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Beat Generation: ribelli sovversivi a Parigi

Nata negli Stati Uniti all’indomani del secondo conflitto mondiale e agli albori della Guerra Fredda, la Beat Generation è fra i principali movimenti letterari e artistici del ‘900, capace di scandalizzare puritani e maccartisti coi suoi ideali culturali e quell’emancipazione sessuale che influenzerà lo stile di vita della Peace & Love Generation Anni ’60. I Beatniks, da “ribelli sovversivi”, contestano il Sistema battendosi pacificamente contro l’inquinante tecnologia, il razzismo, l’omofobìa. Difendendo una nuova etica tribale con la libera assunzione di droghe (cannabis, LSD), aprono la mente innescando viaggi psichedelici. Alla Generazione Beat che ha ispirato i movimenti studenteschi del Maggio ‘68, l’opposizione alla guerra in Vietnam, gli hippies della californiana Berkeley e il Woodstock Festival, il Centre Pompidou di Parigi dedica una straordinaria retrospettiva con oltre 500 opere fra cui fotografie, disegni, dipinti, collages, filmati e musica. Suddivisa in 15 sale e intitolata Beat Generation, l’esposizione si apre col manoscritto di On The Road (Sulla strada, 1951): un rotolo di carta per telex di 360 x 22 cm. disteso in una teca, da ammirare in religioso silenzio. I fogli originali dell’altro “classico”, il poema Howl (Urlo, ‘56) di Allen Ginsberg, recano invece impressi questi memorabili versi: “I saw the best minds of my generation destroyed by madness…” (Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia…). Parole lette dal poeta del New Jersey il 7 ottobre ‘55 alla Six Gallery di San Francisco e destinate a tradursi nel clamoroso processo per oscenità all’editore Lawrence Ferlinghetti. E nelle riviste degli Anni ’60 come The Floating Bear (pubblicata da Diane di Prima e LeRoi Jones) e Fuck You: A Magazine for the Arts di Ed Sanders dei leggendari Fugs? Ad essere documentate sono soprattutto la realtà californiana, lo stile sperimentale, le pubblicazioni della City Lights Books gestita da Ferlinghetti. Un muro di parole, poi, travolge i visitatori con The Singing Poster: Allen Ginsberg’s Howl dell’artista concettuale Allen Ruppersberg, installazione di manifesti a dimensione variabile che “costringe visivamente” a leggere Urlo nello stile fonetico/beat.

Seguono tele e disegni in un’intercalare d’emotiva curiosità: i ritratti a penna e i dipinti di Jack Kerouac; i quadri dai segni informali, i collages e gli assemblaggi basati sul riciclo di svariati materiali, realizzati da artisti più o meno conosciuti quali Jean-Jacques Lebel, Alfred Leslie, Brion Gysin, Julian Beck, Wallace Berman, George Herms, Stuart Perkoff, Bruce Conner e Paul Beattie. Incredibile la collezione di supporti sonori di diffusione tra microfoni, giradischi e radio. Da ammirare i primi registratori portatili Webmaster-Chicago 80 (‘45) e EMI Emidicta Model 24001 10DRX (‘47), nonché il pezzo forte: il registratore a bobina e il “cutter” (taglierino) di Brion Gysin, inventore della tecnica del “cut-up”. Ed esposta come fosse una scultura, ecco la macchina per scrivere Underwood appartenuta a William Burroughs. Obbligatoria la sosta di 26 minuti dedicata al cortometraggio Pull My Daisy (‘59), sceneggiatura e voce fuori campo di Kerouac, regia di Robert Frank e Alfred Leslie, intepretato da Mooney Peebles, Allen Ginsberg, Gregory Corso e Peter Orlovsky. Fra una sala e l’altra, si avvicendano spezzoni di documentari e scatti fotografici degli stessi scrittori e di testimoni quali Ettore Sottsass, John Cohen e Ron Rice. Proseguendo fra locandine, lettere e copertine di dischi bebop, ecco il video di Subterranean Homesick Blues, brano intonato da un giovane Bob Dylan e girato sul retro dell’Hotel Savoy di Londra durante la tournée del ‘65. Nel filmato, con un cameo dell’amico Ginsberg, Dylan fa scorrere una serie di cartelli con alcune delle parole e delle frasi della canzone. Sarà il video d’apertura del docufilm Don’t Look Back del ‘67. Una sezione della mostra è riservata al periodo trascorso da vari artisti beat in Messico e a Tangeri, città in cui Burroughs è di casa e dove al Muniria Hotel Kerouac, Ginsberg, Gysin e Corso cercano l’ispirazione, amplificata dal continuo uso di kif, la droga leggera a base di hashish. Fra il ‘57 e il ‘63, Parigi è una via di fuga dall’irriconoscente America: Burroughs, Corso, Ginsberg e Orlovsky soggiornano al Beat Hotel (decidono loro di chiamarlo così), stamberga nel Quartiere Latino gestita da Madame Rachou che si trasforma in laboratorio per esperimenti, visivi e sonori. Sempre qui, Gysin con la complicità di Ian Sommerville e di Burroughs sviluppa il “cut-up” che consiste nel tagliare un testo lasciando intatte solo parole o frasi e mischiandone i frammenti allo scopo di ricomporre un nuovo testo. Nella Ville Lumière, Burroughs scrive il Pasto nudo, Gysin inventa la Dreamachine e Corso concepisce il suo poema antinucleare: Bomb. In evidenza anche i legami fra beats e scrittori francesi dell’epoca, con particolare devozione per il controverso Louis Ferdinand Céline. Quello spaccato di vita parigina si avvale degli scatti fotografici di Harold Chapman e della curiosa ricostruzione di quella misera stanzetta del Beat Hotel, all’ultimo piano. I libri dei protagonisti della Beat Generation, nel tempo, non solo sono diventati i capisaldi della letteratura americana ma hanno regalato a noi lettori il piacere del mito romantico di quella “lost generation”.

Beat Generation
Fino al 3 ottobre 2016, Centre Pompidou, place Georges Pompidou, Parigi
tel. 0033-1-44781233
Catalogo Editions du Centre Pompidou, € 44.90

Foto: Allen Ruppersberg, The Singing Poster: Allen Ginsberg’s Howl, © Yann Caradec
Portrait of William S. Burroughs in front of the Odéon Theatre, Paris 1959
Jack Kerouac, The Slouch Hat, 1960, Il Rivellino Gallery, Locarno, © John Sampas, Executor, The Estate of Jack Kerouac
Jack Kerouac, 1950
Bob Donlin, Neal Cassady, Allen Ginsberg, Robert LaVigne & Lawrence Ferlinghetti, City Lights Books, 1955 © Allen Ginsberg Estate

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