Coolmag - art

Andava a veder morire i piccioni
Marco Moggio Pigioni
Piazza dei Mercanti Milano
home - art




Andava a veder morire i piccioni

di Peppo Delconte

Cosa ci fa un pensionato – appena uscito dal ciclo produttivo – per le strade di una città come Milano, così poco a misura d'uomo? Cosa ci fa un pensionato come protagonista assoluto nelle pagine di un romanzo dei giorni nostri? Sembra una di quelle scommesse editoriali, di quelle sfide impossibili dalle motivazioni più misteriose, su cui nasce un'irresistibile voglia d’indagare. E allora non mi resta che approfondire la conoscenza dell'autore: Sergio Cioncolini, ex dirigente d'azienda ed esperto di comunicazione, molti anni vissuti negli Stati Uniti, ha pubblicato nella maturità parecchi libri, ma la passione del raccontare se la porta dietro da quando aveva 11 anni. «Vengo da una famiglia proletaria. Da bambino, abitavo in una casa di ringhiera nella zona di Porta Venezia. A scuola andavo bene e i miei hanno fatto sacrifici per farmi studiare, il che mi ha fatto presto sentire diverso dai coetanei con cui ero cresciuto. Già questo è un motivo che spinge verso la narrativa». Ogni autore è solito pescare dettagli dalla sua autobiografia. Così, il protagonista di Andava a veder morire i piccioni ha un passato che coincide qua e là con quello di Cioncolini. Ma ciò che più m'incuriosisce è che la vita quotidiana del pensionato è ovviamente povera di azione, mentre affiorano spesso dei “flashbacks” sulla sua adolescenza e la sua gioventù proletaria. «È naturale che sia così», mi spiega l'autore. «Sono quelli che Marcel Proust definirebbe contraccolpi del cuore e che a maggior ragione affiorano nella memoria di un anziano». La distanza fra la seconda vita e quella di prima, è troppo grande per non provocare spesso un profondo disagio, un senso di vuoto su cui Cioncolini ha indagato a fondo, anche intervistando parecchi pensionati. «Ho scoperto quanti arrivano a quel traguardo senza prepararsi, senza avere in serbo qualche interesse da coltivare. In questo modo non c'è più vita, si cerca solo di tornare al passato e si finisce nella depressione». Anche il suo protagonista, pur essendo un carattere grintoso, ricco di energia e di umorismo (magari un po' crudele), rischia grosso... Vagabonda senza meta per la città, incontra persone, scambia battute, ma si sente tagliato fuori dall'azione. Concentra la sua attenzione sulla gran quantità di piccioni che si muovono per le piazze e i parchi, becchettano, lasciano escrementi, diffondono malattie, muoiono in mezzo all'indifferenza di tutti, compresi i loro simili. Verso quei miserabili volatili, prova ripugnanza e persino odio. Pian piano per lui diventano un'ossessione, quasi l'unico vero interesse.

A questo punto, però, devo fare una pausa e confessare a Cioncolini tutta la mia ammirazione per come sa costruire i dialoghi del suo pensionato (con la moglie, il cognato, la portinaia, o con le persone che incontra occasionalmente). Sono l'attività più vitale del protagonista e, cosa tutt'altro che facile, sono resi alla perfezione: sempre così veri, immediati, credibili... «Io credo di dovere molto ai grandi narratori americani, come John Steinbeck o John Dos Passos, ma anche al modo di esprimersi delle persone normali nei colloqui quotidiani: in America sono sempre molto diretti, persino brutali, insomma vanno al sodo. Il segreto dei dialoghi è tutto qui. A me viene abbastanza naturale». L'ultimo dialogo del romanzo è quello, decisamente surreale, con il seminatore di antifecondativi per piccioni (personaggio di una forte valenza simbolica) e porta alla conclusione, una specie di delirio finale in cui il pensionato mette a punto il suo programma di sterminio dei poveri pennuti: un passatempo che può dargli una ragione di vita, un modo di rendersi utile... Dietro questa “follia piccionesca” (come la chiama lo stesso Cioncolini) si nasconde, ma non troppo, un umorismo feroce che ricorda il teatro della crudeltà di Antonin Artaud. Ma soprattutto, mi viene il sospetto che quei piccioni da sterminare siano infine una metafora dei pensionati: quella massa sempre crescente, quella cosa da eliminare. «È verissimo», mi conferma l'autore. «I pensionati rompono le palle...». E ci lasciamo andare a uno sghignazzo, una mezza risata liberatoria, dato che entrambi abbiamo più o meno la stessa età del protagonista. Eppure, sono convinto che questo romanzo sarebbe forse una lettura stimolante anche per un pubblico giovane. Cioncolini se lo augura, ma mi chiede di non rivelare altro: «L'autore, una volta che ha finito la sua storia, dovrebbe scomparire. Ogni storia è fatta di desideri. E quando se ne impadronisce, il lettore ci mette i suoi. La arricchisce, la rivive. Ciascuno a suo modo».

Sergio Cioncolini, Andava a veder morire i piccioni, Edizioni Pendragon, Collana Linferno, 234 pagine, € 15

www.pendragon.it

Foto: Marco Moggio, Pigioni, 2014
Piazza dei Mercanti, Milano

stampa

coolmag