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Hervé Télémaque

di Stefano Bianchi

Sono appena iniziati gli Anni ’60 quando a Parigi 34 giovani artisti tracciano il senso di una “nuova figurazione” dipingendo immagini ispirate ai fumetti, ai graffiti sui muri, alla pubblicità. Nell’estate del ’64, il critico d’arte Gérald Gassiot-Talabot e i pittori Hervé Télémaque e Bernard Rancillac mettono in scena la collettiva Mythologies quotidiennes al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris. Mentre alla Biennale di Venezia trionfa la Pop Art americana con Robert Rauschenberg, gli artisti coinvolti danno vita con le loro “mitologie di tutti i giorni” alla Figuration Narrative mettendo a nudo le alienanti contraddizioni della società contemporanea. Ciò che nasce a tutti gli effetti (più combattiva di quella a stelle e strisce) è una Pop Art d’Europa che parte dalla fotografia, dal cinema e dalla pittura classica per poi farle convergere nell’incubo della guerra in Vietnam e nella tempesta sociopolitica del ’68 parigino. «All’epoca c’era una grande ricchezza ideologica e culturale: patrimonio che noi pittori dovevamo assolutamente difendere col nostro modo di essere e di pensare», ha dichiarato Hervé Télémaque in mostra al Centre Pompidou con 35 dipinti, 9 disegni, 11 collages, 12 oggetti e 7 assemblaggi che testimoniano la forza espressiva della Figuration Narrative.

Haitiano di Port-au-Prince, classe 1937, Télémaque approda nel '61 nella capitale francese dopo aver soggiornato 3 anni a New York: «Il mio bagaglio erano i maestri dell’Espressionismo Astratto: Willem de Kooning, Jackson Pollock, Mark Rothko ma in particolare Arshile Gorky, più ricco di “nuances” e di spirito narrativo». La retrospettiva parte proprio da qui: dalle opere gestuali realizzate nel ’59 e nel ’60. Si concentra quindi sui lavori più Pop (’61-’67) che scandiscono controcultura e anti colonialismo in un cortocircuito visivo impegnato a denunciare la società dei consumi. Prende in esame le opere concepite nel ’68 e '69, lontane dal dipingere e votate all’assemblaggio di oggetti o alla “canne blanche” (simbolo della cecità). Attraversa gli Anni ’70 del ritorno a una pittura d’impronta surrealista ispirata a Vincent van Gogh, Marcel Duchamp e René Magritte. Si sofferma sugli Anni ’80 dei collages su carta colorata e sui relativi schizzi preparatori. Documenta gli Anni ‘90 dei grandi disegni a carboncino le cui forme scure dialogano con rilievi in legno ricoperti da fondi di caffè. Si conclude coi quadri più recenti che ironizzano sulla politica francese, trattano temi ecologisti e disquisiscono sulla cultura di Haiti. Ma soprattutto esibisce l’ultimo, spettacolare acrilico su tela (2014) dedicato all’ispiratore Arshile Gorky. Come dire: tutto torna.

Hervé Télémaque
Fino al 18 maggio, Centre Pompidou, place Georges Pompidou, Parigi

tel. 0033-1-44781233
Catalogo Editions du Centre Pompidou, € 35

 
 
 
Foto: Petit célibataire un peu nègre et assez joyeux, 1965, Paris, Centre Pompidou, Musée National d’Art Moderne, MNAM-CCI/Dist. RMN-GP, © Philippe Migeat, Centre Pompidou
Convergence, 1966, Saint-Etienne, Musée d'Art Moderne et Contemporain de Saint-Etienne Métropole
Selles comme montagne, S.D., [MAC] Musée d’Art Contemporain, Marseille
© Adagp, Paris 2015
 

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