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TroppiLibri (ovvero le confessioni di un lettore caotico)

di Nepo Doppeltec

Stavolta voglio cominciare la mia caotica rassegna dalla poesia (anche perché, coerentemente, finirò con la musica). Fra le tante novità in versi di questi ultimi mesi scelgo le Alterazioni del ritmo di Vittorio Lingiardi. Mi sono spesso domandato, senza arrivare a una risposta convincente, per quali motivi abbondano gli psicanalisti fra i poeti dei giorni nostri. Per la verità Lingiardi non è uno dei tanti: docente di Psicologia Dinamica alla Sapienza di Roma, autore di ricerche importanti su disturbi della personalità, omosessualità e “gender studies”, ha pubblicato poesie solo dopo i 50 anni e con una particolare parsimonia, anche riguardo alla lunghezza delle composizioni. Le sue brevi liriche sono concentrati di emozioni, autoironia e gioco linguistico, con rime solo apparentemente facili: a volte, autentici colpi di frusta al cuore. Qualcuno, non a caso, ha parlato di twittabilissimi aforismi amorosi. Questo è tra i miei preferiti: “Ci rivedremo un giorno / quando sarò vecchio / stringendoci le mani / dei neuroni a specchio”. Tuttavia, come spesso capita, la poesia (così rivolta al nostro interno) mi procura qualche strana sensazione claustrofobica; perciò cerco l'aria aperta e il bisogno di muoversi, viaggiare, vedere cose fuori dall'ordinario, o semplicemente fuori di noi.

È stata da poco tradotta (impresa mirabile!) una raccolta di impressioni di viaggio di un grande scrittore e giornalista austriaco, Christoph Ransmayr. S'intitola Atlante di un uomo irrequieto e consiste in 70 racconti di poche pagine (quasi poemi in prosa), che cominciano tutti nello stesso modo: “Ho visto...”. E davvero è incredibile quello che può passare davanti agli occhi di un solo uomo, di un viaggiatore coraggioso e instancabile come questo. Dal mare colmo di relitti presso l'Isola Mauritius dopo il passaggio di un ciclone, allo spegnersi improvviso delle luci di un città del Peloponneso rasa al suolo da un terremoto; da un attacco aereo nell'Altopiano della Bolivia, a un attentato terroristico tra la folla di Katmandu; fino al risveglio e alla riemersione di una balenottera che si era fatta un pisolino nelle profondità marine dei Caraibi, e al difficile volo d'esordio di un giovane gabbiano reale sulle coste piovose della Nuova Zelanda. Se è una specie di miracolo essere testimone di tanti eventi in ogni angolo del mondo, non meno miracolosa è la capacità di scrittura di Ransmayr, che “fotografa con le parole” rendendo queste immagini indimenticabili a qualsiasi lettore. Per lui dire “ho visto”, non vuol dire in Tv o su Internet. Lui era lì, presente.

Anche l'olandese Frank Westerman è un grande viaggiatore, che parte da fatti realmente accaduti per sviluppare un'indagine narrativa, L'enigma del Lago Rosso, intrisa di significati morali. In una notte dell'agosto 1986 nella Valle del Nyon, in Camerun, si verifica una strana esplosione che tinge di rosso un lago e fa morire 2.000 persone e un numero imprecisato di animali. Dopo 25 anni, Westerman (che è un tecnico agrario) va in Camerun per capire i motivi ancora sconosciuti della catastrofe. Nessuna spiegazione scientifica appare convincente e ancora meno lo sono le credenze magiche delle tribù locali. La storia si sviluppa come un giallo non canonico in cui scienza, religione e politica s'intrecciano senza offrire soluzioni certe, a parte un mistero geologico, di laghi vulcanici che appaiono e scompaiono; e un secondo mistero, quello dell'Africa globalizzata di oggi che per il 25° anniversario della tragedia si dimentica di parlarne (“Niente alla radio. Niente in tv. Il disastro è stato completamente ignorato. Questo è il Camerun...”).

Certo questa letteratura di fatti reali propone libri affascinanti, ma spesso cupi. Vien voglia di qualcosa di più divertente, magari un giallo leggero, con qualche spunto sul versante della comicità... Ad esempio l'ultimo successo di Marco Malvaldi, Buchi nella sabbia. Il titolo mi ha subito attratto, perché è lo stesso del miglior poemetto di un poeta giocoso d'inizio ‘900, il piemontese Ernesto Ragazzoni, giornalista mattacchione dotato di grande abilità rimatoria. Siamo nel 1901: c'è un omicidio sul palcoscenico di un’opera lirica a Pisa, si sospettano complotti anarchici. E a complicare il tutto, smascherando la stupidità del potere politico, interviene il giornalista-poeta, strampalato e irriverente nella vita quotidiana come nei suoi versi. La ricostruzione della ridicola Italietta d'epoca è accurata (a volte fino alla pedanteria), ma sempre molto spassosa. Dopo essermi goduto l'ultima fatica di Malvaldi, mi vado a rileggere il poemetto di Ragazzoni. Sghignazzo da solo, come uno scemo. E non mi basta ancora: vado su Internet a cercare la sublime interpretazione di Vittorio Gassman, che di Buchi nella sabbia aveva fatto un suo cavallo di battaglia. Che spasso!

Una volta sfogato il mio bisogno d’allegria, torno alle cose serie (si fa per dire) con una lettura scientifica: Pianeta acustico di Trevor Cox. Questo serissimo studioso anglosassone è un altro tipo fuori di zucca e non da poco: docente di Ingegneria Acustica e ricercatore sui problemi della percezione dei suoni in qualsiasi ambiente, dalle sale da concerto alle caverne naturali, dalle cattedrali ai tunnel fognari (sic!). Nei pellegrinaggi di Cox si scoprono dune che cantano nel deserto o alberi che emettono sospiri diversissimi sotto la violenza dei venti. S'indagano tanti misteri dell'udito, si chiarisce la distinzione tra eco e riverberazione; ma soprattutto si rivela la grande competenza musicale dell'autore (dal canto gregoriano fino a John Cage e a Brian Eno), come se non bastassero le sue conoscenze di fisica, biologia, archeologia, neuroscienze e altro ancora. Insomma, una lettura non sempre facile ma illuminante: le avventure di un Ulisside nel mondo dei suoni.

Un mondo che mi rimanda alla vecchia passione per il jazz. È dai miei 15 anni che divoro i dischi che hanno fatto la storia di questa musica e naturalmente anche i libri che ne parlano; ma nessuna lettura mi ha dato le soddisfazioni di Improvviso singolare di Claudio Sessa. In troppi forse hanno pubblicato tomi su questo argomento; in troppi sono rimasti intrappolati da pregiudizi e convenzioni abusate. Un primo elemento di originalità del saggista milanese sta nella capacità di strutturare l'intero sviluppo di questa musica, dall'inizio del ‘900 ai contemporanei, all'interno di una complessa analisi storica, sociale e politica. Il che aiuta a capire i jazzisti come protagonisti del loro tempo e non come matti che vivono prigionieri delle loro folli ricerche sonore. Non meno originale è lo sforzo di creare parametri di giudizio validi per ogni forma di jazz (da quello arcaico al free), senza ricreare quelle artificiose opposizioni che hanno spesso diviso gli appassionati in tradizionalisti e modernisti. Infine, per ogni capitolo della sua storia, l'autore propone una serie di brani esemplari (alcuni celebri, altri meno) guidando il lettore a un ascolto consapevole e talvolta a vere e proprie scoperte. Ora basta letture. Accendo l'impianto hi-fi e per un'ora almeno terrò gli occhi chiusi e le orecchie ben aperte.

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