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Warhol at Moderna Museet
Ten Foot Flowers
Twenty Five Marilyn
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Andy Warhol 1968

di Stefano Bianchi

Frasi, slogan, bugie calcolate al millimetro, verità sul filo del paradosso. Prima pronunciate, poi stampate nero su bianco: “In the future everybody will be world famous for fifteen minutes”. “I never wanted to be a painter. I wanted to be a tap-dancer”. “If you want to know all about Andy Warhol, just look at the surface of my paintings and films and me, and there I am. There’s nothing behind it”. “I never read, I just look at pictures”. “I love Los Angeles. I love Hollywood. They are beautiful. Everybody’s plastic, but I love plastic. I want to be plastic”… Parole di Andy Warhol (1928-1987) pubblicate nelle prime pagine dello Stockholm Catalogue con in copertina una raffica di Flowers serigrafati ad arte, definito dal fotografo Martin Parr «bell’esempio di catalogo d’arte inteso come libro d’artista (forma apparentemente iniziata con i dadaisti e i surrealisti), prodotto con alcune fra le più ruvide riproduzioni mai viste e completato da una lunga sezione di foto scattate da Billy Name alla Factory».

Oggetto del desiderio di ogni serio collezionista warholiano (quotazione: da € 1.300 in su) questo volume-icona della Pop Art sottolineò la prima personale dell’artista di Pittsburgh in un museo d'Europa, il Moderna Museet di Stoccolma, a febbraio e marzo 1968, intitolata in tutta semplicità Andy Warhol. Mostra che il clima politicizzato di quell’anno non esitò a definire propaganda filoamericana. E i critici svedesi? Pur simpatizzando per Claes Oldenburg e James Rosenquist, Bengt Olvång scrisse sul quotidiano Aftonbladet: “Non possiamo non riconoscere a Warhol la posizione di ricercatore intenso e disilluso della verità”. Decisamente “tranchant” Ulf Linde, che sullle colonne del Dagens Nyheter non si fece scrupolo di annotare: “Come una parola perde il proprio significato se ripetuta a oltranza, così succede alle immagini. E ciò che rimane non è altro che superficialità”. Mezzo secolo dopo, Warhol 1968 espone quell’esposizione. Tale e quale. Imprescindibile come lo fu all’epoca. Disposta, come allora, a esplorare l’opera warholiana dalla prospettiva sessantottina. Fino a quell’anno, infatti, Warhol si era svelato come un mix di fascinazione e repulsione nei confronti dei massmedia e del consumismo. Da ex pubblicitario, aveva ben compreso i meccanismi commerciali della nostra società e li aveva trasferiti con monotonia e apparente indifferenza nella sua arte. Va poi ricordato che il 3 giugno ’68 la femminista Valerie Solanas lo ridusse in fin di vita a colpi di pistola; e da quel momento il suo fare arte divenne cinico, votato al vil denaro e veicolato dalla sua firma trasformata in logo buono per ogni (massmediologica) occasione. Warhol 1968, oltre a rimettere in gioco la Cow Wallpaper quintessenza dell’arte Pop, Marilyn Monroe in bianco e nero (’62), le Brillo Boxes (‘64), Chelsea Girls (‘66) la Electric Chair e i Flowers (’67), espone immagini d’epoca, scritti e annotazioni critiche per ricordare, rivisitandola, quella straordinaria “prima” europea. Vedere per credere.    
 
Warhol 1968
Fino al 17 febbraio 2019, Moderna Museet, Skeppsholmen, Stoccolma
tel. 0046-8-52023500


www.modernamuseet.se/stockholm/en/
 
 
Foto: Interior from the exhibition Andy Warhol at Moderna Museet, 1968, © Lasse Olsson/DN/SCANPIX
Ten-Foot Flowers, 1967
Marilyn Monroe in Black and White (Twenty-Five Marilyns), 1962, © Albin Dahlström
© 2018 Andy Warhol Foundation for the Visual Arts/ARS, New York/Bildupphovsrätt 2018
 

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