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The World Goes Pop

di Stefano Bianchi

Questa è Pop Art che affila le unghie. Che combatte. Denuncia. Non ha paura. Nulla a che spartire col fenomeno anglo-americano che a Londra e a New York proclamò che l’Arte è l’anima del Commercio frullando Beatles (Peter Blake), pin-ups sadomaso (Allen Jones), Campbell’s Soup (Andy Warhol), fumetti (Roy Lichtenstein), oggetti/sculture (Claes Oldenburg), cartellonistica pubblicitaria (James Rosenquist). The World Goes Pop, in cartellone nella capitale inglese con 160 opere degli Anni ’60 e ’70, ci racconta che il luccicante movimento è stato politico, femminista, ribelle, sovversivo. Dal Sudamerica all’Asia, dall’Europa al Medio Oriente, l’arte Pop è stata spesso e più che volentieri un pugno allo stomaco. Peccato che in pochi (nelle nazioni d’appartenenza) se ne fossero accorti. Certi artisti e certi quadri avrebbero meritato ben altra risonanza. Ma meglio tardi che mai: dietro a superfici di colori e immagini squillanti, alla Tate Modern la Pop Art sfodera gli attributi.
 
Basti vedere il “bacio atomico” della spagnola Joan Rabascall, tra “porno soft” e Hiroshima; la pornografia tosta infilata nei video della jugoslava Sanja Ivekovic; la satira antimilitarista delle “bombe in amore” scolpite dall’austriaca Kiki Kogelnik; la distruzione ideologica di Lenin e Stalin da parte dei moscoviti Komar & Melamid; i “loghi” commerciali velenosamente sovvertiti dal croato Boris Bućan; le versioni “popped” delle stampe giapponesi del 19° secolo create da Ushio Shinohara. E poi, accanto alla critica sociale dei catalani dell’Equipo Crónica e dell’islandese Erró, sono tante le donne che hanno scandito l’efficacia di questa Pop veracemente avanguardistica: la belga Evelyne Axell, edonistica ed erotizzante nella sua serie di nudi; la brasiliana Anna Maria Maiolino, che metabolizza gli organi digestivi nella scultura Glu, Glu, Glu; la slovacca Jana Želibská e l’argentina Delia Cancela, che spettacolarizzano frammenti e “cut-ups” di corpi esprimendo visioni alternative di quello stereotipo femminile che la Pop classica voleva affollato da bionde stile “comic-book” e modelle pubblicitarie. E la Pop Art italiana? The World Goes Pop la vuole ridotta al lumicino, pressochè irrilevante, mettendo in scena alcuni quadri della serie Compagni compagni di Mario Schifano e un paio di Gesti tipici di Sergio Lombardo. Peccato davvero: con un piccolo sforzo in più, i curatori avrebbero potuto scoprire e selezionare i consumistici “collages” fotografico/pittorici di Gianni Bertini, le psichedelìe urbane di Titina Maselli, il sarcastico “boom economico” dipinto da Silvio Pasotti… Così, tanto per suggerire.
 
The EY Exhibition: The World Goes Pop
Fino al 24 gennaio 2016, Tate Modern, Bankside, Londra
tel. 0044-20-78878888
Catalogo Tate Publishing, £ 29.99


www.tate.org.uk
 

Foto: Joan Rabascall, Atomic Kiss, 1968, MACBA Collection. Barcelona City Council Fund, Photo: Tony Coll, © ADAGP, Paris and DACS, London 2015
Kiki Kogelnik, Bombs in Love, 1962, Kevin Ryan/Kiki Kogelnik Foundation Vienna/New York
Evelyne Axell, Valentine, 1966, Collection of Philippe Axell, Photo: Paul Louis,
 © Evelyne Axell/DACS 2015
 

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