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John Lurie by Basquiat
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Jean-Michel-Basquiat

di Stefano Bianchi

Prerogativa del Museo delle Culture di Milano è far dialogare le sue collezioni etnografiche e l’arte primitiva coi principali movimenti artistici del 19° e 20° secolo che hanno spesso trovato punti di contatto (pensiamo a Paul Gauguin, Pablo Picasso, Paul Klee) col Primitivismo. Con le sue 140 opere perlopiù provenienti dalla collezione di Yosef Mugrabi che mettono a fuoco temi ricorrenti come la musica (black & jazz), l’anatomia, lo sport (boxe in particolare) e una metodologia di scrittura ossessivamente minuziosa, la retrospettiva dedicata a Jean-Michel Basquiat (1960-1988), a cura di Jeffrey Deitch e Gianni Mercurio, rispecchia in pieno lo spirito del MUDEC sprigionando un indiscutibile “appeal” nella sua duplice chiave di lettura: geografica (legata a strade, studi e gallerie d’arte che hanno scandito il percorso artistico di Basquiat) e cronologica. La prima sezione intitolata Lo studio nella strada (1980-1981) prende in esame i lavori metropolitani dipinti su finestre e porte che hanno come soggetto le sirene delle ambulanze, gli incidenti d’auto, le insegne dei “drugstores” e tutto ciò che è visceralmente newyorkese. Modena Paintings (maggio 1981), propone invece i graffiti firmati con l’acronimo SAMO© (contrazione di Same Old Shit, la stessa vecchia merda) ed esposti a Modena nella galleria d’arte di Emilio Mazzoli, mentre Lo studio di Prince Street (1981-1982) evidenzia i dipinti elaborati nel seminterrato della galleria di Annina Nosei, a SoHo, caratterizzati da una tecnica istintiva, selvaggia, primitiva.

Nello Studio di Crosby Street (1982-1983) l’arte viene “raccontata” da Basquiat con parole smozzicate, numeri telefonici, lettere barrate, epitaffi, per poi identificarsi in volti, teschi e profili che sembrano deliranti “cartoons”. Dallo Studio di Great Jones Street (1984-1988), affittato da Andy Warhol al graffitista, ciò che viene soprattutto dipinto sono gli acrilici e i pastelli a olio su tela nonché scheletriche visualizzazioni di fantasmatici personaggi. Straordinari, poi, i “collages” su carta e su tavola; geniali gli acrilici, i legni e le fotocopie a colori montati sulle porte. Collaboration Paintings (1984-1985) è la sezione dedicata ai capolavori firmati Basquiat & Warhol (su commissione del gallerista svizzero Bruno Bischofberger) dove l’interazione fra i 2 è affine a quella fra i jazzisti ma è anche “combattuta” come un match di pugilato. Fondamentali le ultime 3 sezioni: Disegni, che vede il tratto velocizzarsi sulla carta in modo minimalista, concettuale (quando protagonista è la nuda parola) e cromaticamente esplosivo; Serigrafie, in particolare la serie di 18 Anatomy e le grafiche a 5 colori con interventi manuali; Objects, come il capelluto e graffitato Football Helmet e la sorprendente serie di piatti in ceramica che ritraggono personaggi e artisti di ogni epoca: da Cimabue a Michelangelo passando per Pablo Picasso, Man Ray, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Andy Warhol, Julian Schnabel, Keith Haring, Walt Disney, Rocky Marciano, Alfred Hitchcock e naturalmente lui stesso.
 
Jean-Michel Basquiat
Fino al 26 febbraio, MUDEC Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano
tel. 0254917
Catalogo 4 Ore Cultura (
www.24orecultura.com), € 34

www.mudec.it

www.basquiat.com

Foto: John Lurie, 1982
Untitled, 1981
“Andy Warhol” Boy Genius, 1983-84
Mugrabi Collection, © The Estate of Jean-Michel Basquiat by SIAE 2016
 

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