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Roma Pop City 60-67

di Stefano Bianchi

Sottovalutata, snobbata, sbeffeggiata (a ragione, qua e là: vedi il proliferare di falsi sul mercato, per non dire di quadri retrodatati ad arte), è dal 2015 che la Pop Art italiana dà chiari segnali di revanscismo, con Tano Festa e Mario Schifano a guidare la riscossa in sede d’asta. Dici Pop tricolore e pensi soprattutto a Roma, che negli Anni ’60 caracollò fra antiche vestigia, grandi schermi formato Cinecittà e piccoli schermi tivù, beati ozi da “dolce vita” e stupori da “boom economico”. Poi ti concentri sulla Scuola di Piazza del Popolo e sui suoi artisti, che bazzicavano il Caffè Rosati e la Galleria della Tartaruga di Plinio de Martiis. «Se Piazza del Popolo non significasse, come significa, Piazza del Pioppo, potrebbe esserci una specie di destinazione (ma chi dice che il destino non sia anche ignorante?) nel rimando da Popolo a Pop», ebbe modo di ragionare in quel decennio Maurizio Calvesi. Puntualizzando: «Scuola di Piazza del Popolo, ovvero i Pop romani: sono infatti le due definizioni più frequenti anche se, ovviamente, la seconda è odiosa agli interessati, come qualsiasi etichetta genericamente cumulativa e, in sostanza, impropria». Etichetta che è tornata di gran moda con Roma Pop City 60-67, di scena al MACRO con 100 e più opere fra dipinti, sculture, fotografie e installazioni, nonché filmati d’artista e documentari riscoperti grazie alla collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale.

Superando di slancio l’Informale, gli artisti in forza nella Città Eterna la tramutarono in arte dipingendone e scolpendone spazi, segnali stradali, cartellonistica pubblicitaria e monumenti. Fino a spingere la loro ricerca “popular” alla natura e all’ambiente. Ai primi 4 che si danno appuntamento in piazza – Mario Schifano coi suoi Smalti su carta intelata, i Paesaggi e il Futurismo rivisitato; Tano Festa con gli Obelischi, le Persiane e Michelangelo riletto in chiave Pop; Franco Angeli con la Lupa Capitolina e gli Half Dollars; Giosetta Fioroni con volti e figure di ragazze Beat – si aggiungono (e questa retrospettiva ne dà ampio risalto) Nanni Balestrini coi suoi collages/proclami politici; Gianfranco Baruchello e le sue visioni concettuali; l’immaginario fumettistico di Umberto Bignardi; Mario Ceroli con le sculture di legno che “poppizzano” i classici dell’arte e la civiltà greco-romana; Claudio Cintoli e le sue oniriche messinscene Pop; i segni tipografici di Jannis Kounellis; Sergio Lombardo coi plumbei Gesti Tipici degli uomini politici; Francesco Lo Savio (fratello di Tano Festa) e i suoi Metalli smaltati; Renato Mambor con sagome e strutture pop/metafisiche; le artificiali/artificiose imitazioni della natura firmate Gino Marotta; Titina Maselli e i suoi scorci urbani, fra Roma e New York; Fabio Mauri e gli Schermi monocromatici; i Bachi da setola di Pino Pascali; Luca Maria Patella e le sue grandangolari foto; Mimmo Rotella con immagini della pubblicità e manifesti cinematografici trasformati in décollages; Cesare Tacchi con le tele tappezzate di attori, cantanti e immagini da rotocalco; Giuseppe Uncini, i suoi Cementarmati e gli “oggetti” intesi come significanti estetici. Commentò Andy Warhol: «La Pop Art è un modo di amare le cose». A maggior ragione, dopo aver visitato questa mostra.

Roma Pop City 60-67
Fino al 27 novembre, MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, via Nizza 138 Roma
tel. 060608
Catalogo Manfredi Edizioni (
www.manfrediedizioni.com), € 40

www.museomacro.org

Foto: Cesare Tacchi, Com’è liscia la tua pelle, 1965, Collezione Dello Schiavo, Roma
Renato Mambor, Zebra e Colosseo, 1965, Collezione Dello Schiavo, Roma
Claudio Cintoli, Half Moon Smile (Il sorriso della Mezza Luna), 1966, Collezione privata, Roma
 

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