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TroppiLibri (ovvero le confessioni di un lettore caotico)

di Nepo Doppeltec

Se il nostro intento è quello di opporci efficacemente alla confusione mentale che ci aggredisce dai media giorno dopo giorno; sia quando siamo tra i libri, sia in mezzo alla natura, io credo che la migliore ricetta sia questa: muoversi lento (cioè a piedi, osservando bene ogni cosa, passo dopo passo) e leggero (senza bagagli ingombranti, soprattutto ideologici). Su questa via maestra era certamente avviato anche l'altoatesino Alex Langer, la più esemplare figura di ecologo e pacifista che abbia avuto questo sventurato Paese. La sua raccolta di scritti, intitolata Il viaggiatore leggero, diventa oggi la più preziosa testimonianza della sua battaglia per la salvezza del Pianeta: una battaglia quasi profetica, coraggiosa e disperata, fino al giorno del suicidio (secondo Adriano Sofri, non ha alcun senso dire per cosa si è ucciso, ma piuttosto per cosa ha vissuto). La scrittura di Langer, forse non sempre brillante ma acuta e profonda, affronta qualsiasi argomento scientifico e socio-politico dando la sensazione della tipica voce nel deserto. Certo non è riuscito a creare intorno a sé e alle sue idee una consapevolezza diffusa, ma almeno ci ha provato.

Similmente altri eroi sconosciuti hanno tentato di costruire una Nazione che non è mai nata: così almeno la pensa Maurizio Maggiani, autore appunto de Il romanzo della Nazione. L'ultima fatica di questo scrittore scorre su un doppio binario di memoria familiare e civile: dai ricordi del padre, elettricista e partigiano, a quelli degli oscuri seguaci di Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini e alle masse operaie che hanno lavorato all'Arsenale Militare della Spezia. Tutti hanno sognato, hanno combattuto e fallito, ma almeno ci hanno provato. È soprattutto la formidabile ironia che alimenta la sua immaginazione nel ricostruire le imprese altrui a fare di Maggiani un narratore unico. Confesso che troppe cose me lo fanno sentire vicino: ho vissuto l'infanzia negli stessi 4 chilometri quadrati di Lunigiana, portandomi dietro lo stesso dialetto e lo stesso mondo pagano. Come lui, sono convinto che siamo tutti fatti delle storie che ci hanno nutrito e delle canzoni che abbiamo ascoltato da piccoli. Questo non è un romanzo scritto, ma parlato, liberamente e selvaggiamente raccontato. Perché Maurizio, direbbero i suoi compaesani, “i è un chi conta storie...”.

Mi riprometto sempre di non esagerare con i romanzi (specie con quelli più cupi e apocalittici) ma poi la curiosità vince e spero sempre di trovare abbastanza consolazione nell'ironia. Tra gli inglesi, in questo da sempre maestri, un posto a parte spetta a Julian Barnes, di cui sono andato a scovare Il pappagallo di Flaubert, uno dei suoi primi lavori che ancora non conoscevo. Niente male per un libro pubblicato molti anni fa, quando non era ancora di moda discutere di letteratura postmoderna. Il protagonista è un biografo anglosassone ossessionato dallo scrittore francese, dai suoi eccessi e dal suo feroce sarcasmo (Flaubert stimava talmente l'umanità che, allo scoppio della guerra franco-prussiana, scrisse la celebre frase “qualunque cosa accada, rimarremo idioti”). A parte qualche compiacimento da super letterato, quello di Barnes resta in fondo un doveroso omaggio alla figura del lettore: “lucertola che si crogiola al sole della bellezza”. Il che anche ai lettori afflitti da caos mentale fa sempre piacere.

Sinceramente non sopporto chiunque blateri di morte del romanzo, o anche soltanto di crisi. È vero che se ne pubblicano troppi, e quindi anche tante schifezze… Ma allora cosa si dovrebbe dire, per esempio, del cinema? Di recente mi è capitato di riflettere su quanto scarseggino le novità che mi spingono a curiosare nel buio di una sala. Mi è capitato di rifletterci mentre ripensavo a esperienze visive indimenticabili sulle pagine di Non ho risposte semplici, una raccolta di interviste e saggi dedicati al regista Stanley Kubrick. Ripercorrendo la filmografia del geniale regista (attraverso i suoi ricordi, le sue opinioni, le sue strategie di sceneggiatura-montaggio-colonna sonora) viene da chiedersi se sarà mai possibile riprovare (sia per mezzo degli occhi, sia delle orecchie) emozioni così forti e così uniche.

E la poesia? Non voglio davvero dimenticarmi la poesia. Di solito scelgo nuovi nomi italiani, perché è sempre difficile cogliere il messaggio di un poeta attraverso le traduzioni (e io sono poco portato alle lingue straniere). Stavolta, però, anche a causa del momento storico che viviamo, voglio fare un'eccezione per Mahmud Darwish e il volume Una trilogia palestinese, che contiene 3 scritti autobiografici in una prosa densa e corposa e si conclude con il poema Il giocatore d'azzardo, una delle sue composizioni più famose. La forza espressiva di Darwish si richiama all'arcaica poesia orale della tradizione araba e mediterranea; in particolare questo poema si sviluppa in una lunga serie di frammenti, con metafore fiammeggianti e immagini di straordinaria potenza epica. Ma insieme al fascino dei suoi versi, questo libro ci fa conoscere la toccante biografia di quest'uomo nato e cresciuto in Palestina, dove ha vissuto tra l'altro un amore incancellabile e idealizzato con una giovane ebrea (la sua Beatrice), prima di diventare il cantore della tragedia del suo popolo e morire in esilio nel Texas. Se Dante Alighieri ha chiuso gli occhi senza poter rivedere la sua Firenze, Mahmud non ha potuto rivedere la sua Haifa. La Storia continua a ripetersi (oscenamente!) e c'è davvero poco da ridere...

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