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Warhol Underground

di Stefano Bianchi

«Non ho mai voluto essere un pittore. Ho sempre desiderato, semmai, essere un ballerino di tip-tap». Parole di Andy Warhol: depistanti, giocate sul filo del paradosso. Tant’è che la sua arte è stata il più delle volte “ridotta” alla dimensione pittorica. Eppure… «Non dipingo più», aggiunse. «Ho abbandonato la pittura da quasi un anno e non faccio altro che dirigere films. Dipingere? È stata solo una fase che mi è capitato d’attraversare». Azzerando (più o meno inconsciamente) le Campbell’s Soup, le Marilyn e i Death and Disasters, un numero imprecisato di affermazioni “warholiane” ci dimostra quanto la sua opera sia stata così proteiforme da inglobare musica, cinema e danza sintonizzandosi sulle avanguardie di New York. Succede che nel 1965 Warhol incontra il rock sperimentale dei Velvet Underground e si mette a produrlo (e a dipingerlo, con la "peelable banana" sulla copertina dell’ellepì The Velvet Underground & Nico). La collaborazione, snobbata da alcuni critici d’arte come “vernice mondana”, in realtà sancisce una rottura estetica nell’opera dell’artista. Andy apre ai Velvet Underground le porte della sua Silver Factory (archetipo dello spettacolo multimediale) trasformandola nel loro palcoscenico e in un laboratorio d’idee più che mai aperto a tutti, "dropouts" e tossici inclusi.

Warhol Underground, mostra “sui generis” impreziosita dagli scatti fotografici di Billy Name, Stephen Shore, David Dalton, Steve Schapiro, Christopher Makos e Bob Adelman, ricrea al Centre Pompidou di Metz le pareti argentate della prima Factory per raccontare con sottofondo di voci delle Superstars, musiche "velvettiane" e arie di Maria Callas quel “cinema espanso” (definizione del regista e poeta Jonas Mekas) traboccante arte performativa, immagini e suoni. Alla ricerca dell’arte totale, il gusto proibito di Andy per la musica gli permette di “incarnare” plasticamente copertine di dischi, spettacoli teatrali, films e rappresentazioni in “free form” come la danza contemporanea, snodo fra i più cruciali dell’esposizione. Approcciata nel ’58 dopo l’incontro col regista Emile De Antonio (amico del compositore John Cage, del coreografo Merce Cunningham e dei pittori Jasper Johns e Robert Rauschenberg), sfocia nella serie di opere Dance Diagrams presentate nel '62 sul pavimento della Factory con un poster che invitava il pubblico a togliersi le scarpe e a seguire i passi di tango e foxtrot raffigurati sulle tele. Movimento, immobilità, improvvisazione e serialità, si tramutano così in idee dialettiche anticipando ciò che succederà nel ’68 con Rain Forest, “performance” coreografata da Cunningham, quando i danzatori entreranno in simbiosi con le Silver Clouds di Andy, che sognava di ballare il tip-tap. Nuvole d’argento. Fra le pareti della sua Factory.

Warhol Underground
Fino al 23 novembre, Centre Pompidou-Metz, parvis des Droits-de-l’Homme 1, Metz
tel. 0033-3-87153939
Catalogo Éditions du
Centre Pompidou-Metz, € 12.90
 
 
www.franceguide.com

Foto: Steve Schapiro, Andy Warhol and The Velvet Underground, Los Angeles, California, 1966, © Steve Schapiro, courtesy the A. Gallery, Paris
Stephen Shore, Warhol with Silver Clouds in Factory, 1965-1967, © Stephen Shore, courtesy 303 Gallery, New York
Bob Adelman, Andy Warhol on the fire escape of the Silver Factory, 47th Street, New York, 1965, © Bob Adelman
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc./ADAGP, Paris 2015
 

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