Cruciali nell’arte lichtensteiniana sono i Paesaggi, delineati nei primi Landcapes sottoforma di templi greci, albe e tramonti utilizzando spesso la plastica lenticolare Rowlux per dare un effetto Optical all’insieme; in seguito dipinti in technicolor con gestualità espressionista nel 1985 e al contrario meticolosamente tratteggiati dando spazio alla rarefazione nella serie Chinese Landscape del 1996. È a tutti gli effetti l’anticamera dell’Astrazione, presa per i fondelli a partire dal 1965 con i Brushstrokes, colpi di pennello ironicamente “congelati” fino a espandersi e a moltiplicarsi negli anni 80 terremotando nature morte, paesaggi e perfino i quadri di Vincent van Gogh e Willem de Kooning.

Capolavori dell’arte che nell’ultima sezione, Maestri del Novecento, snocciolano un Roy Lichtenstein che non cita bensì reinterpreta, rilegge, decostruisce, postmodernizza il passato: succede alle Cattedrali di Rouen (Claude Monet) come ai dipinti dell’Espressionismo e alle opere del Surrealismo… D’altronde, parola di pop artist, «…stavo facendo vignette e altre immagini commerciali e mi è venuto in mente che potevo realizzare un Picasso e farne qualcosa di semplice da poter utilizzare più o meno nello stesso modo in cui si possono adoperare gli oggetti dell’arte popolare».

Roy Lichtenstein. Multiple Visions
Fino all’8 settembre 2019, MUDEC Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano
tel. 0254917
Catalogo 24 Ore Cultura, € 32

Foto: Reverie, 1965
I Love Liberty, 1982
Lex Harding Collection
Still Life With Portrait,1974, Private Collection, Courtesy of Sonnabend Gallery, New York
Profile Head,
 1988, Private Collection
Crying Girl, 1963, Private Collection, Courtesy of Sonnabend Gallery, New York
Reflections On Minerva, 1990, Private Collection
The Oval Office, 1992, Lex Harding Collection
Hot Dog, 1964, The Sonnabend Collection and Antonio Homem
© Estate of Roy Lichtenstein

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