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Brand New: Art and Commodity in the 1980s

di Stefano Bianchi

Sono stati gli anni dell’edonismo reaganiano, degli yuppies, del technopop e della new wave, di Madonna e Michael Jackson, del walkman e del cd player, MTV e l’AIDS… È stato il decennio in cui, negli Stati Uniti, l’arte s’è tramutata in merce e l’artista in marchio. In 150 opere (gran parte delle quali esposte per la prima volta in 30 anni) suddivise per una settantina di artisti, Brand New: Art and Commodity in the 1980s esamina con un pizzico di humour al veleno, un tocco di satira e una spolverata di spirito sovversivo le origini e l’ascesa di quella nuova generazione di artisti che a New York cancellò ogni linea di separazione fra arte, intrattenimento, commercio. Negli Eighties, le scosse sismiche in politica, economia e tecnologia conducono l’arte contemporanea americana, soprattutto nella Big Apple, in una nuova “golden era” che s’identifica nell’inebriante ricchezza di Wall Street. In questo clima sin troppo euforico, un gruppo pionieristico di giovani artisti della Lower East Side di Manhattan si appropria psicologicamente di una cultura consumistica in costante crescita che macina pubblicità, loghi, prodotti e perfino tv via cavo. Per cambiare radicalmente il mondo dell’arte.

Aspirapolvere, orologi e altri oggetti iper prodotti assumono all’improvviso nuovi significati. Se la pubblicità e la televisione emergono come ricchi mezzi d’espressione, le opere d’arte diventano prodotti “brandizzati”. E gli artisti? Si promuovono come marchi. Di conseguenza, commercializzandosi, ottengono la forza di esprimersi attraverso una nuova Pop Art giocata sul filo della mercificazione. Reagendo al successo del neo espressionisti e alla loro voglia di pittura figurativa, nomi all’epoca debuttanti scandiscono questo sguardo alternativo agli Anni ’80: si va da Jeff Koons (New! New Too!, in mostra, è il miglior esempio di “advertising” sensazionalistico) a Peter Halley; da Barbara Kruger (lo slogan I Shop Therefore I Am si riferisce alla cultura consumistica americana in costante evoluzione) a Richard Prince; da David Wojnarowicz (la satira a prezzo scontato di USDA Choice Beef) a Ashley Bickerton (l’ossessiva reiterazione dei marchi pubblicitari). Altrettanto caustici, i collettivi barricaderi ACT UP Gran Fury, The Offices, General Idea, John Dogg, Fashion Moda e Guerrilla Girls. Infine, Brand New propone 3 grandi installazioni che comprendono lavori seminali di Gretchen Bender, Barbara Bloom e Krzysztof Wodiczko.

Brand New
Art and Commodity in the 1980s
Fino al 13 maggio, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Independence Avenue and 7th Street, Washington
tel. 001-202-6331000
Catalogo Rizzoli, $ 39


www.hirshhorn.si.edu
 
Foto: Barbara Kruger, Untitled (I Shop Therefore I Am), 1987, Glenstone Museum, Potomac, Maryland, © Barbara Kruger, courtesy Mary Boone Gallery, New York, photo: Tim Nighswander/Imaging4Art.com
Jeff Koons, New! New Too!, 1983, © Jeff Koons
David Wojnarowicz, USDA Choice Beef, 1985, courtesy the Estate of David Wojnarowicz and P•P•O•W, New York, ©The Estate of David Wojnarowicz
 

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